Ci fu un tempo in cui, non curante dei controlli degli aeroporti, un cavaliere italiano che poi era un Leporello, una maschera italiota, fottendosene della drammatica scorreggia di stato, su un aereo, divenne turco e napoletano. Ed era Silvio Berlusconi che si arrestò (l’unica possibilità di vederlo arrestato) di fronte a una bella ragazza su un volo civile. La giovane leggeva intensamente un libro d’amore, e chiesto ragguaglio dal Cavaliere sul contenuto del volume, ella gli decantò il romanticismo partenopeo e l’araba impressione virile. E fu così che, per corteggiarla, le si presentò nei panni di Muhammed Esposito. Come Totò, certamente, ma senza le forbici sul Fez, anzi con la scimitarra nelle mutande. Ma i tempi sono cambiati, agli occhi di chi non vede nell’Esteriore l’Interiore, e rimane ubriacato dalla Molteplicità. Ché i tempi non cambiano. A cambiare, semmai, è il Tempo.

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

Con il Feroce Saracino, La guerra dell’Islam, Pietrangelo Buttafuoco, che è Giafar al-Siqilli (il Signore si compiaccia di lui), non ha scritto un testo, poi pubblicato da Bompiani a inizio aprile 2015, ma ha seminato. Ed è tutto una semina dell’Ora Ultima, come d’altra parte, lui stesso avverte citando l’hadit del Profeta (su di lui la Pace), apposta come faro e dedica allo stesso tempo, in apertura del volume.

Se giunge l’Ora e qualcuno ha in mano un seme con l’intenzione di piantarlo, lo faccia.

Ed è il tempo di Sade, il nostro tempo. L’Età Oscura, quella in cui c’è come un impegno di scienza ad architettare la blasfemia. Il tempo in cui “Achille che umilia il corpo di Ettore trascinandone le spoglie sotto la città di Ilio compie quasi un atto di pietà” rispetto a ciò che succede, nel nostro tempo. E il sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che si vorrebbe fare erede di Abu Bakr, il primo dei califfi ben guidati, altro non è che un bestemmiatore della clemenza e della misericordia, che sono i primi due attributi di Allah e che troviamo nella prima Sura del Sacro Corano, nell’al- Fātiḥa, l’Aprente.

Ora capitò che, aprendosi la porta di un ascensore, un giovane trovò un maestro. Lo Shaykh ‘Abd al-Wāhid Pallavicini (il servo dell’Uno ritornato da Colui il Quale tutti veniamo e al Quale tutti torniamo giusto all’inizio di questo novembre). In quel giorno, il giovane accompagnò, non conoscendolo, l’anziano in stampelle fino al suo posto, all’interno di una sala conferenze, nella quale, l’ospite, assieme a un monsignore e al rabbino di Milano, avrebbe parlato di Abramo, padre comune. Alla fine dell’incontro, lo Shaykh, si avvicinò, non senza difficoltà, al ragazzo e gli regalò un libro: A Sufi Master’s Message, In memoriam René Guénon. Il giovane capì.

Buttafuoco

E in quel libro, scritto da questo barbuto signore, che divenne musulmano il 7 gennaio del 1951, mentre al Cairo si spegneva lo Shaykh Abd al-Wāhid Yahyā, conosciuto più semplicemente col nome di Guénon, per l’appunto, vi è scritto:

Per coloro che hanno familiarità con l’opera degli autori tradizionalisti o perennialisti – e principalmente con il filosofo francese René Guénon, […] la prognosi è che viviamo alla fine di un ciclo temporale conosciuto come Kali Yuga o Età Oscura. Questa diagnosi, spesso contestualizzata nel primordiale ed eterno codice di condotta manifestato allo scaturire di questo ciclo temporale – il Sanatana Dharma della Tradizione Indù, culmina nella sua espressione equivalente al-Hikmat al-Khalidah o Din al-Qayyimah all’interno della Tradizione Islamica, l’ultima tradizione sapienziale rivelata di questo ciclo.

Il Feroce Saracino, certo, nella sua forma esteriore è libro. E come tale ne parliamo. Irresponsabile è l’autore, afferma qualche giorno dopo, l’Elefantino, in un articolo dal titolo Giafar, il Sottomesso. E lo affermò con i più buoni propositi, forse spinto dall’insegnamento del maestro Ibn al Arabī, il quale nel secolo XIII dell’era volgare, nel suo Libro dell’Estinzione nella Contemplazione, scriveva che «[…] quando ci si ritrova un libro che tratta di una scienza che si ignora e di cui non si è percorso il cammino, è opportuno non aprirlo, riconsegnandolo nelle mani di coloro che sanno, senza sentirsi tenuti a credere o non credere al suo contenuto, o persino a parlarne». Ma il rischio intravisto da Ferrara è presto scongiurato, giacché più volterrianamente possiamo affermare che si possa scrivere di tutto tanto il popolo non legge… Ché se per sei giorni lavora (chi il lavoro ce l’ha) il settimo lo passa all’osteria. Chi il lavoro non ce l’ha, all’osteria ci passa tutta la settimana.

Pietrangelo Buttafuoco

Pietrangelo Buttafuoco

Anzi, nei nostri giorni, vi è qualcosa di più tragico e goffo… I lettori, (li vogliamo chiamare ancora così? o forse sarebbe meglio dire i commentatori di oggi), quelli dei giornali 2.0, si inscrivono perfettamente dentro il paradigma disegnato da Geert Lovink, il design dell’interazione nei blog e nei social network, secondo il quale «nella nostra era dell’autorappresentazione, spesso i commenti non hanno un legame diretto con il testo e l’opera d’arte in questione. L’atto di rispondere non cerca il dialogo con l’autore […] Con un misto di espressioni gergali, slogan tipo inserzioni pubblicitarie e giudizi incompiuti, gli utenti mettono insieme frasi e battute ascoltate o lette in giro. Chiacchiericcio non è il termine giusto. Quel che prende forma è il disperato tentativo di essere ascoltati, di avere un impatto e di lasciare un segno». E dimostrazione eloquente di ciò, sono quei chiosatori, interpreti e postillatori, che attaccarono il Feroce Saracino sul Foglio, pur ammettendo di non averlo mai letto. Certo, qualcuno potrebbe ricordarci di Nanà, di Leonardo Sciascia, il quale parlando del pittore del Diavolo con gli Occhiali di Todo Modo, avvertiva bene che di uno che si chiama Buttafuoco non bisogna fidarsi mai, che lo stesso nome è impostura per definizione, dai tempi di Andreuccio da Perugia. Ma noi non diamo credito a Buttafuoco, ci mancherebbe, ma a Giafar, il siciliano.

E Giafar è memore, come chi scrive, della geografia di al-Idrisi, ché passeggiavamo assieme, un tempo, in quel granaio divenuto giardino d’agrumi ornamentali, ed è forse anche lui convinto, contrariamente a Nanà, che il Padreterno non ci avesse voluto fregare facendoci nascere sull’Isola. Ma forse, quello che scrisse Sciascia in Nero su nero, valeva l’altrieri, non oggi, ché se un siciliano si riappropria della propria essenza è bello e pronto per vivere nel Caos del mondo contemporaneo, nel post moderno, nel villaggio globale, e trova le coordinate spazio-temporali assai più facilmente del Duca d’Auge di Queneau, il quale, mischino, si svegliava al mattino e, se non si metteva in cima al suo torrione, non sapeva in che secolo fosse. Poiché, in fondo, la nostra Siqilliyya, villaggio globale lo è sempre stato. E Giufà, minchione com’è, ne è testimonianza, che ce lo ritroviamo pure in Turchia e nei Balcani. Quindi la Sicilia come teatro galleggiante, e come metafora del mondo, è sempre viva e continua, inconsapevolmente, a rappresentarsi. Perché il teatro, direbbe Carmelo Bene, non sa che cos’è il teatro. E forse questo ha concorso, più volte, nel far scrivere il nostro Giafar al modo del Teatro dei Pupi, oggi come ieri, dalle Uova del Drago alla Buttanissima Sicilia. 

Cactus sul golfo di Palermo - Renato Guttuso (1983)

Cactus sul golfo di Palermo – Renato Guttuso (1983)

Quando scrive Giafar, è più dolce dello zucchero e più amaro del fiele, e sarà forse l’ascendenza Sufi a dare alla sua persona, e alla sua scrittura questo connotato. Potremmo ricordare infatti quello che scriveva Al-Arabī ad-Darqāwī, del suo maestro ’Alì al-Jamal:

Era a un tempo sconfinato e angusto, dolce e rude, forte e debole, ricco e povero; era un oceano senza sponde.

E Giafar, il mare e l’oceano li conosce bene, che si è fatto erede di quel messinese che si fece turco, quello del Lupo e la luna, uno dei pochissimi esempi di uomini di mare siciliani ricordati da Sciascia, nel suo Rapporto sulle coste dell’Isola. Mentre i siciliani, e pian piano, anche gli italioti e via via l’Occidente tutto, ché anche l’acqua come le palme va sempre salendo, quando si trovano di fronte al mare, non vedono il mare eterno, colore del vino e del sangue, ma la sabbia. E non è quella del deserto, popolato dai demoni, ma quella dei castelli dei fanciulli, nella quale nascondere la testa.