La tirannia è delle finzioni sociali e non degli uomini che la incarnano; quelli sono, per così dire, i mezzi di cui si servono le finzioni sociali per tiranneggiare, come il pugnale è il mezzo di cui si può servire l’assassino”.

di Ilaria Bifarini

Famoso per gli eteronomi con i quali esprimeva le sfaccettature della sua personalità, lo scrittore portoghese Fernando Pessoa con il Banchiere anarchico dà vita a un’intrigante narrazione dal carattere psicologico e sociale sull’ideale di anarchia. Il racconto ha la struttura di un’intervista, in cui l’autore si rivolge a un affermato banchiere, chiedendogli come la sua condotta di vita e le sue scelte professionali l’abbiano portato ad abbandonare gli ideali giovanili dell’anarchia. La smentita del banchiere è decisa, netta, condotta con un sillogismo argomentativo serrato e irreprensibile.

Che cos’è un anarchico? Nient’altro che “un oppositore dell’ingiustizia di nascere socialmente diseguali (..). E da ciò risulta la rivolta contro le convenzioni sociali che rendono possibile quella disuguaglianza”. In natura nasciamo con delle differenze, di genere, somatiche e anche intellettive, ma preso atto di tali peculiarità tutti dovremmo essere uguali, avere le stesse possibilità. Ad impedire la realizzazione di queste “pari opportunità” (dove l’espressione è intesa nel senso genuino, come uguali possibilità di sviluppo della persona e non restrittivamente limitata al genere come avviene oggi) subentrano le cosiddette finzioni sociali. Vero e unico male, tali convenzioni create dall’uomo si sovrappongono alle realtà naturali e ostacolano il realizzarsi della Libertà, che non ammette altra legge all’infuori della Natura. La lunga permanenza dell’umanità in un contesto regolato e dominato dalle finzioni sociali ha portato alla nascita e al radicarsi della corruzione.

L’uomo, per Natura, non nasce malvagio e tiranno, ma l’aver vissuto a lungo in un’atmosfera artificiosamente corrotta da finzioni “ha reso ormai tirannico l’uso più naturale delle qualità più naturali”. Così, l’ormai cinico banchiere racconta come, frequentando circoli di attivisti anarchici nella sua gioventù da operaio, avesse riscontrato una tendenza quasi spontanea all’affermarsi al loro interno di individui dominanti. Non si trattava di prevaricatori sociali mossi da fini calcolatori, ma al contrario di persone sincere, unite nello sforzo comune di creare una società libera. Eppure gli uni comandavano sugli altri, li persuadevano a seguirli, realizzando una forma nuova e paradossale di tirannia, esercitata su persone già oppresse dalle finzioni sociali, che lottavano per liberarsene. Questa constatazione sconvolge il giovane anarchico: vale la pena lottare per la realizzazione di una società in cui si riprodurrebbe un accumulo di tirannie? Che fare allora?

Animato da una logica sincera e tenace, elabora una soluzione: lavorare tutti per lo stesso fine, la distruzione delle finzioni sociali e la creazione della libera società futura, ma separati. Moralmente uniti dall’ideale comune e anarchico, ma senza essere traditori, volontari o involontari, della causa libertaria; isolati in modo da essere salvi dall’influenza deleteria delle finzioni sociali sulle qualità naturali dell’uomo. Questa separazione, dolorosa ma necessaria, sarebbe stata solo provvisoria, di transizione, volta preparare gli animi alla rivoluzione sociale. Conclusa questa fase di anarchia individuale si sarebbe tornati di nuovo all’unità e alla comunione per il sovvertimento finale e la liberazione della società.  Entusiasta della propria conclusione, il giovane attivista decide di condividerla con i suoi compagni: il dissenso collettivo è sfrontato e violento. “ Quella cricca era nata schiava”. Superato il sentimento d’ira e di sconforto iniziale, recupera il raziocinio ed elabora una soluzione per conseguire la libertà individuale, indispensabile per l’avverarsi dell’anarchia. Qual è la maggiore delle finzioni sociali da cui occorre liberarsi in primis, la maggiore delle tirannie per l’uomo? Il denaro, senza dubbio. Occorreva dunque soggiogarlo, divenire superiore alla sua influenza, ridurlo all’inattività. Così, intraprende una dura lotta per sconfiggere le forze sociali, lavorando strenuamente e guadagnando, senza far caso ai modi e ai mezzi, usando tutti quelli a disposizione, fino a raggiungere la vetta della libertà. Non la libertà, ma quella libertà che era possibile conseguire nella società imperfetta in cui viveva.