di Giacomo Pellegrini

È difficile comprendere l’arte, il pensiero e i messaggi di Paolo Sorrentino nei suoi film. Così come è difficile prenderlo veramente sul serio o alla leggera: L’amico di famiglia parla di un truffatore che per amore viene truffato oppure no? Il Divo descrive il cinismo del più discusso e discutibile politico della Prima Repubblica oppure ne descrive soltanto la sua fragilità, la sua solitudine, la sua umanità? La Grande Bellezza parla di un uomo che si rende conto di non aver costruito niente nella sua vita oppure critica la società borghese radical chic della Roma degli anni duemiladieci? E Sorrentino, al destino ci crede veramente o lo usa semplicemente come un artificio letterario-cinematografico, per rendere più poetici i suoi protagonisti? Per capire effettivamente la sua poetica,  il suo pensiero e ciò che lui ci vorrebbe dire anche coi suoi film, dovremmo leggere il suo romanzo: Hanno tutti ragione, edito da Feltrinelli nel 2010.

Il protagonista della storia, Tony Pagoda, è un cantante neomelodico napoletano, personaggio tipicamente sorrentiniano: napoletano, latin lover, cantante neomelodico e che nasconde dentro di sé profondi segreti intimi che lo porteranno, una volta giunta l’epoca delle tv a colori, ad abbandonare il palco per rifugiarsi a Manaus, una metropoli brasiliana in mezzo alla foresta amazzonica dove il lettore scoprirà inannzitutto chi era la donna della sua vita e poi come la storia con lei sia finita tragicamente. Sempre a Manaus, Pagoda dopo aver abbandonato il mondo dello spettacolo per almeno qualche decennio, si troverà di fronte ad un’ottima offerta che lo riporterà a cantare privatamente nelle feste private di un miliardario italiano che possiede televisioni private e vuole fare il grande passo della discesa in politica, dopo la fine della prima repubblica con tangentopoli. A questo punto, Pagoda, si ritrova nei salotti milanesi dove assiste ai ragionamenti perversi dei giovani arricchiti  e annoiati e le constatazioni di un uomo anziano ma ancora innamorato della vita e di sua moglie, morta molti anni prima.

Probabilmente, e lo ammette egli stesso, Sorrentino è più naturale come scrittore che come regista. Quasi sicuramente i suoi personaggi, da Andreotti a Gambardella sono troppo complessi per essere descritti psicologicamente in un film da due ore e mezza: troppo complicata è la loro personalità, troppo forte è la loro sofferenza e troppo grave è il loro disagio interiore nei confronti del mondo che hanno costruito o che lo circonda. Questo romanzo è in grado di offrire uno spaccato più approfondito del protagonista, Tony Pagoda, del suo passato, dei suoi desideri più inconsci e delle realtà che non riesce assolutamente ad accettare. Come romanziere, Sorrentino, è molto più post-moderno che come regista: pieno di divagazioni sui personaggi, sulla loro psicologia, sui loro dolori, sul loro passato e oltre a ciò, si rivela un mago del colpo di scena, creando al lettore un profondo senso di straniamento e di stupore. Ma la cosa che colpisce di più, provando a capire che cosa Sorrentino ci vuole dire è che non è il solito intellettualoide divenuto famoso per grazia ricevuta: il regista premio oscar è una persona colta e sensibile: non è il solito autore che scrive libri fini a loro stessi scritti da un ghost-writer sottopagati e precari: Sorrentino, almeno in questo romanzo ci vuole dare una forte critica alla cultura trash italiana, alla massa che segue le mode del momento, allo show-biz che non ha memoria, alla qualità del prodotto artistico sempre più degradante, ai valori della società, sempre meno presi in considerazione e sempre più decadenti.

Decadenti, appunto. Paolo Sorrentino riprende molto spesso e cita indirettamente molte tematiche di Controcorrente di Huysmans: dall’erudizione alla ricerca della fede personale, dal collezionismo alla mondanità fino alla misantropia e al tentativo di guardare le cose attraverso un nuovo canone di bellezza: quello delle sfumature. E proprio così che inizia il romanzo: con il monologo del maestro di Tony Pagoda che non sopporta niente e nessuno, nemmeno se stesso, sopratutto se stesso. Ma che sopporta solo una cosa: La sfumatura. Ed è questa la parola chiave per capire il protagonista del romanzo, Tony Pagoda, i personaggi di Sorrentino,  i suoi film, il suo pensiero il fine delle sue scene: comprendere effettivamente le sfumature dei personaggi appena descritti e attraverso il cinema e attraverso la letteratura. Sorrentino non giudica i propri personaggi, probabilmente non è nemmeno in grado di conoscerli sul serio: lui di loro li conosce mentre prova capire le loro storie, e mentre li descrive li ama. Perché prova a conoscerli, perché sono i personaggi nati dalla propria sofferenza interiore, dal proprio disagio.

Le riflessioni che Sorrentino compone sul linguaggio, ora all’interno dei suoi film, ora all’interno di questo stesso suo romanzo sono le riflessioni di un uomo che sente profondamente il disagio del neopositivismo di inizio XXI secolo, del consumismo più sfrenato, della semplificazione tecnologica che comporta a rendere un ragionamento  puramente binario (sì/no come figo/non figo) e alla mancanza di sfumature all’interno del nuovo pensiero dominante derivato dalla mancanza di una critica prima personale e poi generale e descrive le nuove generazioni, o meglio, il nuovo uomo adulto come un produttore/consumatore di beni che deve pensare, in maniera post-moderna, quasi come nelle riflessioni di Foster Wallace, ad ottenere nella sua vita, maggior piacere possibile e il minor dolore possibile. Sorrentino è un autore post-moderno che cita indirettamente pure Pasolini e l’omologazione del linguaggio che rende l’uomo non più un libero pensatore ma un depensante affamato di piaceri da essere consumati al momento, hic et nunc.

È questa la complessità di Sorrentino, così come è questa una delle maggiori interpretazioni delle sue opere, al di là di ogni superficiale banalità o incomprensione. Sorrentino è quasi sicuramente ancora uno dei pochi eredi diretti di quella letteratura decadente che inizia da Petronio e arriva fino a Flaiano passando per Huysmans e per Verga. È uno dei pochi registi italiani che ha ancora il coraggio dii girare e di montare in Italia. È ancora uno dei pochi maestri che riesce sempre a stupire trovando le metafore giuste per rappresernare la realtà che ci circonda. Teniamocelo stretto.