di Maurilio Ginex

Perché ancora oggi la morte di Pasolini fa così tanto rumore?  Perché lascia una  eco così profonda,  quasi da riuscire a smuovere le coscienze sopite che in quella notte del 2 Novembre 1975 non ebbero alcun cupo sospiro? Pasolini rappresenta la coscienza che ogni individuo ha e nutre davanti a un potere che logora l’etica e la morale, davanti a un potere che del soggetto ne fa soltanto individuo corruttibile e strumento di propaganda.

Pasolini anche da morto è come “petrolio“, rimane pericoloso. Il suo delitto, atto premeditato da un’organizzazione complessa e stratificata secondo rapporti tra potere e micro-fisica di tale potere, riecheggerà per sempre nella storia e nella cultura italiana. Rappresenta l’ideale di quella lotta a un sistema che per definizione ti rende dissidente e isolato.  Il comunista senza Partito, il cattolico senza Chiesa, l’intellettuale senza Cattedra che non solo cercò di de-costruire la trama del sistema ma che sfidò con tutti i mezzi di cui disponeva allora il potere di quell’Italia che in forma chiara ed esplicita venne rappresentata nelle sue vesti più cupe e corrotte da Sciascia in  “Todo Modo”. Opera pubblicata nel 1974, anno in cui Pasolini “intonò” il suo “io sò…“.

La sua morte “riecheggia”. Pasolini è ciò che per Camus era “L’uomo in rivolta“.  Un uomo in rivolta che accetta la condizione di preferire la morte alla negazione della sua libertà. Pasolini era perfettamente consapevole di ciò a cui andava incontro. Sapeva che la società con cui si scontrava era di stampo clerical-cattolico intrisa di quel bigottismo tipico della condizione borghese perbenista e benpensante da cui ideologicamente tanto si discostava. Lo sapeva sin dalla pubblicazione di “Ragazzi di vita”, passando per le pagine corsare e luterane, fino ad arrivare ai film come “Salò ” che andava incontro a qualcosa che lo avrebbe arginato, placato ucciso. Sta proprio in questo, in questa consapevolezza il dipanarsi di un’ipotetica rivolta metafisica camusiana, però non del tutto completa. Perché non del tutto completa? Perché nella rivolta metafisica, come Camus evidenzia, l’uomo si trascende nell’altro e la solidarietà diventa il primo valore al quale aggrapparsi. L’uomo dalla condizione di “straniero” e “sofferente” passa a una condizione in cui prende parte di un “noi” . Pasolini non prese parte di nulla. Sulla solitudine istituì la sua forza, sulla soggettività consolidò il nemico di quei potenti “… che si muovono dentro il Palazzo..”. Il cogito camusiano “mi rivolto, dunque –siamo-” diventa in Pasolini un “mi rivolto, dunque -sono-“.

In un articolo delle Lettere Luterane, “Fuori dal Palazzo“, Pasolini parlando al presente per un lettore del suo futuro sembra più profetico che mai: “La privazioni dei valori vi ha gettato in un vuoto che vi ha fatto perdere l’orientamento, e vi ha umanamente degradati. La vostra “massa” è una “massa” di criminaloidi a cui non si può più parlare in nome di niente…”. Parole queste scritte l’1 Agosto del 1975. Oggi più che mai i valori sono l’oggetto di ogni privazione. Affidare al Capitalismo, alla cattiva politica o al potere le cause di questa privazione potrebbe anche risultare banale. Riporre nell’uomo la causa del male che prende forma in questa assenza di valori e rende gli individui contenitori vuoti utilizzabili come automi è più credibile. Ma allo stesso universo-uomo appartengono quei giovani in cui per primo Pasolini credeva e nei quali riponeva la speranza. Vivrà nelle coscienze di chi oggi vuole la rottura con un sistema tecnocratico, di chi vuole rivoltarsi nei confronti di quell’assurdo quotidiano che siamo costretti a vivere e che incombe nella quotidianità finta o costruita di ognuno.

Non serviranno de-costruzioni o memorie cinematografiche o scritti postumi di dubbia provenienza a far riscattare l’autocoscienza del soggetto, bensì la fede in quel processo di sviluppo della cultura che potrà, solo essa, essere usata per ridare onore e riscatto al suo messaggio e alla sua “immagine”.