Quando capita di trovarsi tra le mani un libro biografico su un personaggio semisconosciuto, la prima impressione è quella di posare il libro nello scaffale da cui lo si è preso – certo, lo si sfoglia per dargli un’occhiata, ma l’intenzione è quella. Ancor di più quando il cognome dell’autore coincide col personaggio trattato nel libro. Sarà il classico tentativo di parlare del famoso avo che nella notte dei secoli fece questo e quell’altro, che durante la guerra sopravvisse ad una granata lanciata da un aereo, che fu l’amante della contessa o amico intimo di Napoleone.
Non così è per tutti. L’onesto solitario – Vita e opere del filosofo Nicolò d’Alfonso (Città del Sole Edizioni) è la storia – anzi, la microstoria – di un non antichissimo avo di Francesco D’Alfonso, giovane studioso calabrese che da anni dedica la sua ricerca al suo antenato, vissuto poco più di un secolo fa.
Già, perché Nicolò D’Alfonso, sebbene nessuno sappia della sua trascorsa esistenza, fu un personaggio di rilievo negli ambienti culturali del secolo passato. Vissuto a cavallo tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, nacque nel 1853 a Santa Severina, piccolo e antichissimo borgo della provincia di Crotone. Un intellettuale dagli interessi più disparati, «filosofo, pedagogista, medico, docente universitario, scrittore», insomma, come sottolinea l’autore, «fu tante cose assieme. Un intellettuale difficilmente classificabile in una categoria precisa e che, forse per questo motivo, la storia ha frettolosamente messo da parte».
Dopo una educazione classica, influenzata anche dal religioso ambiente famigliare, Nicolò d’Alfonso proseguì gli studi ginnasiali in privato, frequentando ambienti patriottici e culturali, per poi conseguire la licenza al Liceo Galluppi di Catanzaro. Trasferitosi a Napoli, si iscrisse nel 1872, dopo aver ottenuto la licenza liceale al prestigioso liceo partenopeo Vittorio Emanuele II, alla Regia Università di Napoli, ove gli fu concesso, grazie ai suoi brillanti risultati, di iscriversi alla facoltà di filosofia e, contemporaneamente, a quella di medicina. Qui ebbe come maestri Francesco De Sanctis, Augusto Vera, Bertrando Spaventa, «di cui d’Alfonso si vanterà di essere stato uno degli studenti prediletti», e Antonio Tari.

Non basterebbe un articolo di giornale a descrivere la vicenda intellettuale di questo personaggio, così schivo, così solitario e così alieno da ogni meccanismo di potere, tant’è che proprio questa sua incapacità – o onestà intellettuale – gli costò cara nel prosieguo della sua carriera. Nicolò d’Alfonso fu docente di pedagogia all’Istituto di Magistero di Roma, nel quale ebbe come colleghi Luigi Pirandello, Luigi Capuana e Maria Montessori, e docente di filosofia teoretica, a partire dai primi anni del Novecento, alla Regia Università di Roma. Tuttavia la sua attività intellettuale non si limitò solo a questi specifici aspetti: si occupò di religione e di scienze naturali, si dedicò allo studio dell’antropologia criminale e alla confutazione delle tesi di Cesare Lombroso, ma soprattutto fu un attento e appassionato studioso dei drammi shakespeariani, tant’è che persino Benedetto Croce, suo amico di vecchia data, citò i suoi lavori nel volume XVII de La Critica ed in un altro suo lavoro del 1922, intitolato Nuove curiosità storiche. Tali studi «iniziarono a porre Nicolò d’Alfonso all’attenzione internazionale per l’approccio singolare alle opere del grande drammaturgo inglese, ma anche in patria, la rivista critica diretta da Ruggero Bonghi, “La Cultura”, scrisse che nonostante il poeta contasse, principalmente in Inghilterra, una folta schiera di biografi e di commentatori, “il lavoro del d’Alfonso è schiettamente originale” ». Originale perché – scrive l’autore della biografia – il suo essere medico, oltre che filosofo, gli permetteva di studiare Shakespeare con duplice competenza, dal punto di vista estetico e dal punto di vista criminologico, con un equilibrio perfetto tra questi due aspetti della letteratura positivistica.
James Lindsay, filosofo irlandese – come documentato da questa meticolosa biografia -, apprezzò molto le ricerche del d’Alfonso che recensì nella Holborn Review come «difficili da eguagliare».

Insomma, una vita vissuta a servizio della scienza e della filosofia, recuperata in quasi tutti i suoi molteplici aspetti dallo studio appassionato di Francesco d’Alfonso, il quale per anni ha girato numerose biblioteche italiane in cerca di fonti e documenti preziosi. Un lavoro difficilissimo, reso tale anche dall’assenza di un archivio personale del filosofo, il quale andò disperso dai suoi discendenti. Con buona volontà e anni di studio, presenta al pubblico del lettori una monografia curata in ogni singolo particolare. Con uno stile asciutto e diretto, Francesco d’Alfonso ci conduce nel cuore di un’Italia che non c’è più, di un meridione ricco di speranza per un’unità da poco realizzata, e la microstoria, come precisa lo stesso nella premessa, di un intellettuale onesto e solitario. Già, perché la vita di Nicolò d’Alfonso è tutta racchiusa in questi due attributi che, non a caso, danno il titolo all’opera. Onesto solitario, come egli stesso ebbe modo di definirsi in una lettera del 1923 inviata a Giovanni Gentile, dopo un provvedimento particolare del Ministro che mandava il d’Alfonso anticipatamente in pensione dall’Istituto di Magistero. Infatti, per esigenze culturali e per una non celata antipatia tutta neoidealista «verso quei pensatori che, pur essendo ricchi d’ingegno e di cultura, avevano una vivacità talvolta onnivora di interessi» il Regio Decreto del 13 marzo 1923 gli notificava l’anticipo della pensione “per raggiunti limiti d’età”. A nulla valse il ricorso del d’Alfonso presso Vittorio Emanuele, dal quale ottenne un’udienza privata, né le sollecitazioni presso l’amico Croce o, per direttissima, verso Mussolini e Gentile.

Ripresi i suoi studi in privato, si dedicò a terminare i suoi lavori scientifici spostandosi tra Roma e Santa Severina. Nel piccolo borgo crotonese festeggiò nell’agosto del 1933 il suo ottantesimo compleanno. Fu l’ultima volta che fece ritorno in Calabria: il 29 novembre 1933, due giorni dopo l’inaugurazione del corso di filosofia teoretica alla Regia Università di Roma, nella quale non smise di insegnare, si spense nella sua abitazione di Via Ripetta, al numero 253.
«Ed egli – si conclude così la biografia dell’intellettuale calabrese – combatté la sua battaglia da onesto solitario, come egli stesso si definì, senza mai scendere a compromessi con una cultura venata di settarismo e di legami politici».
A Francesco d’Alfonso dobbiamo il merito di aver regalato, a quanti ne erano ignari, pagine di una storia interessante, dimenticata da migliaia di carte e sepolta da strati di polvere. A Santa Severina la scuola elementare riporta il nome di questo illustre cittadino, fino a poco tempo fa sconosciuto ai più: se un domani qualcuno si interesserà al pensiero di questo intellettuale, saprà di certo a chi volgere i ringraziamenti.

Il Circolo Proudhon Milano, in collaborazione con la Casa Editrice Città del Sole, presenterà il libro sabato 21 novembre, nei locali dell’Open – More Than Books, siti in Viale Monte Nero 6 (MM3 Porta Romana).