Cosa unisce veramente due esponenti di spicco della rivoluzione conservatrice tedesca come Oswald Spengler e Arthur Moeller van den Bruck? Per capirlo bisognerebbe partire dall’affermazione della moglie di Moeller, Lucy, che nel 1932 – sette anni dopo il suicidio del marito – ebbe a dire: tentare di sapere chi fu Moeller van den Bruck equivale davvero a porre una domanda al destino tedesco. La dichiarazione sembra rimandare al titolo del romanzo autobiografico di Ernst von Salomon (Un destino tedesco, riedito nel 2016 dalla casa editrice OAKS), e pone una particolare attenzione attorno all’idea del fato che muove la Storia. Questo è il punto di partenza ideale per comprendere un filosofo come Spengler che, forse più di chiunque altro, ha incentrato la sua opera attorno all’idea di un inevitabile fatalismo.

Ernst von Salomon, Un destino tedesco, OAKS Editrice, 2016, pp. 218, euro 12,00

Ernst von Salomon, Un destino tedesco, OAKS Editrice, 2016, pp. 218, euro 12,00

Spesso scambiato per pessimista, Spengler con il suo Tramonto dell’Occidente ha profetizzato il declino della civiltà occidentale rifacendosi a una ciclicità della storia tutta nietzschiana, guardando ad essa come un organismo, come una pianta – che ha una nascita, uno sviluppo e poi una fine –, alla maniera di Goethe. Ecco altri due punti in comune tra i due pensatori tedeschi: Goethe e Nietzsche, colonne portanti del pensiero di entrambi. Moeller e Spengler hanno condiviso, volenti o meno, parte del destino della Germania. E il primo, oltre che semplice lettore, lo si scopre ora anche studioso, critico e commentatore del secondo.

Ma cosa c’è quindi a dividerli? A dare una risposta a questa seconda domanda arriva il pamphlet di Arthur Moeller van den Bruck, polemicamente intitolato Tramonto dell’Occidente? Spengler contro Spengler, pubblicato per la prima volta in italiano dalla casa editrice OAKS.

A. Moeller van den Bruck, Tramonto dell'Occidente? Spengler contro Spengler, OAKS Editrice, 2017, pp. 74, euro 10,00

A. Moeller van den Bruck, Tramonto dell’Occidente? Spengler contro Spengler, OAKS Editrice, 2017, pp. 74, euro 10,00

Nel suo saggio introduttivo Stefano G. Azzarà sottolinea l’approccio scientista di Spengler (che approdò alla Filosofia provenendo dalla Matematica), sottolineando quanto

nel chiamare in causa il destino dell’Occidente […] ne constata in effetti l’esaurimento e ne annuncia il tramonto in maniera non troppo dissimile da come avrebbe fatto uno scienziato empirista.

Ecco quindi nuovamente invalidate le accuse di pessimismo e di romanticismo che, da decenni ormai, vengono superficialmente rivolte a Spengler. Una prima risposta alla domanda che si è lasciata in sospeso più sopra è sempre Azzarà a darla. Egli nota infatti come

Spengler, pur con il suo disprezzo della retorica, rimane in tutto e per tutto un uomo dell’Ottocento [mentre] con il suo aristocraticismo latente, Moeller è […] in tutto è per tutto un uomo del Novecento.

C’è un secolo di appartenenza a dividere i due rivoluzionari-conservatori. Il secolo lungo contro il secolo breve. Non si creda però che il saggio di Moeller sia un attacco frontale e sconsiderato nei confronti del filosofo di Blankenburg. L’autore non nega certo i meriti di Spengler, e non manca di elogiarlo, laddove lo ritiene opportuno, così come non fa mancare le sue critiche. Nota infatti come

sul piano della filosofia della storia, il merito del libro di Spengler sta proprio nel fatto che parla nuovamente di destino […]. Esso esige una metafisica della storia che si fonda sulla analogia. E contiene già una concezione metafisica della storia il cui linguaggio formale è il simbolo.

Ma il primo limite che Moeller trova in Spengler risiede nell’essere un metafisico solo a metà. Agli occhi dell’autore, egli è e rimane uno scettico dell’Occidente; essenzialmente, un razionalista. Moeller ricorda che Spengler parla del suolo metafisicamente esaurito dell’Occidente e al tempo stesso promette una metafisica della storia che non ha che da arrivare e che sarà l’ultimo grande contributo filosofico che all’Occidente è ancora riservato.

Oswald Spengler

Oswald Spengler

La vera domanda che si pone a questo punto è se un razionalista possa farsi profeta e avere diritto di proclamare il tramonto. Perché – prosegue Moeller – il destino può essere compreso solo per via metafisica, non per via razionalistica. Insomma, per farla breve:

il razionalista spiega le cose e può essere confutato. Il metafisico le esprime e sta sempre nel vero.

Quindi, un metafisico contro un razionalista, a cui però Moeller riconosce la qualità di morfologo, il cui sguardo appartiene all’artista, e che lì dove dà forma rimane nel vero. Non era forse Goethe un artista? E a proposito dell’autore del Faust, ritornando all’idea del fato che muove le fila della storia, Moeller torna all’attacco per evidenziare le incongruenze nell’opera spengleriana. Ricorda infatti le parole dell’autore a proposito del destino,  da Spengler definito irreversibile. Ma – nota Moeller ricordando  Goethe ­– esso non è nemmeno replicabile. Qui – proseguendo nel ragionamento – la constatazione di Spengler si rovescia. E si rovescia contro se stessa.

Il destino è unico, dice Moeller. Ci accorgiamo allora che non è Moeller ad essere contro Spengler, ma sono le stesse affermazioni dell’autore, talvolta, ad essere contro di esso. Come indica infatti il sottotitolo del libro è Spengler ad essere contro Spengler, non certo Moeller contro di lui. Quanto al titolo vero e proprio, piuttosto scettico sulla decadenza profetizzata da Spengler, l’autore crede che l’Occidente possa salvarsi solamente guardando a Est, trovando lì nuova forza vitale per rigenerarsi e tornare a prosperare come un tempo.

Arthur Moeller van den Bruck

Arthur Moeller van den Bruck

Anche se il libro di Spengler non risolve sempre i problemi che solleva, l’autore del Das Dritte Reich non dimentica di riconoscerne la portata straordinaria, definendo Il Tramonto dell’Occidente un’opera non certo figlia del caso. L’opera di Spengler è per Moeller

il libro del destino della nostra epoca. Saremo sempre costretti a confrontarci con esso, sia che ne riconosciamo le conclusioni, sia che le contestiamo.