Sfogliare le pagine di un libro di Arbasino è come arrendersi alle altezze vertiginose degli acquascivoli per filare giù via a velocità sostenuta nonostante curve accennate e tornanti disagevoli. Esempio abbastanza rozzo ma che rende l’idea dell’avventura esaltante, eppur misurata, che è quell’esercizio di godimento e fatica rappresentato dai suoi intensi volumi. Della sua scrittura si è detto tutto ma a poco è servito visto che la sempre più gonfia melassa di scrittori che si dissemina nelle varie top ten letterarie pur non avendo niente da spartire con lui, lo cita a sproposito o lo chiama in causa incastrandolo come termine di paragone nelle più disparate metafore. Arbasino è complicato solo all’apparenza ma scrive bene; e scrivendo bene risulta complicato. Perché è capace di farci entrare in un dedalo gossipparo così come in un ginepraio di considerazioni complesse sulla vita o sulla morte, il tutto con una leggerezza forbita ed una versatilità di contenuti da far spavento. Almeno a noi, comuni mortali. Ma dovrebbe far spavento anche ai tanti scribacchini che si fregiano di quarte e quinte ristampe e di ‘ospitate’ televisive come se fossero commensali di Thomas Mann o di Proust.

o-arbasino-facebook

“Fare oggi un romanzo tradizionale ha lo stesso senso che conquistare oggi l’Eritrea o fondare oggi la Fiat”

Entrare in contatto con lui significa lasciarsi andare alla letteratura importante ma soprattutto arrendersi finalmente ad una evidente relazione semantica che supera ogni divisione tra ‘alto’ e ‘basso’. Perché vale la pena di ripeterlo, nonostante sia stato già detto decine di altre volte: la sua pagina scritta è voce narrante ed esperienza esterna, condizione esistenziale e ordinaria chiacchiera, frammenti di biografia dell’umano che non si ritrae nel non detto e ‘vede’ le persone nelle loro tinte chiare e in quelle fosche con una sincronia di tempi da lasciare allibiti. Ritratti e immagini (Adelphi, p.253, euro 23) è la sua ultima pubblicazione che consta di 25 pagine di indice dei nomi. Informazione quest’ultima, apparentemente inutile e stucchevole, ma chi segue il linguaggio letterario di Arbasino sa che connessioni e concatenamenti, indizi e informazioni si evidenziano e si diradano proprio come quei gorghi d’acqua dello scivolo di cui dicevamo all’inizio e si palesano anche attraverso vicende e aneddoti di persone più o meno conosciute.

0636f029d35e19686b454185a7965e53_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

Tanti i nomi: Samuel Beckett, Ingmar Bergman, Truman Capote, Peter Weiss, Oscar Wilde, T.W. Adorno, Leonard Bernstein, T.S. Eliot, Karl Kraus, J.M. Keynes, Marlene Dietrich, e poi Proust, Pirandello, Pascoli. Quasi settanta ritratti che sono, appunto, immagini complessive di un tempo oppure solo frammenti di un singolo e misero episodio, di un vezzo o di un tic. Un volo solo all’apparenza limitato all’epidermide mentre invece, in quella connessione che ricongiunge fatti, episodi, citazioni e fa assaporare fino in fondo lo spazio di ogni singola personalità e di ogni contesto, si lascia intravedere un mondo. Immagini che necessitano di una comprensione carsica, di uno scavo nei sentimenti o nei pensieri conditi da un profumo e da un gusto intellettuale ricercato. Su Elisabetta II: “Ricevimento di Stato in suo onore, in cima a Castel Sant’Angelo. Arrivato presto, salgo in ascensore e guardo il panorama. Più tardi emerge ansimando e zoppicando Mario Praz, che ha fatto la salita a piedi: gli hanno detto che gli ascensori sono guasti. (…). Non appena davanti alla Regina, per la presentazione, lei bene informata gli disse subito: “Ma noi ci conosciamo già”. “Eh sì” disse il Professore. “A Londra, Vostra Maestà m’ha dato una bellissima onorificenza che non ho mai occasione di portare. Neanche stasera: il Protocollo mi ha detto di no” E lei: “Come to London. Wear it there”. E poi su Harold Acton:

Benché altissimo, camminava a passetti brevi. E forse riprendeva antichi vezzi di mode oxfordiane fuggevoli, pronunciando baritonalmente i dittonghi di ‘u’ e ‘o’ di “Via Tooornabbbuuuòòòni”

Dirompenti e allo stesso tempo tortuosi come un labirinto dove però già si conosce l’uscita e quindi percorsi perlustrati con la dovuta serenità certi della buona riuscita finale. Il ritratto su Manzoni ne è paradigma. In meno di quattro pagine parte disquisisce su Don Abbondio, prendendo a prestito talune riflessioni di Carlo Emilio Gadda, intersecando Racine e Pascal, e poi citando e contrassegnando i vari Don avvicendati nel romanzo e nei libretti d’opera (Don Giovanni, Don Bartolo, Don Basilio), infine chiudendo con La sonnambula di Vincenzo Bellini e Felice Romani e per tutti traendone significati metaforici. Ma prima di tutti consigliamo la lettura delle dodici pagine, un vero e proprio saggio, su Ludwig II di Baviera, in cui riesce ad infilarci i Beatles, l’Eur, la Val Gardena, Villa Adriana di Tivoli e molto altro ancora.

Se non è goduria letteraria questa….