Illustrare l’”eterna passione dell’anima: unificare il Reale lacerato dalla Creazione […], questo gesto spirituale tanto oscuro che precede ogni simbolo, ogni mito, ogni cultura”. Questo il fine perseguito dallo storico delle religioni Mircea Eliade nel saggio Cosmologia e alchimia babilonesi, nuovamente disponibile ai lettori italiani grazie alla recente pubblicazione per i tipi di Lindau. Il volume, d’altra parte, non è una semplice riproposizione della prima edizione italiana (Sansoni, Firenze 1992): la nuova versione si avvale infatti della sapiente curatela di Horia Corneliu Cicortaş, cui si devono il confronto della traduzione italiana con l’originale romeno e la ricostruzione dell’apparato di note, nonché della valida postfazione dell’assiriologo Pietro Mander, che contestualizza questo saggio di Eliade entro lo sviluppo della disciplina assiriologica.

Mircea Eliade, Cosmologia e alchimia babilonesi, a cura di Horia Corneliu Cicortaş, tr. it. di Alba Rosa Leone, postfazione di Pietro Mander, Lindau, Torino 2017

Mircea Eliade, Cosmologia e alchimia babilonesi, a cura di Horia Corneliu Cicortaş, tr. it. di Alba Rosa Leone, postfazione di Pietro Mander, Lindau, Torino 2017

Se la rilevanza filologica della presente edizione risulta così comprovata, occorre ora comprendere la rilevanza contenutistica dello studio eliadiano. Un’importanza che travalica il campo dell’assiriologia – disciplina che Eliade mai approfondì accademicamente – per assurgere a exemplum metodologico di un nuovo modo di guardare ai fenomeni. Da questo punto di vista, risulta illuminante la prefazione al saggio, nella quale Eliade precisa, in polemica con taluni critici della sua opera, come l’argomento settoriale, “specialistico”, della sua erudita trattazione sia soltanto un ambito esemplare a cui applicare “un metodo per certi versi rivoluzionario, che può rivelarsi estremamente fecondo nella filosofia della cultura”. Di quale metodo si tratta? Esso si fonda, spiega Eliade, sulla convinzione che:

“Con ogni nuova scoperta fondamentale l’uomo non si limita ad ampliare la sfera delle sue conoscenze empiriche e a rinnovare i suoi mezzi di sostentamento; egli scopre altresì un nuovo livello cosmico, sperimenta un altro ordine di realtà”.

Tutte le esplorazioni umane, pertanto, anche le più quotidiane e apparentemente profane, portano con sé una venatura simbolica che non può essere ridotta né a tassello necessario di una lunga catena meccanica e causale, come vorrebbe lo storicismo, né a stadio ingenuo e superstizioso dello sviluppo scientifico, secondo il dettato di certo scientismo obiettivista e reificante. Se “la scienza moderna ha orgogliosamente ignorato il significato cosmologico e il valore sperimentale di tali scoperte”, Eliade pone al centro della propria ricerca precisamente quell’esigenza spirituale che conduce l’uomo – la sua componente metastorica, perlomeno – a interrogarsi radicalmente su quella scissione originaria che anima il cosmo, e a tentare, con gli strumenti del rito, del mito e del simbolo, di farsene carico e porvi rimedio.

Lo storico delle religioni Mircea Eliade, nel suo studio, ritratto con la sua inseparabile pipa.

Lo storico delle religioni Mircea Eliade, nel suo studio, ritratto con la sua inseparabile pipa.

In Cosmologia e alchimia babilonesi questa metodologia viene applicata allo studio dell’alchimia e, più in generale, del valore simbolico e religioso della metallurgia, nelle cultura babilonese. Il saggio si inserisce in un più ampio percorso di ricerca: pubblicato in romeno nel 1937, segue L’alchimia asiatica (1935, dedicata all’India e alla Cina) e precede il più maturo Forgerons et alchimistes (1956). La tematica dell’alchimia, che Eliade riconosce quale pratica spirituale e soteriologica, del tutto distante dalla chimica scientifica, che ne oblia radicalmente la natura di esperienza mistica e simbolica, si innesta d’altra parte nella più ampia indagine compiuta da Eliade nell’arco della sua intera speculazione: il tentativo, insieme fenomenologico, comparatistico ed ermeneutico, di identificare i nuclei simbolici comuni a tutte le religioni. Sotto questo profilo, Cosmologia e alchimia babilonesi anticipa numerosi fra i temi che saranno più metodicamente affrontati nella sua opera più celebre, il Trattato di storia delle religioni, uscito nel gennaio del 1949.

L'ultima edizione del trattato di storia delle religioni, pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2008

L’ultima edizione del Trattato di storia delle religioni, pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2008

Sebbene alcune delle nozioni ermeneutiche fondamentali dell’Eliade maturo, quali quelle di morfologia del sacro, dialettica ierofanica, mito come storia esemplare, “nostalgia del Paradiso”, distinzione fra tempo sacro e profano, non siano ancora state esplicitate, si mostra già con evidenza la forza della consapevolezza metodologica eliadiana. Essa difatti conduce alla scoperta di alcuni archetipi religiosi fondamentali: l’omologia tra il Cielo e il Mondo, secondo cui tutto ciò che esiste sulla terra esiste pure in Cielo e viceversa; il simbolismo del Centro (cosmico e, insieme, interiore); l’affinità fra le figure del trono, del tempio e della montagna cosmica, in connessione all’Axis Mundi e all’Albero della Vita; infine – ma l’elenco potrebbe continuare a lungo – il significato simbolico delle pietre, cui nel Trattato dedicherà un intero capitolo (il sesto) alla luce delle ierofanie telluriche.

Il Taj Majal, monumento-simbolo dell'India, il Paese che fu sempre meta dei viaggi di Eliade per la sacralità che esso emana.

Il Taj Majal, monumento-simbolo dell’India, il Paese che fu sempre meta dei viaggi di Eliade per la sacralità che esso emana.

Questi segnavia vengono rapportati alla cultura babilonese, quali strumenti esegetici della sua spiritualità, e confermati nella loro validità dal continuo riferimento comparatistico alle più disparate tradizioni religiose. Eliade tenta così di fornire al lettore un quadro comprensibile di una civiltà arcaica e affascinante: la pianta della città di Ninive, i fiumi Tigri ed Eufrate, le iscrizioni cuneiformi, le ziggurat, tutti questi elementi vengono mostrati nel significato che gli antichi sperimentavano in essi, nella loro intima connessione col divino. Fine ultimo di questa spiritualità tradizionale, peraltro comune a tutte le altre, sarebbe la realizzazione mistica e rituale che permette la connessione fra microcosmo (umano) e macrocosmo (cosmico), sanando quella dia-bolica – così direbbero i mistici – scissione originaria.

Una scena tratta dal film di Antonio Hernández Il Cavaliere del Santo Graal, 2011

Una scena tratta dal film di Antonio Hernández Il Cavaliere del Santo Graal, 2011

La lettura di Cosmologia e alchimia babilonesi può lasciare il lettore interdetto, ma certamente non indifferente. Il denso sostrato spirituale della ricerca di Eliade, che per molti punti converge con quella degli autori del Pensiero di Tradizione, da Evola a Guénon, da Coomaraswamy a Schuon, pur discostandosene decisamente rispetto a certe prese di posizione, offre nozioni numerose e dotte, ma, soprattutto, prospettive alternative, dissidenti persino. Il coraggio intellettuale di uno studioso che negli anni Sessanta (quelli del ’68) avrebbe diretto insieme a Ernst Jünger una rivista, “Antaios”, la cui premessa era che “un mondo libero può essere solamente un mondo dello spirito” – quale eresia per il materialismo novecentesco! – si avverte già nel presente testo, laddove Eliade afferma, in merito agli stadi dello sviluppo culturale:

“Nella storia mentale dell’umanità, queste tappe non rappresentano sempre un passo in avanti, un’’evoluzione’. Certe scoperte condussero talvolta a una concezione sterile del cosmo e della vita, che concentrarono l’attenzione dell’uomo sulle leggi della materia inerte, rendendo incomprensibile il simbolismo delle culture tradizionali e distorcendo persino i princìpi metafisici”.

Con la sua costante ricerca, Eliade ha cercato di seminare, tanto in ambito accademico – si pensi ai suoi corsi a Bucarest, Parigi e soprattutto (dal 1956 in poi) a Chicago – quanto extra-accademico – si consideri l’attività pubblicistica e la produzione letteraria – i germi culturali che preparassero l’avvento di quel nuovo umanesimo da lui tanto auspicato. Capace di riunire il sapere scientifico moderno e le esigenze spirituali e simboliche in un’antropologia organica e integrale. Cosmologia e alchimia babilonesi è uno snodo, singolare e intrigante, lungo questo percorso.