Quante volte la memoria

Per fingere che è ancora qualcuno

Ci racconta una grande storia

Dove è presente nessuno

F. Pessoa

E’ stata davvero una bella sorpresa la lettura di questo bel romanzo dimenticato che è Memo. Se il titolo ha l’attraente e magnetica fascinazione del latino ricordare memento –perché a questo verbo si riferisce, il destino sembra però avergli tenuto in serbo un vero e proprio contrappasso dantesco. Memo, il libro del ricordo, è stato dimenticato. Il lavoro dell’autore non ha avuto il successo meritato. Se non avesse meriti per altre pubblicazioni, la Baldini, meriterebbe la fucilazione alla schiena: pratica adottata nei confronti dei traditori della Patria. Un vero delitto culturale, questo. Ebbene, facciamolo noi. Ricordiamo. Se il titolo è affascinante, non si può dire lo stesso per il nome dell’autore. Ci si riferisce al sicilianissimo Pippo Russo, nome che pare rimandare a uno dei tipici nomi de ‘u lattaro dei paesi del meridione che un tempo passava per le case a distribuire il latte appena munto. Ma non bisogna farsi trarre in inganno. L’autore è un giornalista, noto più che altro per le sue cronache e ritratti sportivi. Ha collaborato, tra le tante testate, con L’Unità, Il Messaggero, GQ, Il Manifesto, Il Riformista e Il Fatto Quotidiano. E’ professore di sociologia all’Università degli studi di Firenze, saggista e romanziere. Memo è il suo secondo romanzo. In un luogo fuori dallo spazio e dal tempo si erge, in mezzo a delle colline incantate, una piccola comunità di abitanti che hanno il privilegio di vivere immersi in una natura di incomparabile bellezza. Oblivia è il suo nome. Come per il titolo del romanzo, anche in questo caso il nome è simbolico, allegorico. L’autore allude, appunto, all’oblio, concetto che si contrappone in maniera radicale al messaggio del titolo del libro. E il lettore, così come i numerosi personaggi che popolano quest’opera originale e preziosa, dovrà combattere contro di esso per far riaffiorare il ricordo, la coscienza di tutti. In apparenza Oblivia è relegata in un angolo di paradiso. Una comunità autosufficiente che crede di non aver bisogno di niente e di nessuno, che ha letteralmente tagliato i ponti con l’esterno. Perché la Natura ha fatto sì che il ponte, praticamente inutilizzato, che collegava Oblivia al mondo esterno, sia caduto da tempo. E nessuno si è mai curato di ricostruirlo. Non se ne sentiva il bisogno, a Oblivia.

Si sentiva invece il bisogno di un romanzo di tale portata in un paese (con la minuscola!) come il nostro, che si è ridotto ad essere periferia del mondo, in cui non accade più nulla. Se ne sentiva il bisogno, per chi vive in un Occidente chiuso in se stesso, autoconvintosi di vivere nel “migliore dei mondi possibili”, come a Oblivia. Una sorta di apparente ed eterno equilibrio pare regnare in essa. La semplicità imperante, se non la mediocrità assoluta, è lo stile di vita che Oblivia ha imposto a se stessa, da tempi immemorabili. Perché nessuno ha Memoria ad Oblivia. Gli stessi abitanti sono quasi tutti imparentati tra loro. Una sorta di dinastia biblica, come i figli di Abramo, pare abitare questo pezzo di mondo incantato. Essi hanno nomi antichi e parlano una lingua antica, fuori dal tempo: eterna. Padre Evan, Prisca, Morio, Uta, Zelda, Cora, Delo, Gabrio, Fabia…questi alcuni dei nomi di coloro che popolano la comunità di Oblivia, che ha paura del diverso, che non riconosce l’altro da sé. E il riconoscimento dell’Altro è il compito più difficile per ognuno. L’unica maniera per imparare a stare al mondo. Ogni capitolo è un personaggio, una storia, a volte due, intrecciate tra loro. I migliori sono il capitolo 8 (Morio), il più sorprendente, e il capitolo 23 (Prisca), il più duro e il più bello. Come duro, antico e bello e lo stile poetico che l’autore utilizza per far riaffiorare questi ricordi sepolti; questo canto bello e tremendo che è la storia di Oblivia. Uno stile barocco, simile ma diverso da quello di un altro bravo scrittore siciliano come Pietrangelo Buttafuoco, incanta il lettore del romanzo.

L’equilibrio che si è saldato da tempo, da tempo immemorabile, a Oblivia, pare indistruttibile. Ma, con l’arrivo dello Straniero, qualcosa cambierà. Questo elemento estraneo ricorderà, con la sua semplice venuta, come per magia, il passato di ognuno. E l’equilibrio sulla quale Oblivia si era sempre retto parrà irrimediabilmente incrinato. Il mondo che essa rappresenta è destinato ad implodere su se stesso. Un soggetto alieno al proprio Universo sarà additato come il responsabile, come il colpevole. Colpevole di riportare la coscienza. Colpevole di aver ricordato il ricordo. E ogni abitante, pian piano, uno dopo l’altro -come i tasselli del Domino- prenderà coscienza. E ricorderà…ricordi. Ricordi di un ricordo. Di un ricordo che Oblivia non vuole ricordare.

«Sforzo vano è ricordare. È come stringere l’acqua nel pugno, e vederla scivolare da ogni lato. Non c’è stretta capace di contenere l’acqua del ricordo. E poi la goccia residua sul palmo è povera cosa, destinata a evaporare dopo aver stagnato […] Perché ciò che non ricordi non racconti, e ciò che non racconti non esiste. Non ricordare è come non essere mai esistito».