“E affanculo tutto, quant’evvero iddio mi piazzo in una campagna in Nicaragua, in Messico o in Belize grattandomi tutto il giorno e scrivendo qualche cosa ogni tanto. E mi sciacquo le palle ai Carabi tutte le mattine alla faccia di chi lavora tutta la vita come un fottutissimo servo della gleba medievale, magari per comprarsi una casa di merda, una macchina di merda, allevare marmocchi di merda e abbonarsi a Sky per vedersi le partite del merdosissimo calcio con la panza piena di pizza al taglio di merda. Io no!”.
M. Makovec

Un nuovo talento è nato nella letteratura italiana. Ma nessuno se n’è accorto. È il nuovo Enrico Brizzi, è il nuovo Bianciardi. È un tipetto arrabbiato, un po’ Accio Benassi, un po’ giovane Salinger. Cinico come Bukowski e crudo come Inrvine Welsh. Ma soprattutto, tanto, tanto Céline. Il suo nome è Maurizio Makovec, in arte Fernando Letizia. Nato a Viterbo nel 1972, si è laureato a Siena in Letteratura Comparata con una tesi su Louis-Ferdinand Céline, pubblicata poi da Settimo Sigillo con prefazione di Alain de Benoist. Senza Makovec, Massimo Fini non avrebbe mai letto il Viaggio al termine della notte. È stato proprio lui a convincere il grande giornalista milanese a leggere Céline, l’antisemita. Fini si dirà poi entusiasta per quella che definirà come “l’ultima grande lettura, l’ultimo grande romanzo della mia vita”. Ma più che al Viaggio al termine della notte,  il romanzo di cui vogliamo parlare, somiglia tanto a Morte a credito. Nel 2009 la Coniglio Editore di Roma ha sfornato un gran bel libro, che è precipitato – come un sasso nello stagno del conformismo, come una meteora effervescente- ardendo tra gli scaffali delle librerie italiane. E aspetta solo di essere letto.

Se Céline, il grande maledetto di Francia, rubò il nome alla nonna per farne il suo nome d’arte, Makovec lo sottrae alla sua e lo appioppa al suo alter ego: Fernando Letizia (Fernando come Ferdinand, Letizia come Céline). Ed è proprio allo scrittore francese che il bel romanzetto è dedicato. La sua presenza si avverte, eppure Céline non c’è… Sarà scappato nuovamente, via da qualcosa, via da qualcuno. Céline è fuori stanza è infatti il titolo del romanzo in questione. Titolo che rimanda alla routine impiegatizia che affligge molti lavoratori di oggi. Quando infatti si alza il ricevitore per rispondere ad una chiamata che non è diretta a noi, ma ad un altro collega d’ufficio, è quello il momento in cui pronunciamo la fatidica frase: “Il collega è fuori stanza”. C’è ma non c’è, non è presente al momento, ma la sua presenza si annuncia imminente. Come si avverte la presenza di un Céline dietro le pagine di questo romanzo. Ed il sottotitolo il futuro è una rapina (che pare tanto esser stato rubato dal verso di una canzone di Fabri Fibra) annuncia il finale del libro, che comincia proprio dall’epilogo. Il protagonista di questa storia si ritrova in piena notte con passamontagna in testa, chiave inglese nella mano sinistra e una bomba molotov nella destra. ”È tutto precipitato…gli eventi si sono turbocapitalizzati…tutto, all’improvviso, un casino…questo fiume d’odio mica lo volevo io!”.

Solo chi non ha mai letto Céline non può scorgere in questa citazione iniziale lo stile tipico del grande e maledetto scrittore francese. Gli ingredienti ci sono tutti: i tre puntini di sospensione… (per far meglio fede al discorso parlato), una scena surreale, le iperboli, qualche punto esclamativo e tanta bile da vomitare in faccia al mondo intero. Ecco spiegato il titolo del romanzo, in cui Céline non compare ma rimane in penombra (come gli è più congeniale). La sua presenza si avverte ma non si può constatare. Il suo fantasma si aggira alle spalle del lettore. La sua, insomma, è una presenza-assenza. Ma di cosa parla questa storia? La domanda è legittima. Che non parli di Céline lo si è ben spiegato, ma che si utilizzi il suo parlato per narrarla dovrebbe esser ormai chiaro. “Ancora un altro fottuto romanzo generazionale!”. Ecco come si potrebbe efficacemente definire quest’opera, imitando lo stile dell’autore.

Maurizio Makovec, alias Fernando Letizia, racconta infatti la paura -seguita dal menefreghismo e dalla rassegnazione- della generazione del consumismo e del benessere. Qui c’è tutto: la rabbia nei confronti dell’ambiente universitario e dei professori “baroni” che lo abitano, il tentativo malriuscito di realizzare i propri sogni, la corsa per il posto fisso, lo scontro con i padri… poi le delusioni, la fuga all’estero per abbandonare l’Italia sempre carogna… magari verso paradisi giovanili come Amsterdam, per bere, fumare e fottere liberamente, in cerca delle migliori prostitute delle vetrine europee. ”Alcool, droga e puttane… giusto quello che ci vorrebbe per uscire dalla mediocrità standardizzata della quotidianità”. La fuga per la figa, si potrebbe riassumere con un volgare ma efficace gioco di parole alla Makovec. “Che si fotta il futuro, sono giovane, anarchico e rivoluzionario! Freguntubo del vostro futuro, dei vostri sacrifici da gioventù postbellica – altra storia, altre generazioni, cosa vuoi paragonare… noi siamo i figli del vostro stupido benessere – freguntubo di una posizione […] Anzi, la posizione è proprio quello che non voglio! […] mi basta un cantuccio, un angolo dove mi si lasci in pace…in pace! Solo una piccola cuccia!”. Il protagonista di questo romanzo picaresco si muove tra discorsi pazzoidi, fughe rocambolesche, deliri brigatisti e nazionalisti, con accessi anarchici, crisi post-adolescenziali, rapine e rotte caraibiche.

I genitori vogliono che Fernando si sistemi una volta per tutte. Posto fisso. E statale, anzi! E nella Guardia di Finanza, perdio! Meglio di così si muore. Ma Fernando non ci sta. Fa l’esame in Accademia affinché i genitori non gli rompano le palle dicendo che non ci ha nemmeno provato. Ma lo fa a modo suo. Al tema d’esame sulle origini e il senso dell’Europa, Fernando ci mette dentro “certi contenuti nazisti da far impallidire lo Zazzi di Culicchia”, apposta per provocare e non passare. Per spararla grossa, per inorridire, disturbare e far storcere il naso. È politicamente scorretto, il ragazzo: “in sostanza gli ho detto in faccia che l’Europa era già unita sotto le bandiere del Terzo Reich […] dicevo pure che Mussolini avrebbe dovuto sterminare i preti, la destra nazionale e i conservatori… e portare a termine la rivoluzione del fascismo di sinistra con nazionalizzazioni e socializzazioni. Un po’ di fasciocomunismo ci voleva!”. Gli piace stare dalla parte sbagliata. Proprio come Céline… che c’è, ma non c’è. È fuori stanza, arriva subito. Attendetelo pronti o vi salterà in faccia quando meno ve lo aspettate. Il nostro Fernando però la spunta, ottiene quel che vuole: “Alla fine me la sono sfangata. Non sarà un bamboccio con le stellette. Niente Accademia, Sììì!!!”. Fernando non dà retta a nessuno e fa di testa propria. Vuole fare lo scrittore e tenta la difficile carriera nel decadente e miserabile mondo dell’editoria italiana. Manda il manoscritto del suo primo libro Lacché, fighette e dottorandi a tutti gli editori, grandi e piccoli, ottenendo sempre risposte standard ed evasive, se non freddi rifiuti incredibilmente rapidi e sbrigativi. Il libro è per certi versi un romanzo nel romanzo, un work in progress. Un metaromanzo, per farla breve.

Il malessere del protagonista è lo stesso che anima molti di coloro che sono nati tra l’inizio degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta, abbracciando così due generazioni in una. Non manca niente. C’è tutta la misantropia, l’odio per l’umanità e il mondo intero. Da cantare con l’ululato tipico del Principe della notte, come un vero céliniano. “Cosa vuole la gente? Sesso! Sesso e sesso! La gente è morbosa… si fa le pippe coi pornazzi feticisti, si guarda i culi delle zoccolette tipo veline. La gente è morbosa porca vacca e vuole leggere cose scabrose, si eccita e rosica parecchio perché la stragrande maggioranza di loro neanche ci riesce più a fare sesso come si deve…”. E dato che siamo in tema, il sesso esplicito -fedele alla scuola del grande assente- non manca di certo in queste pagine. E sono proprio queste quelle che fanno più ridere il lettore. Il capitolo dedicato alla “scopata sfumata” è qualcosa da piegarsi in due dalle risate (operazione rara da ottenere, solo le grandi penne vi riescono).

Fa ridere, ma anche pensare, Maurizio Makovec. Perché –e sono parole dell’autore- “il libro oltre a divertire deve anche essere una sorta di invito alla rivolta di fronte alla corruzione, al cinismo e allo schifo quotidiano ricorrente”. Infatti il nostro Fernando rifiuta il consumismo, l’americanismo, l’inutile benessere, le guerre fatte apposta “per consumare ancora petrolio”. Il suo “è il rifiuto di un sistema marcio e perverso che ti cresce e ti vuole esclusivamente come un consumatore, un target della pubblicità, un cliente, uno strumento d’un benessere materiale inutile e infelice, un benessere che in realtà è solo malessere”. Come non riconoscerlo come uno di noi? Il suo no al mondo occidentale e il suo netto rifiuto alla società dei consumi è anche il nostro. Si trovano poi in queste pagine riferimenti a tanti scrittori e intellettuali a noi cari: Alain De Benoist, Marco Tarchi, Julius Evola, Giordano Bruno Guerri, Charles Bokowski, Karl Marx, Louis-Ferdinand Céline, Antonio Pennacchi, J.D. Salinger… Per lui destra e sinistra non esistono più, chi le vuole? Perché il problema (per lui come per noi) è un altro: “Il problema è la scomparsa delle culture popolari, delle tradizioni delle genti, il problema è l’ultraliberismo, il capitalismo che schiaccia l’uomo, il mercato al centro di tutto, il materialismo […] io non sono né di destra né di sinistra, seguo la filosofia delle nuove sintesi di Alain de Benoist […] mi sta bene Che Guevara come Mussolini” e si esalta per “Hugo Chavez Presidentissimo del Venezuela”. Ecco qui la sua visione metapolitica del mondo.

Ma se è il talento ad accomunare Makovec all’autore del Voyage, pare che Céline abbia lasciato ai propri eredi anche la sua cattiva sorte. Il romanzo non ha avuto il successo sperato e meritato. L’editore è fallito dopo sei mesi dalla pubblicazione del libro. E dire che l’autore nel romanzo si autodefiniva, senza alcuna modestia, “un grande giovane scrittore in erba che scuoterà il polveroso e patetico mondo letterario italiano”. Il mondo editoriale è troppo misero, ignorante e assopito per poter degnare d’attenzione un giovane scrittore di talento. È troppo intento ad annunciare il prossimo libro di Fabio Volo, che invece si trova in tutte le librerie.

Ora Maurizio Makovec lavora come impiegato al comune di Viterbo… destino infame! E quando squilla il telefono dell’ufficio chiedendo di un collega momentaneamente assente, gli tocca rispondere: “Non c’è, è fuori stanza”. Ma quando chiedono di Céline è lui a rispondere… imitandone perfettamente la voce.