“Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”. È questo uno degli slogan più famosi ripetuti costantemente dal Socing, il partito dominante in Oceania, uno dei tre regni dell’universo distopico di 1984. George Orwell scrisse il romanzo, nel 1948, per condannare ogni forma di totalitarismo, a seguito degli eventi che aveva vissuto sulla propria pelle (come l’esperienza da volontario durante la guerra civile spagnola). In una lettera del 1949, precisò: «Il mio recente romanzo NON è inteso come un attacco al Socialismo o al Partito Laburista (di cui sono sostenitore), ma come la denuncia delle perversioni…che sono state parzialmente realizzate nel Comunismo e nel Fascismo». A quasi settant’anni dalla sua uscita, l’attualità del romanzo resta indiscussa, non tanto per l’obiettivo polemico (i totalitarismi del ventesimo secolo), ma per alcuni caratteri comuni ad ogni forma di governo di massa (tra cui quello liberal-democratico). Uno di questi è rintracciabile nella pretesa di voler indirizzare la storia a proprio piacimento. Come è noto il protagonista del libro, Winston Smith, lavora presso gli uffici del Ministero della Verità, l’istituzione incaricata ad alterare la storia, al fine di adattarla alle necessità del Partito: tutto ciò che non è in linea col Socing, viene costantemente riscritto, modificato o, direttamente, eliminato. La base di questo processo è costituita dal “Bipensiero”, termine in neolingua, che simboleggia il meccanismo psicologico secondo cui ogni pensiero può essere e non essere allo stesso momento. Di conseguenza, gli abitanti dell’Oceania, simultaneamente, credono alla veridicità (o falsità) di una cosa e inconsapevolmente alla sua falsità (o veridicità). “Bipensiero” diventa così sinonimo di “Ortodossia”, in quanto proprio quest’ultima: «consiste nel non pensare — nel non aver bisogno di pensare. L’Ortodossia è inconsapevolezza».

Una forma di ortodossia storica è ben radicata anche nella realtà occidentale contemporanea, che per molti altri aspetti, è bene sottolinearlo, differisce da quella orwelliana. Generalmente, a partire dalle scuole primarie, per storia si intende lo studio del passato. Come per altri campi del sapere, quest’indagine assume, nel corso del tempo, un carattere monolitico, perdendo totalmente il carattere critico che la dovrebbe contraddistinguere. Gli studenti si approcciano ad una miriade di fatti, senza capirne i contesti, le motivazioni e le conseguenze. Il risultato di questo processo è che la storia diventa un terreno di facili giudizi, tra presunti santi e demonizzati peccatori. Inoltre, così come qualsiasi elemento di disturbo per il Socing va eliminato da ogni forma di ricordo storico, attualmente si assiste al paradosso, per il quale, durante gli anni di istruzione obbligatoria, non si trattano affatto gli ultimi decenni. In rari casi, si accenna l’inizio della Guerra Fredda, ma di norma, il confine, tra passato e presente, viene tratteggiato alla fine del secondo conflitto mondiale. Eventi di estrema importanza per comprendere la realtà attuale (i conflitti arabo-israeliani, il Vietnam, la caduta del Muro, le due guerre del Golfo e molto altro ancora) vengono tenuti fuori dalle aule scolastiche e riservati ai pochi interessati all’università. In questo caso, la conseguenza è quella di assistere quotidianamente a persone che esprimono opinioni riguardo i fatti attuali, ignorando totalmente il contesto della discussione. Di fatto, nel dibattito pubblico odierno, la storia, da un lato è divenuta il pretesto di condanna o apologia di movimenti del secolo scorso (tant’è che si parla ancora di fascisti e antifascisti), dall’altro è la grande assente per la comprensione adeguata del presente.

L’errore, che sta alla base di questi due fenomeni interconnessi, risiede nella riduzione della storia alla conoscenza del passato. Il medievalista Marc Bloch, nella sua Apologia della storia, sostiene che la disciplina storica consiste nello studio degli “uomini nel tempo”. Da qui, la celebre metafora secondo cui il bravo storico somiglierebbe all’orco della fiaba: «là dove fiuta carne umana, là è la sua preda». In questo senso, lo studio storico dovrebbe necessariamente estendersi al tempo presente, anche per provare a delineare il futuro. L’analisi di Bloch ripercorre gli altri temi accennati in questo articolo, capovolgendoli: dalla condanna della mania di giudizio storico, alla consapevolezza che il mestiere di storico non sia solamente un ammasso di date e fatti. Così come Orwell, pure Bloch non è stato solamente un letterato, ma anche un cittadino e un soldato durante la prima guerra mondiale. Il compito della storia dovrebbe essere proprio quello di rendere consapevoli le persone nella quotidianità, al fine di impedire, a qualsiasi forma di potere, totalitario o meno, nazionale o transnazionale, di trasformare la pace in guerra, la schiavitù in libertà e l’ignoranza in forza.