Ha  ancora senso scrivere oggi? Ha davvero senso scrivere in un mondo in cui lo fanno tutti, in cui ognuno ha un proprio personale pulpito, per quanto piccolo e poco autorevole, dal quale discettare, pronunciarsi e sproloquiare, in cui può dilettarsi in ogni momento in tutti gli stili e le modalità che vuole? Risulta razionale scrivere un libro in un contesto in cui, come denunciava già Leopardi quasi due secoli fa nel celebre Dialogo tra Tristano ed un suo amico, sono più quelli che scrivono che quelli che leggono? Nel mare magnum digitale, nel magma vulcanico della rete in cui le dinamiche che consentono di emergere sono spesso legate da fattori extra-letterari, appare saggio mettersi in discussione provando a scrivere qualcosa di più significativo, che non si accontenti solo di intrattenere e divertire, ma voglia anche commuovere, scuotere, smuovere le coscienze e gli spiriti?

Spostando la prospettiva del discorso su un piano meno sociologico e più letterario, la domanda se abbia o no senso esser scrittori sembra ancora più legittima: dopo il Novecento incendario che ha sconvolto tutti i canoni e tutti i criteri, in cui l’arte in generale è finita in balia del più radicale soggettivismo, che ruolo ha il milite della penna? Nell’Ottocento Dostoevskij aveva anticipato la bonifica dinamitarda del secolo breve, frantumando il romanzo borghese, dickensiano e vittoriano, proponendo un nuovo tipo di narrazione in cui non esistessero quieti paesaggi, pause e luoghi ameni; ma solo i dissidi interiori più laceranti dell’uomo, i suoi angelici gesti di pietà ed i suoi spaventosi fantasmi, le siderali alienazioni dell’anima e i suoi più potenti ritorni alla vita. Per Pirandello, certamente non un parvenu,  Delitto e Castigo costituiva il punto di non ritorno della letteratura mondiale, o perlomeno della grande letteratura di prosa. Il romanzo aveva avuto la sua forma più compiuta, aveva così concluso la sua epopea storica, occorreva allora cercare nuovi orizzonti, nuove forme, nuove tecniche espressive, e forse fu proprio per questa folgorazione che il grande siciliano passò al teatro, più elasticamente capace di adattarsi alle stagioni dell’uomo. Negli stessi anni anche Joyce, scrivendo l’Ulisse, segnalava di aver recepito l’eredità russa, avendo cercato di scrivere quello che in qualche modo era un “post-romanzo” (una definizione che Joyce ricusò ma che fu adombrata da Eliot).

Luigi Pirandello tentò di trovare nuovi sbocchi letterari in forme diverse dalla letteratura, “esauritasi” con il grande ciclone russo del XIX secolo. Oltre al teatro, se la morte non l’avesse raggiunto precludendogli quest’ultima aspirazione, avrebbe certamente usato il cinema per raccontare le nevrosi della modernità. In una delle sue ultime interviste dichiarò «voglio indicare nuove strade al cinema». Non tutti apprezzarono il coraggioso sperimentalismo Pirandelliano: celebre la stroncatura di Croce, che definì ingenerosamente quello pirandelliano uno «sconclusionato filosofare»

Tuttavia, questa ricerca portentosa, che investì tutta Europa nei primi anni del Novecento, fu poi in qualche modo derubricata come eccentricità o scommessa di qualche genio, ma bastò poco per tornare ad uno stato di sostanziale riproposizione di vecchi modelli e vecchie forme. E se ancora Arbasino si rendeva conto che: «Scrivere un romanzo tradizionale, oggi, sia come tentare di invadere l’Etiopia o di rifondare la Fiat». Ovvero una cosa anacronistica, è anche vero che tutta la generazione successiva ad Arbasino è stata ricca di romanzieri e povera di spunti sperimentali veramente di rottura. Come ha denunciato molto onestamente Filippo La Porta, che pure è un intellettuale e critico sinistrorso formatosi nel movimento studentesco, una certa intellighenzia nostrana ha portato ad una lenta e progressiva squalifica della letteratura, che da forma espressiva capace di mostrare una propria visione del mondo e della vita, della realtà e dell’uomo, è finita per essere degradata ad una forma di intrattenimento per semicolti.

Se prima ad un libro si chiedeva una ragion d’essere, un motivo di esistenza; ora al libro si chiede quello che si chiede ad un videogioco o ad un programma Tv, cioè che ci distragga, ci acquieti, conforti le nostre certezze e rinfranchi i nostri pregiudizi

La Porta indica Eco come principale responsabile di questo progressiva confusione di letteratura ed intrattenimento, di cultura alta- quindi intimamente sintonizzata col sentire popolare- e cultura media o pop, ovvero un contenuto fatuo incartato in una patina di dotta erudizione, che non smuove il lettore ma lo insuperbisce e lo fa sentire superiore all’uomo della strada, al rustico, al proletario. In tutto questo è lo scrittore medesimo che finisce per essere assolutamente squalificato, destituito di tutta la sua autorevolezza, di tutta la propria forza artistica e morale e persino del suo fascino. Lo scrittore è ridotto a burocrate, replicabile in apposite scuole secondo gli schemi rigidi e fissi della catena di montaggio.Se per Nietszche i filosofi accademici erano operai della filosofia, gli scrittori di oggi sono dei manovali della prosa, autoreferenziali mollaccioni in cachemire che conducono esistenze medie e borghesi senza alcun eroismo e afflato morale, senza neanche l’ombra di quell’anelito alla “trasparenza” di cui parlava Camus.

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Una foto di Baricco che promuove la sua scuola di scrittura. A questo proposito, citiamo testualmente da Morte nel Pomeriggio di Hemingway: «Qualsiasi arte è fatta soltanto dall’individuo. L’individuo è l’unica cosa che ci sia e tutte le scuole servono solo a classificare i propri membri come falliti»

Se mettiamo in fila tutte queste cose, viene da farsi prendere dallo sconforto e dalla rassegnazione. A ben vedere, però, ci sono anche motivi di credere che la letteratura non sia destinata a sparire, e che anzi questo stato lievemente comatoso presagisca una rinascita o almeno una riscossa. Pur vivendo in un’epoca di massificazione che a volte favorisce l’emersione di nullità opportuniste, quando qualcosa è ben scritto, poggia su basi solide e proviene da lontano in termini di esperienze, letture e passioni, alla fine nella grande maggioranza dei casi emerge, ed è altrettanto vero che il successo basato sul nulla -all’inizio fragoroso, trasversale e  roboante- alla fine si spegne come un fuoco fatuo, mentre le cose che hanno un valore con gli anni restano, ed anzi vengono capite meglio e si arricchiscono, “restano” per dirla alla Hemingway. Inoltre, è vero che la letteratura sia in uno stato di ridefinizione, riassestamento e crisi d’identità, ma questo accanto alle difficoltà può aprire, per chi è giovane e ha voglia di mettersi in discussione, nuove prospettive, nuove tecniche espressive e nuove formule di scrittura. Quello che oggi probabilmente si deve evitare è tentare di far rivivere un romanzo agonizzante, ripercorrere passi altrui, inseguire epoche e stili di un tempo andato:

Il nuovo imperativo è scrivere pericolosamente!

Una messinscena di Sei Personaggi in cerca d’autore. Pirandello non fu il solo a vedere nel teatro uno sbocco quasi necessario della sua produzione artistica. Scrive Albert Camus nel Mito di Sisifo: “Mimo del caduco, l’attore si esercita e si perfeziona soltanto all’apparenza. La convenzione del teatro è che il cuore si esprima e si faccia comprendere soltanto con i gesti e con la presenza fisica, o con la voce, che fa parte tanto dell’anima che del corpo. La legge di quest’arte vuole che tutto sia esagerato e tradotto in carne. (…). Il corpo è re.(…). Parlo, naturalmente, del gran teatro, di quello che offre all’attore l’occasione di dare al suo destino un contenuto esclusivamente fisico”. In un mondo disincarnato e virtuale, quant’è dirompente questo messaggio?

Una messinscena di Sei Personaggi in cerca d’autore. Pirandello non fu il solo a vedere nel teatro uno sbocco quasi necessario della sua produzione artistica. Scrive Albert Camus nel Mito di Sisifo: «Mimo del caduco, l’attore si esercita e si perfeziona soltanto all’apparenza. La convenzione del teatro è che il cuore si esprima e si faccia comprendere soltanto con i gesti e con la presenza fisica, o con la voce, che fa parte tanto dell’anima che del corpo. La legge di quest’arte vuole che tutto sia esagerato e tradotto in carne. (…). Il corpo è re.(…). Parlo, naturalmente, del gran teatro, di quello che offre all’attore l’occasione di dare al suo destino un contenuto esclusivamente fisico». In un mondo disincarnato e virtuale, quant’è dirompente questo messaggio?

La letteratura nel Novecento ha lambito e sfiorato il confine che la separa dalla vita: Joyce ha scritto un romanzo che ritraduceva una giornata di vita quotidiana, senza imbellettamenti ed accomodamenti letterari; Pirandello ha scritto per il teatro cercando di dar vita alla propria scrittura, di trasformare i personaggi in uomini vivi, le parole eteree ed evanescenti in evidenze con una plasticità fisica; lo stesso vale per Hesse, Silone,Céline. Tutti autori in cui la letteratura cerca la vita, la parola anela alla realtà nel tentativo vano ma grandioso di superarsi, certificando la bontà dell’affermazione di Camus secondo cui l’incantesimo letterario avviene laddove il pensiero si arrende alla carne. D’altra parte, come diceva Nietzsche

«Si può chiamare bello quel libro che non ti porta oltre tutti i libri?».