di Pietro Gambarotto

La città nel golfo, di Boris Pahor

Dopo sessantanni dalla pubblicazione in lingua slovena del romanzo Mesto v zalivu di Boris Pahor ecco finalmente arrivare la traduzione italiana edita da Bompiani.

Pahor nasce a Trieste nel 1913 e la sua slovenità emerge prepotentemente nei suoi romanzi, dove il tema della perdita dell’identità è spesso in primo piano. La città nel golfo è ambientato principalmente nel Carso Triestino, tra Contovello e Prosecco, dopo l’armistizio che portò sconcerto e spaesamento tra le truppe italiane che, pur avendo giurato fedeltà al re, si trovarono costretti a dover scegliere tra l’arruolamento nelle fila tedesche (pena la deportazione), la fuga o l’arruolamento nelle fila della resistenza. Anche Rudi si trova davanti a questo dilemma se non fosse che, da sloveno qual è, non ha nessuna intenzione di correre in soccorso dell’odiato fascismo redivivo (che da lì a pochi giorni avrebbe ufficialmente fondato la Repubblica di Salò) che tanto concorse all’italianizzazione delle minoranze slovene (e slave in generale) nei territori sottratti all’impero austro-ungarico. Ed è da questa coscienza delle proprie origini, da questo rifiuto di un’ulteriore sottomissione, che scaturiscono le antinomie che attraversano tutto il romanzo e si materializzano, tra le altre cose, nelle scelte amorose. Da una parte Vera, sognatrice, ribelle e insofferente alla propria subalternità di slovena, tanto da darsi a un italiano e spasimare per l’arte rinascimentale pur di trovare una via di fuga, anche solo mentale, a quella vita fatta di soldati, di paesini o piccole città di provincia, di rivendicazioni identitarie. Dall’altra Majda, icona icastica dell’adesione alla causa della propria gente. Rudi, pur attratto da Vera, dalla sua aria infantile e scanzonata, non tollera la sua indifferenza o peggio, la sua simpatia per l’oppressore, quell’ideale preferenza per Dante rispetto al poeta Prešeren che pure aveva il suo Arno sloveno lungo le cui sponde poter richiamare alla mente la sua Beatrice, l’amata Julia.

Il tema dell’identità non è confinato al campo amoroso ma percorre tutto il romanzo, mettendo in discussione Rudi stesso, indeciso fino all’ultimo se darsi alla macchia, scelta che prefigura anche un isolamento, un arroccarsi tra la propria gente, un cedimento alle proprie paure e forse il timore di un cambiamento che si cela nella Trieste («città che sarà una finestra aperta sul mondo») dove, in alternativa, dovrà arruolarsi in una resistenza cittadina. Come la guerra infatti era stata un’occasione di passare (per lui, studente di legge) dalle astrazioni giuridiche alle vie dei fatti, lo svolgersi della stessa diventa ora un’occasione per rivendicare l’orgoglio della propria slovenità, senza più dover servire una causa che non sia la propria (il fascismo per Rudi come l’esercito austriaco per il vecchio nonno Mihec nella Grande Guerra) e poter finalmente  passare dalla rivendicazione astratta di un principio al coinvolgimento attivo nella sua realizzazione. Di questa inquietudine sono pervasi anche gli uomini e le donne che gli sono attorno, in una tensione i cui poli sono costituiti dalle due succitate figure femminili. Nonostante il processo di sradicamento forzato (linguistico, toponomastico, etc…) a cui sono stati soggetti tramite regolamenti e leggi speciali (ed è naturale pensare allo sradicamento che, senza bisogno di fucilazioni e tribunali, ha avuto luogo in Italia negli ultimi sessantanni) non hanno però perso l’amore per la loro terra e un sentimento di rivalsa. Alla fine, Trieste, la città nel golfo, appare come un centro d’attrazione ineluttabile e i tentennamenti di Rudi, i suoi amoreggiamenti sospesi e intangibili (dove certamente si consumano le pagine migliori del romanzo), le concise e rarefatte descrizioni del paesaggio carsico (i suoi pergolati, i suoi dirupi, i suoi borri), l’ultimo vendemmiare prima della tempesta, si manifestano come un preludio all’incontro del giovane con il suo destino e della gente del litorale con la sua rivalsa.