Il romanzo L’indegno, di Antonio Monda, è una storia dal ritmo metropolitano. La brevità dei capitoli con cui è costruita la trama fa capire il  modo in cui  nascono le narrazioni in città. Cioè come didascalie sotto immagini che non si ha il tempo di seguire, come quando si è sul treno. Il racconto ridotto ai minimi termini è la storia di un uomo che vuole seguire  un’idea, con tutte le difficoltà che questa annosa identificazione comporta. L’uomo è un prete dal nome ebreo, Abram Singer e l’idea è quella monolitica e millenaria  del cattolicesimo. Abram è un sacerdote che ha deciso di credere in qualcosa di  assoluto e che allo stesso tempo è sedotto e accalappiato dalla vita, dal suo carico peccaminoso di sessualità, dalla sua dose di vigliaccheria e da tutte quelle screziature di miseria che le conferiscono una bellezza spuria. In questa storia, ambientata a New York, come in un buon romanzo, immancabilmente si parla di amore, morte e inadeguatezza che qui prende i precisi contorni del peccato. “Si dovrebbe vergognare, padre”. Questa frase, che compare su un biglietto anonimo pervenuto con la posta, descrive meglio di qualunque altra lo stato psicologico del protagonista. Vergognare di cosa? Della vita, o meglio, di quella parte della vita che non ha cittadinanza nell’idea di santità e che nonostante ciò esiste e ci appartiene.

Tra le varie strade che percorre il romanzo, quella principale riguarda Lisa, una donna colta, che fa sempre riferimenti all’arte, di cui Abram si innamora e con la quale ha una relazione intensissima, in cui spende corpo e anima. Lisa accetta i confini di questa relazione, con gentilezza subisce la condanna che l’abito di Abram infligge alla loro storia e a un bambino appena concepito. Quando Lisa si ammala di un male che colpisce una zona erogena come fosse una penitenza, Abram la segue nel travaglio quasi fino alla fine. Il punto in cui si sente che il cerchio si chiude è quando Abram celebra il funerale della donna. In quel momento l’abito e l’amore posso finalmente aderire come non era mai stato possibile. Il funerale in cui i genitori di Lisa, suo fratello e i suoi compagni di scuola si assiepano dietro i sedili della casa di Dio, è il momento in cui una parte della vita di Lisa, sconosciuta e negata ad Abram, appare, quasi a voler celebrale qualcosa di più e di diverso. In questo modo Abram celebra il funerale e il suo amore: “con una minuzia spasmodica, perché la sacralità è fatta di dettagli, come anche l’illusione, e chi soffriva, quel giorno, aveva diritto all’una e all’altra”.

Il libro tradisce la cinefilia dell’autore, facendo trapelare una consistenza filmica dell’intera tessitura del romanzo, a partire dalla carenza di descrizioni estetiche. Alcuni episodi darebbero il meglio di loro se consolidati con una parte complementare di espressioni, sguardi, luci e immagini. Si può già pregustare, con uno sforzo di immaginazione, come potrebbe essere la parte del funerale in un buon film!

Ultima nota riguarda l’autore. Antonio Monda vive a New York e di lui si sa che ospita nel proprio salotto la migliore intellighenzia del momento. Traversare la sua abitazione nelle ore di punta sembra che sia un equivalente post-moderno dell’esperienza di Dante nel Limbo. D’altronde, a meno che uno non è  Philip Roth, la più degna aspirazione letteraria rimane quella di frequentarlo.