Quella del mosaico è un’arte particolarmente interessante. Ciascuna tessera è autosufficiente, presa da sola non ha alcun senso, avrebbe potuto benissimo servire a piastrellare il pavimento di un bagno o a far da ciondolo al collo di una bella ragazza; invece, insieme a mille altre compagne insignificanti e imprescindibili quanto lei, dà vita a una figura, la genera, la costituisce, la mette al mondo. Ed è proprio l’arte del mosaico quella in cui si distinguono due libri da poco usciti, due libri riferiti a due mondi, a due città che parlano e sono il paradiso dei collezionisti: collezionisti di sguardi, di oggetti, collezionisti di corpi e di anime, semmai queste siano distinte dagli involucri materiali che le rivestono. Se lo sono, Pietrangelo Buttafuoco ne è il miglior cacciatore e lo dimostra nel suo ultimo lavoro intitolato I baci sono definitivi; se non lo sono, Fulvio Abbate è colui che più di tutti è riuscito a cesellare una vita e un’adolescenza tra storia e città, nel suo Zero maggio a Palermo. Due libri che più distanti non potrebbero essere ma che abitano lo stesso cosmo e ne condividono le stesse leggi fisiche, tanto da trovarsi pubblicati nella stessa collana della stessa casa editrice – gli Oceani de La nave di Teseo – a un mese di distanza, nonostante in realtà il romanzo di Abbate sia stato pubblicato per la prima volta nel 1990.

Due città parallele e due vite parallele, quindi: la Roma di Pietrangelo Buttafuoco, pendolare con zaino in spalla e taccuino alla mano; la Palermo natia di Fulvio Abbate, liceale comunista conteso tra Mosca e la piazza del quartiere. Due città che sono soprattutto il regno dei sognatori, come la Pietroburgo di Dostoevskij, e specialmente di chi sogna a occhi aperti. E non fanno mistero di sogni e di avventure, i due autori, seppure in forma diversa. Zero maggio a Palermo è un romanzo – chiamiamolo pure romanzo di formazione – di scoperta del mondo (il protagonista e voce narrante, che poi è Abbate stesso, dice che “io sono nato quando c’è freddo, però è maggio che ho scelto per capire ogni cosa”), il romanzo di un adolescente un po’ cazzaro come tutti gli adolescenti, che armato di sola incoscienza affronta il mondo a viso scoperto; I baci sono definitivi sfugge invece a qualsiasi definizione, è una raccolta di immagini, di visioni, di momenti vissuti giorno per giorno e luogo per luogo, in uno sconclusionato girovagare, talmente sconclusionato che le pagine del libro non sono numerate, come a dire che non v’è inizio e neppure fine, ma solo l’hic et nunc di ciascuna scena.

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Ciò che più di tutto unisce questi due libri è l’incessante presenza di un altrove che fa capolino nelle vicende contingenti, un altrove che è altra dimensione immaginale e temporale, quasi metafisica, che se per Ale (il protagonista dello Zero maggio) è l’Unione Sovietica e la Palermo settecentesca dei Beati Paoli, per gli occhi vacui di Buttafuoco è il presentarsi di antichi miti ed eterne verità che trasudano dai muri, sbucano dai tombini e si riflettono sui vetri della metropolitana. In ogni caso, questi due libri sono due summae, tutto ciò che possa descrivere ed evocare una vita, una catena di istanti, e in essa la condizione umana, sempre lei.

Non esiterei a definire Zero maggio a Palermo un libro romantico, dolce, in cui Abbate quasi pecca di indulgenza verso il se stesso adolescente, seppure non risparmi nulla al personaggio spalla di Ale, Dario, che nella realtà è Dario Evola, discendente di Julius Evola, perché nella vita le bizzarrie del caso non sono mai troppe (lo si può osservare in alcuni video del canale YouTube Teledurruti, la “televisione” di Fulvio Abbate – sì, dopo quasi mezzo secolo sono ancora amici). Ma più che gli inseparabili Ale e Dario, i veri protagonisti sono lo spazio e il tempo: lo spazio ben circoscritto di Palermo, quella in superficie in cui si svolge il trantran quotidiano e quella sotterranea, la Palermo degli inferi, del segno della storia e del sogno di Dario, trovare il tesoro nascosto dei Beati Paoli, giustizieri del diciottesimo secolo; il tempo della storia, il flusso di vita e di segni che precede la nascita e segue la morte, in cui una scritta su un muro è sufficiente per lasciar vivere l’osservatore per qualche minuto davvero in un’altra epoca, tra altre genti che poi son sempre le stesse, gli umani che conosciamo così a stento ma che ci par di dominare con uno sguardo. Il tempo infinito della storia che grava sul groppone del sensibile Ale, forse non ancora pronto a sopportare il peso della responsabilità individuale di fronte all’intero mondo, tanto che di se stesso lamenta, non senza ironia:

[…] io, Ale, l’adolescente più struggente, buono, morbido, comunista, solo, e adesso pure innamorato… Se ci penso mi sento già stanco da meritare un sussidio. Riempirei un modulo dove c’è scritto: lo sentite il dolore del tempo?

Tre dimensioni sempre si confrontano nello Zero maggio: da un lato la Palermo del plot, primi anni ’70, i comunisti come Ale e Dario, i morti ammazzati, le ragazze bellissime e meno belle, il Partito, i fascisti, gli anarchici seminatori di A cerchiate, i suca impressi sui muri nottetempo con le bombolette spray. Non manca nulla, eppure accanto a questa Palermo, dall’altro lato, si respira l’odore stantio della Palermo del passato, che proietta ombre di fuoco sul presente della fabula: Dario crede di poter ghermire la chimera, trovare il tesoro e toccare così con mano la Storia – quella con la s maiuscola – ma non potrà che fallire; Ale invece la Storia la sogna, non desidera altro, gli basta essere tra i garibaldini che adora, alla volta di Teano, con struggente e quasi invidiosa immaginazione, ben cosciente della miseria di tale operazione. Un altro fallimento adombra le pagine del romanzo, quello che pertiene la terza dimensione, l’ennesimo sogno, il sogno socialista.

Case di Palermo - Renato Guttuso (1976)

Case di Palermo – Renato Guttuso (1976)

Il romanzo si apre con la fallita proiezione causa guasti tecnici, nella sezione locale del Pci, del filmino realizzato da un militante nella Piazza Rossa di Mosca. Per Ale e Dario (soprattutto per Ale, Dario è troppo impegnato a cercare il tesoro) si tratta dell’unico modo per vedere il sogno socialista senza mediazioni, per osservare i volti autentici dei compagni moscoviti, le uniformi dell’Armata Rossa e i fasti del nuovo mondo rivoluzionario direttamente a casa, a Palermo, tra i gelsomini e le pistolettate. Non ci riusciranno, il romanzo termina mentre il pezzo di ricambio per riparare il proiettore da Milano sta ancora discendendo lo stivale fino alla Trinacria, quasi ad ammonire i nostri adolescenti sull’inafferrabilità della rivoluzione sociale. Negli incroci astrali tra queste tre dimensioni si situano i personaggi e le loro storie e ciascuna di esse altro non è che una delle possibili storie, che si dipana seguendo una delle mille tangenti. Il bello è che non di rado le altre possibili storie vengono doviziosamente raccontate, Ale sa benissimo che le vicende avrebbero potuto seguire un altro corso, e lo immagina, lo racconta. La narrazione diventa allora un intreccio di storie possibili in cui distinguere l’accaduto dall’immaginato può diventare operazione complessa e in cui non sono i personaggi a muoversi nello spazio e nel tempo bensì lo spazio e il tempo a muovere i personaggi, come nel teatro dei pupi. Ale ne è consapevole, forse troppo, considerata l’età e l’innocenza incosciente che la caratterizza.

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I baci sono definitivi è invece tutt’altro genere di manufatto narrativo e il lettore merita subito un avvertimento: è estremamente e incessantemente indecifrabile e pesante nella prosa, ricercata e orpellata oltre il necessario, spesso volutamente vaga e immaginifica tanto da risultare a tratti autenticamente sgradevole. Ciò detto, l’intenzione merita un’analisi che discerna il progetto dal risultato. Buttafuoco ha la capacità non comune di individuare andamenti di pensiero, crisi identitarie, sentimenti e comun sentire attorno a questioni sensibili, elaborare il tutto in modo originale fino a spogliarsi di tutto il carico di pensiero e tradurre l’ombra che ne risulta, gli ossi di seppia, in immagini che non abbiano bisogno di spiegazione alcuna, perché tutto quel mondo di idee e sentimenti lo suscitano, lo evocano come un demone.

Non essendo un romanzo né una raccolta di racconti ma una sorta di album fotografico in forma di prosa – di prosa poetica, per la verità, dove le parole contano molto più per la connotazione che per la denotazione, lasciando che il libro diventi un album di sentimenti ed emozioni, di pensieri galleggianti alla deriva sul pelo della caducità della vita –, mancano del tutto i personaggi, ciascuna immagine è fatta di sguardi di gente qualunque nell’Ade della metropolitana romana, dove i pendolari conservano ciascuno la propria individualità pur nell’impersonalità del viaggio quotidiano tra la casa e il lavoro, nella mestizia meschina dell’andirivieni che nulla ha di poetico. Buttafuoco invece ne ricava poesia e ne cuce un libro tutto d’amore, in cui la fugacità del passaggio fisico nasconde la meraviglia, che solo occhi esperti e sensibili sanno cavare e mostrare a chi si rende invece stanco e rassegnato alla quotidianità. Buttafuoco in questo sembra compiere un incantesimo: immobilizza le persone, ferma il tempo (altro grande protagonista), fissa lo spazio come si trattasse di uno sguardo eterno. Leggendo I baci sono definitivi sembra di fare una passeggiata in un meraviglioso ma spaventoso museo delle cere, dove tutti sono inchiodati al proprio istante definitivo, eterno, mentre il tempo scivola via e dell’uomo non rimane altro che “la lacrima, il sorriso, il pensiero”, che di questo libro sono i principali ingredienti.