1945, Metato, nei pressi di Pisa. Un uomo accusato di alto tradimento è rinchiuso in una gabbia dai soldati americani. Il suo corpo è esposto al sole e alle intemperie. Mangia e dorme davanti ai suoi carcerieri, suoi connazionali, che lo sorvegliano a vista per paura che si uccida. Costretto a defecare davanti ai loro occhi, ha smesso di parlare. E, come un vero animale da lettere, si esprime solo in versi. Il suo nome è Ezra Pound, ma viene chiamato in tanti modi. Per molti è il Vate dell’Idaho, per T. S. Eliot è “il miglior fabbro”, per altri ancora è il D’Annunzio, o meglio, il Dante americano. Ma gli amici lo chiamano semplicemente Ez. L’uomo chiuso in quella “gabbia da gorilla”  è un poeta di sessant’anni, innamorato dell’Italia come della sua patria. Oltre alle innumerevoli poesie, si è occupato soprattutto di elaborare utopiche teorie economiche per combattere l’usura, male del secolo. Pound con i suoi Cantos ha tentato di scrivere la Divina Commedia del Ventesimo secolo. E forse ci è riuscito davvero. Se Dante, nel suo viaggio tra Cielo e Terra, ha fatto della Commedia un’enciclopedia medievale, Pound ha raccontato il Novecento condensandolo in versi. Attraverso un’opera complessa, dalla difficile decifrazione, si rifà al grande poeta fiorentino. E anziché raccontare il tempo dominato dalla teologia, narra un’epoca in cui è l’economia a fare da padrona.

Ma prima di continuare è necessario spostare l’attenzione su un altro uomo. Il suo nome è Francesco Messina, di professione scultore. Lo “Stallone morente”, simbolo della Rai, è una sua creazione. Nato nel 1900 a Linguaglossa, in provincia di Catania, può vantare tra i suoi amici e collaboratori grandi scrittori e artisti come Giovanni Papini, Carlo Carrà e Ardengo Soffici. Insieme a loro raduna intellettuali e poeti come Alberto Moravia, Eugenio Montale, Aldo Palazzeschi, Umberto Saba e Giuseppe Ungaretti. Un esercito di intellettuali con una missione da compiere: liberare Pound. Questo è ciò che Luigi Marsiglia ha voluto raccontare nel suo saggio Liberate Pound, recentemente pubblicato per La Fronda, casa editrice dalla risonanza longanesiana. Massimiliano Castellani, che ne ha firmato la prefazione, ha letto Liberate Pound come “un appello a liberare chi è stato ingiustamente condannato per la forza dei suoi ideali”. Il libro è, anche e soprattutto, “un invito accorato a liberarci”. Perché ognuno di noi ha le sue gabbie, reali o immaginarie.

In quest’opera, a metà tra il saggio documentato e il romanzo epistolare, Luigi Marsiglia ricostruisce la vicenda misconosciuta della liberazione del poeta ad opera di un gruppo di intellettuali, di destra e di sinistra, italiani e internazionali. La trama è avvincente e lo stile immediato, come le migliori opere teatrali, ingredienti perfetti per riempire una sala. Marsiglia ha infatti redatto una scheda biografica atta a presentare i personaggi che compariranno nella storia, come i libretti che si trovano sulle poltrone a teatro, prima che lo spettacolo inizi. Ma Liberate Pound non è una pièce teatrale, bensì un libro che racconta un’amara verità. Quello a cui l’autore rimanda è un tempo malato. Un tempo in cui si ammazzano i filosofi e si rinchiudono i poeti. Il tempo della resa dei conti.

Ma torniamo alla gabbia e al nostro gorilla. Dopo la reclusione a Metato, Pound subisce un processo sommario. Giudicato pazzo, viene condannato e recluso nel manicomio di St. Elizabeths’ a Washington, dove rimarrà rinchiuso per dodici lunghissimi anni. Finché un gruppo di intellettuali coraggiosi non farà sentire la propria voce e tenderà una mano in suo aiuto. Attraverso articoli di giornali, appelli internazionali, e dopo aver tessuto un’intricata rete di lettere e incontri, Pound viene rilasciato. Il poeta è finalmente libero, il gorilla fuori dalla gabbia: missione compiuta. Dopo anni di internamento, Pound ha rinunciato alla parola. Ha respinto il mondo esterno ricreandone un altro dentro di sé. Ma è proprio nel manicomio di St. Elizabeths’ che, come scrive l’autore, “il poema di un folle diverrà il canto più alto del Novecento”. Ha rinunciato a parlare ad un mondo che non sa distinguere la verità dalla menzogna. L’accusa di alto tradimento nei confronti del poeta americano è infatti infondata. Perché Pound non ha appoggiato l’Italia contro gli USA, non ha imbracciato le armi contro il suo paese, ma ha solo tentato di far desistere gli Stati Uniti dall’entrare in guerra contro l’Italia. E la Costituzione americana parla chiaro. L’accusa di alto tradimento è valida solo nel caso in cui un connazionale si sia mosso, con le idee o con le armi, contro gli Stati Uniti d’America. E Pound non è un antiamericano come molti credono, ma ha riconosciuto –forse ingenuamente- nella figura di Mussolini il nuovo Jefferson, rivolendo per la propria patria un uomo di tale levatura. Eppure, si può davvero definire Pound fascista? Prezzolini ritenne che egli sapesse del fascismo meno di quanto i fascisti sapessero di lui. Luigi Marsiglia, dal canto suo, non lo considera tale, quanto “piuttosto [come] il fascista simpatizzante atipico di un fascismo di sinistra”. E ricorda quando Pound “non nascondeva nemmeno l’approvazione per i dettami economici del comunismo”. Vera è però quella che l’autore chiama “l’infatuazione mistica per Mussolini” ed autentico fu il suo entusiasmo per il programma di Salò. Sul fascismo, vero o presunto, del poeta statunitense si è concentrato in maniera particolare Luca Gallesi nel saggio Le origini del fascismo di Ezra Pound (Edizioni Ares). Rimandiamo quindi a questa lettura per chi voglia approfondire meglio la delicata questione politico-ideologica.

C’è un’altra questione da sottolineare. Che il destino del poeta è tutto nel nome (e nel cognome). Marsiglia non se ne dimentica, e ricorda come Ezra sia “una variante di Esdra, lo scriba che condusse in patria ciò che rimaneva del popolo d’Israele dall’esilio babilonese; e a lui fa capo l’omonimo libro contenuto sia nella Bibbia ebraica che in quella cristiana”. Mentre Pound è il nome della moneta inglese, la sterlina. Il poeta che divulgò le sue teorie monetarie e che divenne antisemita, andò incontro al suo cognome, rinnegando il suo nome. Perché, come onestamente sottolinea l’autore del saggio, “quello di Pound fu davvero antisemitismo”. Ma il destino dei nomi si spinge addirittura oltre. Pound, il poeta della sana economia, sposa Dorothy, la ragazza “dorata” protagonista del Mago di Oz. Dorothy Shakespear (come il poeta e scrittore inglese tanto amato da Ezra, ma senza la “e” finale nel cognome).

Quella dell’economia fu per lui una vera fissazione. Alcuni suoi amici ricordano come Pound, a metà degli anni ’30, divenne tutto d’un tratto egocentrico ed ossessionato dal fatto che la sua fama derivasse dalle sue poesie piuttosto che dalle teorie monetarie da lui elaborate. Infatti, già un decennio prima della reclusione, James Joyce lo credette pazzo. L’impressione che ne ebbe invece Ardengo Soffici, durante un incontro avvenuto a Firenze in seguito alla sua liberazione, fu quella di “un grosso tipo del Far West. Ti appioppa certe manate sulle spalle da farti barcollare…”. Ma il Pound che Luigi Marsiglia ritrova rifugiato a Venezia, sembra invece “una pietra antica rigata dal tempo”. Il vecchio Ezra “non parla ma continua a vedere e sentire tutto”. Quando l’uomo uscito dal carcere deciderà di parlare, non sarà più in grado di articolare frasi con la disinvoltura di un tempo.

Ma gli appelli in favore di Pound non vennero solo dall’Italia. Va ricordato come, nel 1959, Ernest Hemingway, suo connazionale e amico, chiese -insieme ad autori del calibro di Francis Scott Fitzgerald e T.S. Eliot- la sua candidatura al Nobel. Richiesta che, immancabilmente, fu ignorata per meri pruriti politici, per una formalità. Il destino del vecchio Ezra diviene simile a quello del vecchio Santiago, il personaggio che anima il più popolare romanzo di Hemingway. Il vecchio è il mare è il racconto di un uomo tenace che davanti alle avversità mantiene la testa alta e resiste. Nessuno lo crede capace. E invece si dimostra il migliore. Ma nonostante ciò la sua è una battaglia persa, il destino gli è avverso. Perché il marlin più grosso che si sia mai visto è troppo grande per stare in barca. E quindi va legato al fianco dell’imbarcazione, non potendo evitare che i pescecani portassero via alcuni pezzi di carne, azzannando il grande pesce. Dopo una lotta con gli squali, svoltasi a colpi di remi, il vecchio Santiago, deve affrontare l’ultima e più difficile prova. Giunto a riva per la premiazione, scoprirà che il suo sarà sì il pesce più grosso, ma non il più pesante, perché gli squali hanno portato via troppa carne alla carcassa. Per una mera formalità, il reale vincitore della gara di pesca non può veder la sua vittoria riconosciuta. È questo che fa di lui un vinto, un uomo solo contro il mondo. Il vecchio pescatore potrà portare a casa il suo marlin, il pesce più grosso che abbia abitato gli oceani. Come il vecchio Ezra poté portarsi dentro i Cantos, i versi più belli che le sirene abbiano mai cantato… Quel marlin smembrato, quella vittoria reale eppure negata al vecchio pescatore, ci ricorda tanto il premio letterario che non fu concesso al poeta. Anche Pound si è battuto con gli squali, e ha dovuto rinunciare a brandelli di carne e di anima. Ma di brandelli si tratta, perché il più resta: la bellezza di una battaglia vinta contro il mondo intero. Ed è questo ciò che conta. Perché “ciò che ami, ciò che veramente ami resta, il resto è scorie”.

“Non io ho scelto il silenzio. Il silenzio mi ha sequestrato”. Queste sono le parole di Pound, il cui nome torna a riemergere dal silenzio in cui fu gettato. Luigi Marsiglia, col suo saggio, gli ha ridato nuovamente parola, tornando a far circolare il suo nome e le sue idee. Il silenzio di ieri oggi lo ha liberato.

Ho conosciuto il silenzio delle stelle e del mare
e il silenzio della città quando si placa
e il silenzio di un uomo e di una vergine
e il silenzio con cui soltanto la musica trova linguaggio.
Il silenzio dei boschi
prima che sorga il vento di primavera
[…]
C’è il silenzio di un grande odio
e il silenzio di un grande amore
e il silenzio di una profonda pace dell’anima
e il silenzio di un’amicizia avvelenata.
[…]
C’è il silenzio della sconfitta
c’è il silenzio di coloro che sono ingiustamente puniti
e il silenzio del morente, la cui mano stringe subitamente la vostra.
[…]
E c’è il silenzio dei morti.
Se noi che siamo vivi non sappiamo parlare di profonde esperienze,
perché vi stupite che i morti non vi parlino della morte?
Quando li avremo raggiunti
il loro silenzio avrà spiegazione.

Edgar Lee Masters