Guido Ceronetti è uno scrittore da trincea, scava la fossa nella pagina bianca, individua il nemico e prepara il suo arsenale lessicale. Non fa eccezione Per le strade della Vergine (Adelphi, 2016, pp. 278), miscellanea di appunti e note, raccolte in dieci anni di vita italiana tra il 1988 e il 1998. A metà tra diario di viaggio e zibaldone di pensieri, il libro è tacita testimonianza del sacro che abita il mondo e, nascosto alla vista, ci chiama alla ricerca. La Vergine, dunque. Tutto, premette l’autore, ne è testimone: arte, letteratura, fatiche, ché Ella è «l’Ente che gonfia la vela delle traversate del Tragico dell’Essere». E il tragico è la mostrina sul bavero dell’esistente, costantemente in balìa di forze maligne, trascinato dall’uomo (agente e vittima) verso l’abisso. Ceronetti ci accompagna per le sue strade come un Maestro guida gli allievi, esponendoli alle brutture del mondo per insegnargli a rifuggirne. Non sta in piedi sulle rovine, bensì le scava per scoprirne i misteri. Allo Jünger della Epigrammatischer Anhang (in Blätter und Steine), secondo il quale «gli altari in rovina sono abitati da demoni», Ceronetti risponde che «i demoni non abitano più le rovine soltanto: abitano dappertutto e specialmente nella rovina che, uomini, siamo». La fedeltà alla Vergine non gli vale la fede cattolica, è un mangiapreti che non cede agli autodafé ma che ritiene l’ateismo, a ragione, una forma di pigrizia. Sbarazzarsi di Dio «è stupidamente facile»; senza timori d’incoerenza, lo scrittore rifiuta il Cristo dei Vangeli canonici e allo stesso tempo ha fede nelle opere fatte dai mortali e mosse dai divini. Crede nella cattedrale di Strasburgo e nelle cene in Emmaus di Rembrandt, «che testimoniano della Luce che è e che viene». Ma chi ha il coraggio di considerare la coerenza una virtù? «L’antisemita Drieu La Rochelle sposò un’ebrea, non riuscì mai a inculare la moglie ma frequentava le case di tolleranza», appunta sui taccuini.

Né ateo né fedele, talvolta peccatore, mai blasfemo, l’animo di Ceronetti è intricato quanto le strade sulle quali ci conduce. Gnostico col contagocce, in alcune note il manicheismo dell’autore esplode, si inflaziona, contagia. Bene e Male non si mescolano tra loro, rimangono entrambi nella loro purezza metafisica, disgiunti da un discrimine insormontabile, da un’assoluta separazione: «Non si conosce la propria autentica famiglia se prima non si conosca se siamo figli della Luce o della Tenebra». Terze vie non sono date, ai noi uomini dannati, che Male siamo e Male portiamo. Nessuna conversione monoteistica né adesioni mistiche possono alleviare le pene di questa vita che è dolore, ma «coricarsi con la borsa dell’acqua calda» può valere da suggerimento, perché «nel buio può sembrare una coscia femminile, fornire una dolcezza inguinale». Come lo Schmitt del Glossarium, accosta il «Dio pastore dell’uomo» dei Salmi biblici e «l’uomo pastore dell’Essere» di Martin Heidegger, in bilico sulla finissima corda del pensare.  Cosa ne fa l’uomo, oggi, dell’esistenza?, si chiede Ceronetti, un po’ Giobbe e un può Qoèlet, che intorno a sé vede la terra fertile farsi deserto di cemento, il rumore infernale dell’autostrada sostituire il chiocciare delle galline, l’industria sorgere e distruggere, per poi scomparire. «Cessata l’economia autarchica è cessata ogni vita». Le città, così umane eppure così disumanizzate, sono una galera, crogiolo di disordine ed emicranie, «volgare mitraglia di luci». «La città non è piena di crimini, è CRIMINE. Perché volerle proteggere, simile cloache? Abbandoniamole senza rimpianto alla Distruzione». Annota tutto con ostentata sofferenza, lo scrittore torinese, senza lesinare insulti e critiche. I giovani che osserva all’uscita dalla scuola sono scatole craniche vuote; il Sud una riserva di barbari e la «maggiore industria nazionale della Vittima».

In un libro onesto, l’autore è un diavolo senza peli sulla lingua. In un periodo che, in confronto al dramma delle migrazioni di popoli a cui siamo assistendo, impallidisce, Ceronetti mette su inchiostro le parole che tutti sanno essere verità, ma che nessuno vuole pronunciare: «Gli sbarchi di immigrati sono un disastro nazionale, ma gli imbecilli del potere e della gerarchia cattolica rifiutano di vederlo tale». Stato e Chiesa uniti nella cretineria della pappa del cuore. «Il criminale governo italiano blocca tutte le espulsioni di clandestini, per gonfiarsi di antirazzismo, abbandonandoli ai traffici delinquenziali e a vivere di rapine». È destino degli allogeni da barcone, «facce guaste e inespressive», diventare puponi coccolati dalla politica anti-italiana, se fortunati, o braccio sacrificabile del crimine organizzato, se la congiunzione è nefasta. Nulla di meglio si può attendere da un simile regime politico. Verso la democrazia, Ceronetti non esprime simpatia. Per la libertà sì, per la democrazia no: «Si dice il responso delle urne. Come se un popolo di cretini potesse fornire oracoli».

Per le strade della Vergine è una vertigine di riflessioni, e infatti è inutile cercarne un ordine, restare distaccati dal flusso di vissuti che l’autore registra. Si è scaraventati in interminabili viaggi per la penisola, nelle chiese, nei musei, nei teatri, accompagnati da comparse (numerose le donne che frequenta, consola, ama) o scomparse (con dovere di cronaca annota la data di morte di intellettuali, letterati, politici). Tutto finisce sotto la penna dell’autore, ormai anziano, dai graffiti sui muri fino alle cene parigine – rigorosamente e religiosamente vegetariane – con Emil Cioran. Ceronetti si dà al lettore senza pudore, onorandolo finanche della conoscenza dei suoi movimenti intestinali. Si mangia e si digerisce, si vive e si soffre. In un viaggio che, senza speranza, porta ovunque e da nessuna parte: «Ci saranno ancora dei libri e dei lettori, ma non so quale funzione avranno. Un libro inutile come questo, nessuna. Richiederà purezza d’anima, e saranno quasi tutte guaste, contaminate».