di Matteo Mollisi

«Borges, ¿usted qué piensa de Sartre? » Abelardo Castillo, scrittore argentino, ricorda di aver incontrato Borges in una decina di occasioni; in alcune di queste ebbe la possibilità di intervistarlo: la prima fu nel 1960, e proprio quella fu l’occasione in cui potè rivolgergli la domanda su Sartre, scelta da Castillo come titolo delle sue memorie su Borges. Non sorprende che Castillo abbia trovato particolarmente emblematico quel momento, vista la risposta che ricevette: «Bueno, caramba, yo no suelo pensar en Sartre». La risposta dice molto su Borges perché rappresenta al meglio l’indifferenza che poteva correre tra due modelli di intellettuale praticamente antitetici; rappresenta il distacco e l’insofferenza che Borges doveva provare verso una figura come quella di Sartre. Ma i due, nella loro estrema diversità, sono accomunati da un fatto (o almeno da un orientamento): entrambi si sono distinti per aver rifiutato, seppur con modalità diverse almeno quanto le loro figure, il massimo riconoscimento possibile per un uomo di lettere: il premio Nobel per la letteratura.

La differenza tra le rispettive modalità del gran rifiuto dice necessariamente molto riguardo ai due intellettuali. In realtà, l’unico dei due ad aver apertamente rifiutato il Nobel fu Sartre, al quale fu effettivamente assegnato. Le motivazioni ufficiali sono le seguenti: innanzitutto, “lo scrittore deve rifiutare di lasciarsi trasformare in un’istituzione, anche se questo avviene nelle forme più onorevoli”. È per questo che Sartre rifiutò nel corso della sua vita anche altri importanti riconoscimenti, come la Legione d’Onore nel 1945. Vi sono inoltre quelle che il filosofo francese definisce ragioni non personali, ma obiettive: «la sola lotta possibile sul fronte della cultura, in questo momento, è quella per la coesistenza pacifica di due culture, quella dell’est e quella dell’ovest. Non voglio dire che bisogna abbracciarsi – so bene che il confrontarsi di queste due culture prende necessariamente la forma di un conflitto – ma che la coesistenza deve avvenire tra gli uomini e tra le culture, senza l’intervento delle istituzioni. (…) Le mie simpatie si rivolgono innegabilmente verso il socialismo e a ciò che viene chiamato il blocco dell’est, ma io sono nato e sono stato allevato in una famiglia borghese. Spero tuttavia, sia chiaro, che “vinca il migliore”: cioè il socialismo».

Il rifiuto di un premio liberale da parte di un socialista, dunque. Ma è qui che scatta inevitabilmente il parallelo con Borges, da sempre accostato alle più classiche istanze liberali: se il Nobel è un premio ideologicamente schierato, perché non fu mai assegnato all’argentino? La ragione è semplice: all’opposto di Sartre, che militò nel partito comunista, Borges rappresentò il modello dell’intellettuale disimpegnato, insofferente all’engagement. Inaccettabile per un’accademia che nel dopoguerra voleva proporsi innanzitutto come istituzione civile. A Borges il premio non fu mai ufficialmente assegnato, nonostante dagli anni ’60 fu il favorito praticamente per ogni edizione, fatto che non può non rappresentare una falla irrimediabile nella credibilità storica del premio e del suo valore “tecnico”: si sta pur sempre parlando del Nobel per la letteratura, non di quello della pace.

Tra Borges e l’Accademia svedese vi fu sempre un’insofferenza reciproca, e che il celebre episodio della cena di Stoccolma del 1964, in cui l’argentino ironizzò platealmente sul valore di una poesia che scoprì subito dopo essere opera di Lunkvist, membro dell’Accademia, non basta a spiegare. Le ragioni vanno ricondotte ancora una volta a dinamiche politiche: pare che nel 1976 l’Accademia si fosse decisa ad assegnare il Nobel a Borges, a patto che avesse rinunciato ad un viaggio già programmato nel Cile di Pinochet. Inutile dire quale fu la reazione di Borges. Non solo l’argentino si recò in Cile, ma fu in quell’occasione che pronunciò a Santiago il celebre discorso elogiativo nei confronti del dittatore, quello in cui parlò della “chiara spada, preferibile alla dinamite illegale” (curioso il fatto che Alfred Nobel fu l’inventore della dinamite). La presa di posizione di Borges scatenò le critiche di chi lo accostava alla sfera del conservatorismo e della destra, in contrasto col profilo apolitico e individualista da sempre mostrato dall’argentino.

Negli ultimi anni della sua vita, Borges si pentì profondamente di quel discorso, ma il suo pentimento non coinvolse la mancata assegnazione del Nobel. «Dio non voglia che io vinca quel premio, perché diventerei parte di una lista; invece, il non essere premiato costituisce un vero e proprio mito scandinavo: l’autore che non è mai stato premiato. E io preferirei essere un mito»., disse una volta. Forse, Sartre pensava tacitamente qualcosa del genere: al di là di ogni formalità, ciò che desiderava realmente era essere l’uomo che rifiutò il Nobel, non un “semplice” premiato. Queste, naturalmente, non sono altro che supposizioni, ma non ci sarebbe nulla di male. Se così fosse, risulterebbe paradossalmente che lo scrittore dell’inganno e della menzogna per eccellenza, Borges, superò in trasparenza l’estrema (ma apparente?) coerenza di Sartre: l’argentino e il francese si scambierebbero i ruoli, proprio come nei più classici racconti dello stesso Borges.