Accade a volte che i personaggi delineati da una penna, strattonata spasmodicamente nella notte della creazione, esprimano perplessità e interrogativi di chi li ha generati. Oreste Campese protagonista assente de L’arte della Commedia nasce in una notte simile, da una mente creativa e trepidante. Il lavoro di Eduardo De Filippo, che più di qualunque altro subisce l’edulcorante fascino pirandelliano, si staglia sontuoso, fra le vette artistiche del teatro moderno. Paradossalmente l’opera è conosciuta più all’estero che in patria, e questo per motivo intrinseco alla struttura narrativa ed espositiva della commedia. Per il suo carattere riottoso, antistatale e assai distante dalla comicità cui il pubblico era abituato, il boicottaggio non fu necessario.

Campese, il capo comico di una compagnia teatrale, dopo l’incendio del capannone adoperato da teatro, si reca dal Prefetto affinché presenzi in via eccezionale ad una loro rappresentazione al teatro comunale, di modo che, con i proventi possano abbandonare la cittadina. Il dialogo dai toni pacati, condotto con superbia dal prefetto e con titubanza dall’attore, sfocia in un alterco, carico di riserve, sui rapporti contraddittori tra Stato e Teatro. Il prefetto nega infine, la sua partecipazione e dà al Campese un foglio di via. Per coincidenza l’attore entra in possesso invece dei nominativi delle personalità che dovevano fargli visita e con il foglio alla mano minaccia il prefetto di mandare a loro posto i suoi guitti, ognuno con un caso drammatico. La questione che Eduardo solleva è assai complessa. Tutti i rancori e le delusioni della vita risalgono prepotenti in superficie, deflagrando tra le labbra asciutte di un anziano capo comico, riversandosi in un’opera eclettica, surreale, e trasognante, che mette lo spettatore di fronte un interrogativo: l’utilità sociale e la ragion d’essere dell’arte. Manifesto di denuncia verso il sistema elitario che governa il mondo, grido d’allarme per la società, l’opera del drammaturgo partenopeo si colloca perfettamente in uno scenario in cui la censura celata dalla democrazia, vessa le verità che gli artisti esprimono o che vorrebbero esprimere. Impedendo cosi al mondo di veder nascere opere di impegno sociale e di rilievo culturale. Egli muove una profonda riflessione sul teatro: sulla sua natura e sul suo ruolo all’interno di una società; l’autore si chiede se sia giusto che il teatro esista per intrattenere futilmente il pubblico disarcionandolo della facoltà di pensiero, sgravandolo dalle sue responsabilità, o sia giusto ergere opere che sottolineino lo stato di prostrazione morale e sociale in cui versiamo.

L’arte, necessaria a formare e plasmare lo spirito critico nell’individuo, al modo di Platone, diventa funzionale al potere che se ne serve per distrarre le masse, lobotomizzandole e quindi sottraendole dall’avere un opinione. Diventa uno strumento per ottundere le coscienze, indirizzando la cultura verso orizzonti abietti dai quali sarà difficile riemergere e generando quella “confusione”  tanto ambita. Le stratificazioni dei dialoghi fra i vari personaggi e il Prefetto si basano su sospetti e fraintendimenti, entrando nell’ottica di Lacan secondo la quale “Il linguaggio opera interamente nell’ambiguità” ed è proprio su questa ambiguità che il dramma getta le sue fondamenta: l’ambiguità della vita. A tratti reale e inverosimile, ingannevole e sfuggente. Si è avvolti in un manto di stupore che proietta lo spettatore in una condizione di disagio universale. La struttura è opposta a quella di “Sei personaggi in cerca di autore”. La differenza è nel verso di marcia: mentre nel primo, uomini reali, cercano delle maschere da indossare per recitare in un mondo palesemente illusorio, anelando disperatamente il mestiere dell’attore; nel secondo invece, gli attori cercano a tutti i costi di diventare uomini veri, sbarazzandosi della maschera che li imprigiona nel mestiere dell’attore, diventando forieri alteri di una realtà autentica, e quindi drammatica. Eppure, non sapremo mai se gli individui siano guitti o persone reali. Scopo ultimo di Eduardo era di far comprendere al pubblico che non esiste differenza tra recitante e spettatore; e nel dimostrare ciò abbatte la dicotomia instauratasi nel mondo teatrale di attore-personaggio -corrispondenti rispettivamente all’essente e all’ente in termini heiddegeriani- e lo mette in risalto con una frase che sgombra la mente da ogni dubbio “Quando in un dramma teatrale c’è uno che muore per finzione scenica, un morto vero in qualche parte del mondo o c’è già stato o ci sarà”.