Il Vangelo secondo Gesù Cristo di Josè Saramago, scrittore portoghese del secolo appena trascorso, è un libro a dir poco controverso, provocatorio oltre ogni limite e – parafrasando l’Inquisizione – “blasfemo” sino all’inverosimile. Ma non per questo, leggendolo, non si ha l’impressione di essere di fronte ad un capolavoro senza tempo. La sprezzante sfida di un genio si esprime in un’opera che, con la “tracotanza” tutta umanista, capovolge le narrazioni evangeliche mirando a ridisegnare persino gli equilibri teologici consolidatisi nei millenni, in un racconto che, ripercorrendo l’intera vita di Gesù Cristo, ci presenta un figlio di Dio umano, troppo umano, da non sopportare i progetti di un creatore tutt’altro che benigno.

Un demonio affascinante, incarnato da un pastore solitario, spasmodicamente affezionato alle sue pecore è forse la figura più potente del libro. Sarà lui a passare molto  tempo con un giovanissimo Gesù, ad insegnargli ad amare e difendere la vita, a rinunciare al sacrificio dell’agnello sull’altare della divinità per un bene più grande: la conservazione dell’esistenza ditutte le creature in spregio ai dogmi insensati di un Dio Maligno. Ma anche questo affascinante e rivoluzionario Satana non tarderà a dimostrare i suoi difetti, nell’interpretare il suo ruolo di contraltare necessario a un Dio che nient’altro è se non un burattinaio assassino. A dare un ritratto impietoso della furia omicida di Dio, Saramago dedica un  intero capitolo in cui  rievoca un grande numero di martiri del cattolicesimo, tacciando il Creatore di essere il peggior istigatore di morte mai apparso sulla terra . Ad essere rivoluzionate oltre le figure principali della Cristianità : Dio,Gesù e il diavolo, ci sono Maria, Giuseppe e Maddalena di Betania, anch’esse molto distanti dalle classiche narrazioni evangeliche. Il padre adottivo di Gesù, distrutto dal senso di colpa per non aver salvato gli altri bambini dalla follia di Erode, è un uomo tormentato da terribili incubi ricorrenti in preda ad un destino avverso che non può controllare. Maria, turbata ed inquieta per le visite e i segni di un enigmatico angelo, è anch’essa in balia della volontà divina, più che mai lontana e imperscrutabile. Infine, Maddalena, innamorata di Gesù, è pronta ad accoglierlo nella sua casa, nel suo letto, a curargli le ferite e ad abbandonare la vita da meretrice per unirsi a lui. Questi personaggi sono la testimonianza di quanto Saramago intenda umanizzare le statue sacre del racconto apostolico, opponendo i valori tutti umani ed umanistici dell’amore senza veli e costrizioni di costume, della pietà e dell’attaccamento alla vita, agli schemi e alle assurde imposizioni di una divinità che ne esce fuori – per osare un parallelismo azzardato – come un burocrate capriccioso avulso alla realtà e ai bisogni delle sue creature.

Forte, distruttivo, a tratti quasi violento. Il libro di Saramago è una critica al cattolicesimo a trecentosessanta gradi che – partendo dal cuore della religione – ne indica le incongruenze, i vizi e i mali immutabili. Adoperando tutto il suo genio letterario, ha riscritto la storia-cardine della più diffusa fede occidentale.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo dimostra come il Sacro e tutti i suoi corollari possano essere criticati e spinti sino all’aberrazione, senza però dover ricorrere alle ridicole banalizzazioni dei tanti laici da battaglia, che infestano il mondo dei media.

L’algoritmo di Youtube, a tutti gli amanti di Vittorio Sgarbi e dei suoi deliri di genio e follia, avrà di certo riproposto lo squallido dibattito con Paolo Cecchi Paone – para-intellettuale da spettacolo della televisione italiana- in cui questi taccia Sgarbi d’essere il prodotto dell’educazione dei preti catto-italiani, facendo un rimando implicito a tutta quella serie di luoghi comuni che affliggono la cerchia ecclesiastica mondiale. Ma l’abbassamento del dibattito, ai tempi dei talkshow incentrati sul litigo e sull’ingiuria – ahimè! – non affligge solo il Sacro.
C’è un motivo se Saramago ha scelto di muovere la sua personale critica tramite un’opera letteraria dal pregio sconfinato. E se questa sopravviverà all’onda del tempo non ci sarà da meravigliarsi, a differenza delle urla dei mangiapreti isterici a cui il popolo della televisione preferisce di sicuro il sonoro: “Capra!” dell’eccentrico Vittorio.

Chissà cosa pensa il critico d’arte Sgarbi dell’opera di Saramago? Forse la collocherebbe nell’alveo del sublime, di cui ha il genio e la fortuna di occuparsi: l’arte. Oppure la riterrebbe un’ opzione da non escludere -conoscendo il personaggio in questione – il delirio blasfemo di una “capra!”? Per sciogliere l’arcano bisognerebbe chiederglielo personalmente. Anche se una cosa è certa: concorderà con noi nel ritenerla di gran lunga migliore rispetto alle chiacchiere dei Cecchi Paone di turno.