di Luca Gritti

C’è un’altra America. Così s’intitolava un vecchio articolo di Alain de Benoist, uscito qualche anno fa su Il Giornale. Perfino un irriducibile avversario della società dei consumi, dell’opulenza e del benessere, un fermo difensore delle identità locali e regionali contro l’omologazione e l’inglobamento della civiltà europea all’american way of life, doveva riconoscere che, dietro l’America da esportazione, fatua e superficiale, irreligiosa ed oscena, stava l’identità profonda di un popolo devoto e contadino, sostanzialmente conservatore ed incurante alle tambureggianti retoriche della novità, e con una propria saldissima, per quanto semplicistica, idea di moralità (o, per dirla con l’espressione cara a  George Orwell, di ‘decenza’).

L’altra faccia dell’America è mostrata bene nel bellissimo libro di Luca Giannelli uscito ora per i tipi del Circolo Proudhon, New York Confidential (pagg 270). Giannelli rileva un interessante paradosso riguardante l’arte americana. Infatti, nota acutamente, l’arte americana ha sempre avuto delle caratteristiche molto peculiari, frutto della specificità e dell’originalità del proprio popolo e della propria terra; tuttavia, dall’inizio del secolo scorso (da quando cioè, per la vittoria nelle due guerre mondiali gli Usa erano diventati ‘la capitale dell’Impero’) l’America ha ripudiato la propria cultura, liquidandola come provinciale ed acerba, rispetto alla ben più matura arte europea, ed  ha cominciato a finanziare in modo ingente e copioso un tipo di arte più cosmopolita, attraente dal punto di vista commerciale e conforme ai boriosi ed elitisti critici d’arte. Giannelli rivela come, in modo davvero grottesco e paradossale, la cultura americana fu esportata, venduta e sponsorizzata in tutto il mondo come un’arte “concettuale”, astratta, legata al sogno ed all’elucubrazione; quando la cultura e l’arte americane avevano da sempre avuto la caratteristica di essere realiste, pragmatiche, legate alla vita ed alla realtà, non certo alle vaghe concettualizzazioni! C’è una citazione a questo proposito molto significativa, ad apertura del secondo capitolo, di Randolph Bourne, il quale scrive, testualmente: “È soltanto quando cerchiamo di interpretare il mondo in termini di puro pensiero che ci mettiamo nei guai”. E subito dopo, in una nota, si rileva come Papini sostenesse che la scuola di pensiero americana del cosiddetto ‘pragmatismo’ era solo un modo con cui gli americani volevano ‘fare a meno’ della filosofia, e si cita Rorty, in quale definisce il pragmatismo una ‘terapia filosofica’, per sbarazzarsi dell’elucubrazione filosofica, insomma un modo per ‘evitare di farsi domande inutili’…Sarebbe molto facile ironizzare su questo pragmatismo U.S.A., su questa necessità degli americani di sbarazzarsi della filosofia: snobisticamente si potrebbe spiegare con la grettezza dei loro costumi e con l’ingenuità della loro tutto sommato neonata cultura.

Tuttavia, non è stato forse tutto il dibattito letterario e filosofico europeo dell’Otto-Novecento a porre la questione di creare una nuova relazione tra filosofia e arte, tra filosofia e vita, per non far scadere il pensiero nell’astrazione, la meditazione nell’elucubrazione sterile, la filosofia nell’alienazione e nella perdita della realtà? Dopotutto, non è quello che tenta di dirci Dostoevskij con Delitto e Castigo, quando dice che ‘alla dialettica subentrava la vita’? Ma le stesse riflessioni sulla necessità di tornare al mondo della vita si ritrovano in Nietzsche, Husserl, Heidegger: tutti gretti, evidentemente…Insomma, l’America è stata venduta nel mondo con un’arte concettuale, astratta ed autoreferenziale, avvitata su se stessa e che si rivolge solo agli addetti ai lavori; ma nella sua tradizione ha sempre preferito un’arte realista, vitale e popolare, il più possibile accessibile e trasversale. L’americano da esportazione è uno snob, un radical chic, ma l’americano che vive l’America è popolare e contadino, ama la realtà e la vita e, anche quando è colto, non cede all’accademismo né ha alcuna pretesa pedagogica (al contrario, ha sempre un atteggiamento umile, di curiosità, apprende ogni giorno qualcosa dalla vita). Si deve distinguere tra l’americanismo, fenomeno superficiale e deteriore, e l’America ed il suo popolo, entrambi capaci di profondità e di umanità straordinarie. Il libro di Giannelli spazia, con un notevole ecclettismo, dall’arte figurativa all’architettura, dalla scultura al cinema, ma non tratta della letteratura americana, la cui analisi è però affidata all’ottima prefazione di Stenio Solinas. Se Giannelli ricerca l’America profonda nelle altre arti, Solinas tenta di farlo con la letteratura, rintracciando, come caratteristica della letteratura americana, sulla scorta di quello che dice Giannelli a proposito dell’arte in generale, il ‘realismo vitalista’ (definizione folgorante, davvero esatta), i cui quattro campioni sarebbero Fitzgerald, Hemingway (di cui Fernanda Pivano scrisse che ‘era un intellettuale che non sopportava l’intellettualismo’), Faulkner e Steinbeck, preceduti da Melville (‘tutore’ della letteratura americana, il cui Moby Dick era da considerarsi la grande epopea del mare, in contrapposizione all’Iliade, che lo era della terra, secondo una straordinaria pagina di Carl Schmitt) e accompagnati da Miller. La cifra della letteratura americana sarebbe, pertanto, questo ‘realismo vitalistico’: gli europei avevano appesantito la letteratura confondendola colpevolmente con il ragionamento astratto ed il concettualismo esasperato, ed infatti tutta la letteratura europea del secolo scorso, prendendo le mosse da Dostoevskij, è un tentativo di restituire alla vita un soggetto isolato, autoreferenziale  e a volte perfino disperatamente solipsistico (con alcune eccezioni di chi, in questo solipsismo, ci naviga o ci si perde: tra i tanti autori, Pessoa).

Agli americani, però, questo ‘ritorno alla realtà’ viene più facile: perché questi non hanno il fardello del concettualismo che grava sugli europei, non sono un popolo vecchio, che deve cercare una via d’uscita da una crisi, ma si gettano nella vita senza alcuno sforzo, senza alcuna necessità di mediazione, ma con la naturalezza e la spontaneità di un popolo giovane, rigoglioso ed istintivamente ottimista. Gli scrittori americani non devono riconquistare la realtà, perché, a differenza degli europei, non l’hanno perduta, o almeno, non l’avevano ancora perduta nel novecento. C’è forse un autore che manca a questa rassegna di grandissimi scrittori americani, che Solinas certamente omette per ragioni di spazio, ma che in generale ha subito una sorta di disconoscimento da parte della grande tradizione americana e mondiale, salvo avere una riabilitazione relativamente recente ma molto significativa: John Fante. Questo scrittore ci risulta tuttavia simpatico e vicino, non solo per la sua origine italiana- i suoi genitori venivano dall’Abbruzzo, e la sua vicenda di difficile integrazione ricalca quella di molti italiani mortificati e vilipesi per le loro origini- ma anche per la straordinaria prossimità delle sue pagine, per la fulminante chiarezza delle sue parole. In Fante si vede bene quell’arte tutta americana di dire la vita, raccontare la vita, senza sovrastrutture, senza appesantimenti, senza mediazioni-quella semplicità ed immediatezza che sarà la fortuna, vanamente inseguita dagli epigoni, di Hemingway, per esempio. C’è un bel piccolo libretto, di poco più di cento pagine, che dà bene l’idea generale di chi fosse John Fante, e restituisce il suo stile di scrittura e accarezza tutti i suoi temi più cari: si chiama 1933. Un anno terribile (pagg 122, Ed Einaudi) e contrariamente a ciò che ci si aspetterebbe non c’entrano né Hitler né la Germania, perché come rileva nella bella introduzione Vincenzo Cerami il 1933 è un anno assolutamente anonimo, un anno come un altro, tranne che per il protagonista, Dominic Molise, per cui assume un anno di cesura, di rottura, l’anno di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, l’anno di una necessaria, ancorché dolorosa, maturazione. Dominic è un ragazzo oppresso dalla sua famiglia, dalla misantropia acida di sua nonna, ormai disillusa di tutto, che si ostina a parlare italiano ed è offesa dalla volgarità degli americani; da sua madre, che pure ama terribilmente ma di cui soffre la clausura e la fede cieca, le interminabili preghiere, al limite del bigottismo; dalla scuola, il latino, il catechismo, perfino dal migliore amico Kenny: tutto gli pare angusto, provinciale, claustrofobico: vuole andarsene, vuole fuggire.

La sua arma di emancipazione, la sua risorsa per tentare la fuga ed approdare alla felicità è, secondo un tema diffusissimo della letteratura americana, il baseball (“Dominic Molise, il migliore braccio sinistro del paese”). In Dominic ci sono tutti i giovani di vent’anni di tutte le epoche e di tutti i paesi: c’è l’ansia febbrile, la fretta, la foga di dover fuggire subito, subito arrivare (“Vivevo a Roper, Colorado, e invecchiavo di ora in ora”: chi non ha mai avuto questa sensazione?); un senso di smarrimento esistenziale, ma perfino cosmico, la paura di non trovare il proprio ruolo nella società e nel mondo. Ma poi ancora l’amicizia bella ed autentica con un amico che però diventa anche punzecchiatura, rivalità, competizione celata, a volte subdola, ma fondamentalmente onesta; e l’amore per una ragazza più grande, il rapporto controverso con la sessualità, l’attrazione e la repulsione nei confronti della donna (che qui è Dorothy, la sorella di Kenny, di cui peraltro c’è un ritratto fantastico: è la tipica ragazza di provincia che gioca a fare l’acculturata, quando Dominic le racconta un suo sogno si infiamma e sproloquia di Freud, dice di amare Joyce e vuole fare quella accomodante con Dominic, salvo cacciarlo malamente e spezzare i suoi sogni quando quello tenta di rubarle un paio di mutande…). E poi, soprattutto, c’è il rapporto col padre, il padre rude e pragmatico, il padre cinico e realista, che tarpa le ali al figlio e, a detta di lui, fa soffrire la madre; ma che poi in realtà è solo un uomo burbero che tenta di perseguire, sia pur in modo rozzo e provinciale, soltanto il bene di Dominic, come si vede nel finale, così bello e struggente, così aperto: Fante tenterà più volte di dare seguito alla storia, non riuscendovi: resterà il suo ‘piccolo capolavoro’, incompiuto ed incorrotto.

È una storia che racconta bene la gioventù, l’insofferenza verso la propria casa, la propria famiglia, le mura consuete, la speranza del futuro e l’anelito alla fuga; ma anche le paure, le insicurezze, i dubbi che si celano dietro a tanta ostentata spavalderia, e racconta anche bene la letteratura americana, con la sua leggerezza ed immediatezza, con la sua vitalità ed il suo realismo. Se la letteratura russa, per esempio con Delitto e Castigo, raccontava la giovinezza ed i turbamenti dei vent’anni in una forma epocale e tragica, delittuosa e drastica, qui abbiamo la stessa vicenda, raccontata magistralmente, ma su un tono diverso, caustico ed ironico, minimalista ed irriverente. L’epopea tragica diventa giocosa e sportiva, per quanto amara; l’amore drammatico  anziché dare la redenzione o la condanna si risolve in un grottesco delirio erotico adolescenziale; alla fine non si avvertono sensazioni sconvolgenti o totalizzanti, ma solo un senso di acre malinconia, di struggente dispiacere, ma, nonostante tutto, di speranza. Così è l’America, questa è l’ossessione, ben tematizzata da Giannelli, dell’Happy End. I drammi della vita sono declinati con leggerezza e giocosità, ed alla fine, se una storia non finisce bene, molto meglio, come in questo caso, non darle un finale.