Ernest Hemingway, chi era costui? Un letterato geniale, uno spirito sregolato e ribelle, l’icona di una generazione, il modello inevitabile, irraggiungibile ed inutilmente emulato (e scimmiottato…) da una quantità enorme di giovani scrittori, il cantore della Grande Guerra ed il reporter della macelleria spagnola, l’irriducibile antifascista ed il verace uomo pratico, amante del mondo e della vita. Ma anche lo scrittore che più di tutti fu assillato dal pensiero della morte, che lo perseguitò, lo braccò, lo inseguì instancabilmente finché egli non scelse di arrendersi a lei dopo una strenua battaglia durata tutta una vita, quando si sparò nella propria casa angustiato dalla vecchiaia e quasi indifferente al tardivo Premio Nobel per la letteratura e del riconoscimento che ormai internazionalmente gli veniva tributato. Tutto vero, ma Hemingway fu anche molto altro, molto che non vi vogliono dire, che non osano svelarvi. 

A mostrarci alcuni dei lati più misconosciuti e sottaciuti del grandioso scrittore americano c’è un libro, forse il suo libro in assoluto meno letto e recensito, Morte nel Pomeriggio. Singolare opera saggistica con intermezzi romanzeschi, dialoghi, digressioni, Morte nel Pomeriggio è un’opera estremamente ostica, non ha l’atmosfera struggente e malinconica de La Fiesta, non ha nulla a che vedere con il grande racconto generazionale che fu Addio alle Armi. Questo è, in buona sostanza, un saggio sulle corride, su questo ancestrale passatempo degli spagnoli, che ai più appare bizzarro e stravagante ma di cui Hemingway si infatuò in modo totale. La fascinazione dello scrittore americano per le corride è impressionante, e traspare nella minuziosità, a volte quasi pedante, delle sue descrizioni: canta la storia della corrida, lo sviluppo dell’allevamento dei protagonisti animali, le differenza nell’arena tra i vari tori, il cursus honorum consueto e  il catalogo di tutti i più grandi toreri, le tecniche con cui si ammazzano i tori, l’atteggiamento dei vari tipi di pubblico che assistono alla corrida…Il lettore, per la stessa ammissione di Fernando Pivano, storica traduttrice di Hemingway e sua confidente personale in vita, è disorientato, spiazzato, da questa cura maniacale, da questo procedere quasi didascalico. Ma perché allora il libro è così interessante?

Perché, come nota la stessa Pivano, tra una dissertazione sulla corrida e l’altra, Hemingway piazza delle considerazioni sparse sulla società, sui personaggi del suo tempo, sulla politica, sul costume, sulla vita e sulla morte, sull’amore e sul dolore. E, soprattutto, sulla letteratura, regalando, con la disinvoltura del genio che sperpera quello che qualcun altro custodirebbe gelosamente, delle vere e proprie perle, dei suggerimenti inestimabili per chiunque in vita sua abbia sentito la vocazione alla scrittura, la fascinazione dell’arte della parola. È come se Hemingway di continuo mettesse alla prova il lettore, lo ponesse davanti ad una sfida: ora ti sfianco con l’ennesima filippica sui tori, ma se saprai arrivare alla fine, se saprai seguirmi fino alla riga decisiva, ti darò un consiglio prezioso, uno squarcio di talento, ti mostrerò un po’ di quello che m’ha reso celebre. Il libro sui tori cela alcune perle abbaglianti, che però Hemingway sembra voler regalare solo ai pochi iniziati che si incaponiranno a leggerlo, a dispetto dello stile inconsueto e dell’argomento così specifico e di nicchia. Così si scopre davvero un Hemingway inedito, che la cultura ufficiale ha nascosto imbarazzata e che molti studiosi non si sono mai dati la pena di approfondire. Un Hemingway che, guarda caso, si mostra radicalmente insofferente verso molti totem e tabù dei nostri tempi. Hemingway antianimalista:

“Io sono persuaso per esperienza e osservazione che coloro i quali si identificano con gli animali, vale a dire gli innamorati quasi professionisti dei cani e delle bestie, sono capaci di una maggiore crudeltà verso gli esseri umani, di coloro che stentano ad identificarsi con gli animali”

Hemingway convinto sostenitore della conservazione delle identità nazionali, con i loro riti e le loro tradizioni, contro l’omologazione europea e l’ansia ebete di essere civili:

A giudicare dall’interesse manifestato per la corrida sotto la repubblica, la corrida moderna continuerà in Spagna a dispetto del gran desiderio di abolirla per non avere imbarazzi intellettuali nell’essere considerati diversi dai colleghi europei che incontrano alla Società delle Nazioni e alle ambasciate e alle corti.

Hemingway antifemminista:

Una delle cose che si sente dire più spesso a proposito delle corride, è l’affermazione che una vacca quando carica è molto più pericolosa del toro, perché il toro chiude gli occhi mentre la vacca li tiene aperti. (…). Ma non lo fanno (le vacche, N.d.A.) a causa di un’innata intelligenza femminile superiore, come potrebbe supporre Virginia Woolf, bensì perché le femmine (…) sono sempre usate per l’allenamento dai toreri con la cappa e la muleta.

E, dulcis in fundo, Hemingway omofobo. Parlando infatti del pittore omosessuale El Greco, che stimava, arriva a scrivere:

E se fu un maricon (espressione spagnola spregiativa, tipo finocchio, N.d.A.), basterebbe a redimere, per tutta quanta la tribù, l’esibizionistica arroganza morale da vecchia zia e da zitella avvizzita di un Gide, il pigro libertinaggio presuntuoso di un Wilde che tradì una generazione, il ripugnante sentimentale paciocco umanitario di un Whitman, e tutta quanta la schifiltosa compagnia.

Ma, al di là delle note sul costume e sulla società, sottaciute da studiosi e pubblicisti perché delineerebbero un profilo dello scrittore americano molto dissonante rispetto  a quello corrente, le pagine più interessanti di Hemingway restano quelle sulla letteratura, in cui cerca di spiegare il suo stile di scrittura, la sua idea di letteratura. Egli è geniale, al netto dei festoni politicamente corretti affibiatigli postmortem: spesso tacciato di semplicismo, di avere uno stile troppo basso ed immediato, di voler ostentatamente dissimulare la propria cultura, in realtà la sua straordinaria efficacia narrativa era scambiata da molti detrattori con un’eccessiva ansia di semplicità. Il suo stile, privo di manierismi, citazioni esasperate e stucchevoli preziosismi barocchi, era spesso giudicata, snobisticamente, come troppo prosaica. Ma Hemingway sapeva bene che dietro quello stile apparentemente trascurato sta una ricerca maniacale, una cura spasmodica per il dettaglio, la necessità, questa sì, di restituire nella pagina e con la letteratura la vita il più simile possibile a quella che è, non quale questa dovrebbe essere secondo i cliché e gli stereotipi letterari. Ha ben donde quando critica i suoi colleghi che nelle loro pagine fanno sfoggio di erudizione, e si sforzano di scrivere in un modo il più possibile criptico ed inaccessibile.

Se un uomo scrive con sufficiente chiarezza, chiunque può vedere se imbroglia. Se la sua mistificazione ha lo scopo di evitare una frase precisa, (…), ci vuol più tempo a capire che lo scrittore è un imbroglione, e gli altri scrittori afflitti dalla sua stessa necessità lo lodano per difendere se stessi. (…) Il misticismo implica un mistero e i misteri sono molti; ma l’incompetenza non è un mistero, e nemmeno è mistero il giornalismo enfatico reso letteratura dall’iniezione di una falsa qualità di epica.

Quanti nomi vengono in mente scorrendo queste righe, quanti scrittori che in realtà vendono come pensieri di grande profondità frasi fumosissime, sentenze criptiche, allusioni incomprensibili, preziosismi inutili. Ma allora qual è il vero scrittore, qual è la vera letteratura, come si scrive un grande libro, una grande opera di prosa, se non attraverso il virtuosismo esasperato della parola? Hemingway risponde, e, guarda caso, la sua risposta è la stessa risposta di Pirandello, una risposta che forse entrambi ereditano da Dostoevskij: la creazione dei personaggi. Il grande romanzo nasce quando nella testa dell’autore si sono formati personaggi, non stilizzati, stereotipati, che sono solo figuranti a cui l’autore mette in bocca le sue considerazioni filosofiche, astratte e spesso astruse; bensì, in un certo senso, persone vere, uomini vivi. “Quando scrive un romanzo, uno scrittore dovrebbe creare gente viva; gente, non personaggi”. Bisognerebbe, per far rinascere una letteratura dovunque arrancante e moribonda, disegnare una nuova storia della letteratura, che riparta dall’eredità di Dostoevskij, intuita da Bachtin e raccolta in Europa da Hemingway, Pirandello, Hesse…Un’eredità che ci ricorda che “la prosa è architettura, non decorazioni d’interni, ed il Barocco è finito”. Ecco allora un’altra cosa di Hemingway che tanta parte della cultura ufficiale vuole obliare e misconoscere: il metodo segreto per distinguere uno scrittore vero da un venditore di fumo.