E poi si dice che la letteratura non serve e non rappresenti la realtà. Finché gli scrittori guarderanno il mondo con gli stessi occhi con cui lo guardavano gli uomini del Medioevo, non potrà essere altrimenti. È già tanto se li definiamo scrittori, a dire il vero. Tra il Medioevo e oggi è intervenuto uno strumento di conoscenza che, spazzando via le certezze sull’umano e sul mondo, ha frantumato irrimediabilmente la coscienza individuale e collettiva, ma pare che in pochi se ne siano accorti. Si tratta della scienza, ovviamente, materia oscura per la maggior parte degli scrittori contemporanei, che continuano a descrivere un’esistenza già rosicchiata dai vermi. Insomma, come puoi dire a uno scrittore che quella che lui chiama anima è l’insieme delle attività coscienti della corteccia cerebrale? Si getta dal balcone, il povero scrittore. Partiamo dall’inizio, cioè dalla fine. La fine di un mondo e l’inizio di un altro: nel 1859 viene pubblicato L’origine della specie di Charles Darwin, il saggio che annienterà l’antropocentrismo dal punto di vista biologico. L’uomo è posto di fronte all’evidenza terribile di non essere mai stato il centro dell’universo, di essere un animale forse addirittura peggiore degli altri, solamente molto più abile e intelligente, di condividere il 99% di DNA con gli scimpanzé e di essersi separato dall’antenato comune “solo” 5 milioni di anni fa.

Da quel momento avviene lo scisma della sapienza occidentale, la maledetta divisione tra materie umanistiche e scientifiche, il divorzio consensuale tra letterati e scienziati. Il risultato è pressappoco che oggi è più facile trovare scienziati con Baudelaire sul comodino che letterati che conoscano l’architettura elementare dell’universo

L’abisso spalancato dalla consapevolezza biologica dell’umano e astronomica dell’universo ha decretato la morte di qualsiasi forma di redenzione dell’umanità e la negazione dell’escatologia e dell’anima, passate inosservate al vaglio delle lenti della letteratura, ancora ancorata a miti umani, troppo umani per resistere all’urto dell’annullamento definitivo. Nel 1867 viene poi pubblicato il primo dei tre libri de Il capitale di Karl Marx e trentadue anni più tardi L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud. Non ci importa qui stabilire se si tratti di scienza, quel che conta è che contribuiscono a calpestare gli avanzi di coscienza sull’umanità. Il cosiddetto socialismo scientifico pretende di aver compreso che le scelte dell’uomo non sono libere e l’autodeterminazione è solo parziale, in realtà ciascuno è inserito in una struttura socio-economica ed è fagocitato da una sovrastruttura culturale; la psicanalisi freudiana abbatte l’idea della mente come di un tutt’uno razionale e armonico, archiviando il cogito cartesiano (ci penseranno poi le neuroscienze a distruggerlo). Freud la chiama terza rivoluzione, rivoluzione alla coscienza e all’identità egoica dell’uomo, alludendo ad altre due rivoluzioni, quella di Copernico e quella di Darwin. L’uomo è così definitivamente spodestato, di lui non rimangono che fiato e cellule, vita cerebrale e l’attesa di una morte che non attende in realtà nessuno, indifferente com’è all’uomo.

Rappresentazione del sistema eliocentrico di Niccolò Copernico, che toglie la Terra e l'uomo dal centro dell'universo, provocando importanti conseguenze sia nel campo scientifico che nelle riflessioni sulla coscienza umana

Rappresentazione del sistema eliocentrico di Niccolò Copernico, che toglie la Terra e l’uomo dal centro dell’universo, provocando importanti conseguenze sia nel campo scientifico che nelle riflessioni sulla coscienza umana

Tante furono poi le scoperte e le innovazioni della scienza, riguardo sia la struttura del mondo che dell’essere umano. La relatività di Einstein e tutta la meccanica quantistica, la scoperta dei buchi neri e della materia oscura, la validazione della teoria del Big Bang e la successiva elencazione di migliaia di galassie, la teoria delle stringhe e tutte le più recenti scoperte in ambito fisico e astronomico. Non meno se ne ebbero sulla precisazione “biologica” dell’essere umano attraverso l’affinarsi dell’anatomia, le conferme della teoria evoluzionistica, gli studi sull’attività neuronale e sulla memoria, sulle menomazioni cerebrali e sulla produzione di linguaggio, la definizione della struttura a doppia elica del DNA fino alle ultime scoperte sulla composizione del cervello, su tutte quella fondamentale (e controversa) dei neuroni specchio. Tutto ciò per la maggior parte degli scrittori non è mai avvenuto, bloccati come sono a quel fatidico giorno del 1859 in cui la scienza e la letteratura imboccarono due strade diverse. Cosa può fare allora la letteratura per continuare a dare forma al mondo con le parole? Innanzitutto smettere di combattere quell’esilarante battaglia contro i mulini a vento a tutela del sapere umanistico contro il cinismo della scienza, ricordando come lo stesso Freud abbia pontificato che:

«La scienza non è un’illusione. Sarebbe invece un’illusione credere di poter ottenere da altre fonti ciò che essa non è in grado di darci»

 

Dare vita a un’avanguardia di romanzo epistemologico, l’unico, oggi, in grado di allargare le prospettive sull’uomo con la nuda parola. Il romanzo epistemologico può essere il vero realismo di cui abbiamo bisogno, non quello consolatorio affogato nel sociale.

Se solo la letteratura si facesse cuneo tra la narrativa e la scienza, sfruttando il racconto della prima come un pittore sfrutta gli olî e le tempere e l’apparato di conoscenze della seconda come punto di partenza, si smetterebbe certo di parlare di crisi del romanzo

A onor del vero qualche raro tentativo è stato già compiuto, lavori come Contronatura e L’inumano di Massimiliano Parente stanno lì a dimostrarlo, ma sono rimasti confinati all’interno di un circolo di lettori forti, senza permeare le corazze d’argilla della critica. Non c’è antidoto alla consistenza dei corpi, unica realtà mondana. Una volta rimosse tutte le illusioni misteriche, religiose e metafisiche, dell’uomo rimane solo materia consunta, come in una scultura di Giacometti. Il Canto della caduta dello spirito è già stato recitato, la materia rivuole il suo trono, la coscienza parla per bocca di cellule, neuroni e viscere, eppure proferisce verbo e descrive un mondo spogliato di smancerie. Lo zero assoluto della parola, sfasata dalla verità, pare quasi irrimediabile, a meno che questa non valichi gli orizzonti d’attesa. Il primo modo per riuscirvi sarebbe affrontarli epistemologicamente nel romanzo, purché questo poggi i piedi sulla scienza e sulla dissoluzione del soggetto di cui la realtà della materia non consente travisamenti. Trattare l’uomo per quel che è, un meraviglioso animale che ha appena duecentomila anni, riuscendo a raccontarlo con serenità e sincerità, tralasciando consolazioni metafisiche ed esistenzialiste, «ora che non puoi pensarlo, il tuo caro esistenzialismo, perché lo senti». Non c’è altro modo per filosofare, abbattuto l’io dalle neuroscienze.

Frontespizio de "Sull'origine delle specie" di Darwin. Il saggio, simbolicamente, provocherà una cesura tra scienza e lettere non ancora sanata

Frontespizio de “Sull’origine delle specie” di Darwin. Il saggio, simbolicamente, provocherà una cesura tra scienza e lettere non ancora sanata

La conoscenza, in primis nel campo scientifico, segue una progressione, e non si capisce perché la letteratura debba fare eccezione. Per rispondere alla fatidica domanda “chi siamo?” senza ricorrere a consolazioni etiche e politiche, religiose o animistiche, la cruda realtà scientifica non ammette avversari. Se a tale domanda si continua invece a rispondere trattando i sentimenti, le paure, la morte, la morale e la politica, in due parole il linguaggio e la natura, in una maniera prescientifica, non si aggiunge nulla al già detto e al già noto, anzi si genererà solo pessima confusione e si finirà per produrre intrattenimento narrativo e nulla più, di certo non letteratura, che come la scienza richiede studio, innovazione, confutazione e progressione. E la coscienza della perfetta anomia della vita, che merita di essere risucchiata sul piano simbolico nel vortice insensibile e inglorioso della sussistenza biologica fine a se stessa.

Gertrude Stein lo aveva capito già nel 1913 che «a rose is a rose is a rose», cioè che le cose sono quello che sono e nient’altro. Qui invece si continua a ballare, azzerando due secoli di studi, tra il mondo delle idee e il mondo della materia, tra l’umanesimo e la scienza, tra l’anima e i corpi

Mentre fin dalla tenera età, a scuola, viene inculcata nei bambini la cesura irreparabile tra la “cultura” e la scienza, nella ripartizione delle ore di lezione, degli insegnanti e dei programmi, piazzando le fondamenta per l’incomprensione totale. Eppure non è sempre stato così, c’è stato anzi un tempo in cui gli scrittori addirittura anticipavano le scoperte della scienza, perfino dopo il terribile 1859. Lewis Carroll (matematico) trattò i ricordi in maniera molto moderna nell’Alice nel paese delle meraviglie, anticipando di decenni la tesi per cui questi non sono fermi perché è la mente a generarli ogni volta daccapo. Leopardi (che annoverava nella sua erudizione una vastissima conoscenza scientifica) definì la natura matrigna e indifferente alle sorti umane, mentre Manzoni – per dare idea delle proporzioni – nello stesso periodo scriveva un lungo romanzo pedagogico governato dalla Provvidenza. Per non parlare di Dostoevskij (ingegnere), che rubò il lavoro a Freud con quarant’anni di anticipo, o di Joyce, che modellò la parola a fumetto della divagazione del pensiero. Forse il problema è da ricercarsi nell’autoreferenzialità delle facoltà di lettere, verrebbe da concludere, ma sarebbe una risposta troppo semplice. Eppure qualcosa deve essere accaduto se la letteratura oggi sembra scarsamente in grado di produrre opere che donino nuove prospettive sulla vita e sull’uomo.

Massmiliano Parente è uno dei pochi scrittori contemporanei in grado di realizzare opere letterarie partendo da una visione scientifica e materialistica dell'essere umano, posizione che gli ha causato accuse di cinismo

Massmiliano Parente è uno dei pochi scrittori contemporanei in grado di realizzare opere letterarie partendo da una visione scientifica e materialistica dell’essere umano, posizione che gli ha causato accuse di cinismo

Una risposta forse la dà il già citato Massimiliano Parente (studioso di biologia), che in una meravigliosa intervista di alcuni anni fa sentenzia che «sono tutti malati di sociologia, guardate i supplementi culturali dei grandi quotidiani, se non c’è un aggancio al sociale non sanno di cosa parlare». Nel Novecento la letteratura è stata spesa e inflazionata per ragioni politiche, dominata dalla protervia delle università e dalla iperattività dell’intellighenzia comunista. Sballottata nell’agone politico e sottomessa a ragioni che non le competono, è diventata uno strumento di legittimazione per stabilire le differenze, parafrasando Elio Vittorini, tra gli uomini e no, tra fascisti e antifascisti, rivoluzionari e conservatori, giovani e vecchi.

Gli scrittori si sono così permeati di “coscienza civile”, che sarà certamente necessaria per i politici, i giornalisti e i pubblici ufficiali, non di certo per gli scrittori, che non devono avere un imperativo morale che non sia l’assenza di imperativi morali

Il mestiere di raccontare il mondo non prevede la militanza, la partigianeria, la verità che partorirebbe sarebbe di parte, di milizia, di parrocchia, ideologica, di certo non letteraria, mai scientifica. Dopotutto, continuando a citare Parente:

«Nell’ultimo secolo e mezzo la scienza ha completamente rivoluzionato la nostra conoscenza del mondo, dalla fisica quantistica alla biologia molecolare fino all’astronomia, e qui dobbiamo ancora digerire Darwin, non so se mi spiego. Come può uno scrittore ignorare cosa significhi realtà?»