Nel romanzo Misteri – uno dei capolavori del Premio Nobel Knut Hamsun – il protagonista, Johan Nilsen Nagel, inebriato dai fumi dell’alcool si abbandona ad una digressione, sfidando gli assiomi della Modernità. «Quale profitto c’è in fondo, anche parlando da un punto di vista unicamente pratico, a spogliare la vita di ogni poesia, di ogni sogno, di ogni misticismo e di ogni menzogna». Un pensiero che verrà riproposto spesso nell’arco della narrazione, rimarcandone i contenuti. L’autore, infatti, trasfigurando nello stravagante Nagel tradisce una certa ansia nei confronti della Modernità. Uno stato d’animo che farà da sfondo a tutta la sua produzione letteraria. Il disagio di un mondo – quello moderno – nel quale «il transitorio, il fuggitivo, il contingente» (Baudelaire) hanno preso il sopravvento su una realtà sempre più liquida. La Modernità con il suo razionalismo ha ridotto l’uomo al solo piano orizzontale; facendosi scudo con il raziocinio lo ha svuotato della sua spiritualità, del suo lato irrazionale. Ma se l’uomo moderno si sforzava di «sfondare le misteriose porte dell’impossibile», cercando di affrancare l’uomo dal «buio dell’irrazionalità», la Post-Modernità ha dogmatizzato le conquiste dei suoi predecessori, abbandonandosi alla religione del razionale, della materia, del consumo. L’uomo post-moderno è colui che ha abbandonato l’occhio sognante con cui un tempo guardava alla magnificenza del cielo, tessendone le lodi nei versi di una poesia; colui che ha smesso di erigere monumenti che lo consacrassero nell’eternità. Oggi, infatti, si preferisce erigere mega-cattedrali di consumo che scompariranno nel giro di pochi anni, quando i tempi cambieranno e sarà necessario abbattere per ricostruire una qualcosa di «più bello, sfavillante e colorato». Il mondo pre-moderno, un passato fondato sulla Tradizione (dal latino tradere, tramandare), una realtà che si incarnava nel culto del lascito, un dono che sublimava l’eternità. L’antropologo Mario Polia disse: «La cultura è tradizione, cioè tramandare. Chi non tramanda, tradisce». Evidente, ormai, quanto il tradimento sia stato consumato. Il nostro mondo ha smesso di consegnare se stesso ai posteri. Se la Tradizione è sinonimo di eternità, la Post-Modernità ha consacrato le proprie gesta nell’effimero. Ebbene è proprio questo lo scontro titanico tra Noi, post-moderni, e Loro, i giganti del passato: l’eternità, il duraturo contro l’effimero; la fenice contro la farfalla. Queste due creature che si scontrano romanticamente: da un lato un animale che si rigenera dalle ceneri in tutta la sua maestosità, tramandando ai posteri il suo lascito; dall’altro una farfalla: piccola, bella, elegante ma condannata a spegnersi dopo alcuni battiti d’ali. Allo stesso modo il nostro mondo e tutte le sue immense creazioni sono destinate a perire nel tempo, condannate alla dimenticanza. Cosa rimarrà delle mega-strutture dell’Expo? Sicuramente delle grandi opere architettoniche, dei maestosi edifici che non tramanderanno nulla e che, forse, ci riporteranno alle mente i nefasti retroscena di corruzione che si celano dietro quelle strutture. Qualcuno ricorderà Renzi e le sue gaffe, altri la sfuriata di Sgarbi che paragonò l’Esposizione Universale al Califfato Islamico, ma nessuno ricorderà i valori che esso avrebbe dovuto tramandare, poiché non esistono. Le opere della post-modernità sono, infatti, aride, vuote, fredde. Ebbene con gli occhi del futuro, la sola risposta che potremmo dare a Nagel è che l’unico profitto che abbiamo tratto dallo spogliarci dei sogni, delle menzogne e dei misticismi è stato il profitto del modo di produzione capitalistico, un guadagno appannaggio di pochi e per quale ci hanno rimesso in molti.