di Matteo Mollisi

“Diceva anche nodo o gomitolo, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo”. Garbuglio, tra i quattro termini, è forse il più nitido, il più icastico, il più esatto, ma sarebbe inesatto fermarsi al garbuglio. Nodo e gomitolo servono, sono funzionali. Come lo è gnommero, come lo è il dialetto. Come lo è o, disgiunzione. Colui che diceva è Ciccio Ingravallo, commissario molisano in servizio a Roma e protagonista del più celebre giallo del Novecento italiano, il Pasticciaccio. Che non prevede una trama lineare, e non prevede, naturalmente, un finale, una risoluzione, un dipanarsi. Eppure ha un protagonista, questo commissario che ha studiato Kant e Aristotele e pretende, nell’ombra di quel groviglio, di ripensare la categoria di causalità, e di ravvisare le molteplici cause che determinano un evento. O meglio, di ravvisarne la presenza, poiché dell’intreccio di tutte le cause non si avrà mai una visione lucida, capace di rendere conto della totalità dei rapporti. La molteplicità causale sai che c’è, ma non la puoi conoscere; è all’incirca un noumeno, nel mondo di Ingravallo, che naturalmente è il mondo controverso e intricato dell’Ingegnere nevrotico, di Carlo Emilio Gadda.
L’opera del Gadda non ha immediatamente goduto della grande attenzione della critica; oggi è invece riconosciuta come una delle più eminenti nel panorama novecentesco italiano, figura sulle antologie liceali, alcune licei la studiano pure, esiste addirittura una rivista di Edimburgo dedicata a Gadda in cui si parla di ontologia, di sacro, di Eraclito, il tutto ovviamente in relazione all’opera dell’Ingegnere. Si parla di ontologia perché la poetica del Gadda ha pretese ontologiche: la realtà è un intreccio inestricabile di cause, ogni evento è come un vortice, “verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti” (sempre il Pasticciaccio). La complessità in questione si riflette nei rapporti tra gli uomini, e la società ne è l’espressione perfetta, con le sue dinamiche contraddittorie e imperscrutabili. Il Gadda romanziere si conforma al Gadda filosofo, e la poetica si adegua, sul paradigma del caos e del complesso: fiumi di inchiostro sono stati versati per descrivere il celebre miscuglio linguistico, grande peculiarità del Gadda narratore, in cui si intrecciano dialetti di ogni angolo d’Italia, neologismi memori della cultura classica dell’Ingegnere, termini tecnici, registri linguistici di altezze differenti; meno originale è invece la destrutturazione del romanzo, ma pur sempre funzionale e coerente.

In virtù della sua poetica, Gadda è stato spesso bollato come il grande scettico della letteratura italiana, come colui il quale, dinnanzi al groviglio del tutto da lui stesso evocato, non può che rintanarsi nel dubbio e proseguire la ricerca senza mai sfociare in un esito, proprio come la trama di un giallo che si ingarbuglia in se stessa, declinando l’esigenza di una soluzione e lasciando il sipario aperto. Eppure, i panni dello scettico si adattano a Gadda fino a un certo punto. Appare infatti evidente come l’elaborazione di una simile poetica, così ben modellata su saldi dogmi ontologici (dogmi del caotico e della molteplicità, ma pur sempre dogmi), presuma una notevole fiducia nella capacità del discorso umano di riprodurre la struttura del reale: una netta corrispondenza tra il piano logico (inteso come sfera del logos umano) e piano ontologico.

L’intera opera del Gadda poggia su queste convinzioni: l’idea che l’uomo possa, per così dire, essere consapevole dell’inconoscibilità del tutto, e che l’inconoscibilità in questione possa essere a sua volta comunicata, attraverso il linguaggio, poiché il linguaggio è in grado di cogliere e riprodurre la complessità che è cifra del reale. Il dubbio è una fiera ambigua, che strizza l’occhio ad una ragione che vuole tutto comprendere e danza al contempo sul baratro dell’inspiegabile e dell’irrazionale; Gadda è indubbiamente un gigante del dubbio, forse il suo più distinto rappresentante in ambito letterario, ma è del dubbio consapevole, della certezza del dubbio. Paladino non di una realtà irrazionale, ma dei limiti della ragione umana, e allo stesso tempo ambasciatore delle sue possibilità, che egli affida alla letteratura; la distinzione è sottile, ma determinante.
Occorrerebbe quindi ripensare il Gadda: scettico, ma non del tutto; certamente nevrotico e perso sulla via del dubbio, sia nel mondo che tra le parole; eppure qualche certezza, a ben pensarci, l’Ingegnere sembra essersela portata con sé, e volercela comunicare.