La letteratura breve, aristocratica per vocazione, fu già dalla nascita affare di biblioteche e di bibliotecari,  alimentata dal dialogo dei colti alessandrini spinti dalle Muse in altra direzione rispetto alla tradizione letteraria che riempiva quelle stesse biblioteche. Il canone di Omero e degli aedi, dell’inesauribile fiato narrativo estrinsecato in un fluire di versi e di epiteti formulari, lasciò il posto alla doctrina e al lavoro di lima dei poeti ellenistici, alla levigatezza e alla cura formale dalle quali secoli dopo attinsero ispirazione Orazio e Catullo. Grandi libri divennero grandi mali.

Dall’altra parte del mondo, nel Sudamerica, e dall’altra parte nella Storia, nel Novecento, riecheggiò il destino delle lettere brevi, e di nuovo esso fu affare di biblioteche e di bibliotecari – e di due giganti della biblioteca, in particolare. Uomo di biblioteca – che altri chiamano l’Universo – fu certamente Jorge Luis Borges, e lo fu anche per lavoro, come un moderno Callimaco. Nella prosa dell’argentino, la brevitas già aristocratica riconobbe se stessa, ripresentandosi nella forma di un volgersi al passato, un passato che ormai assumeva le imponenti dimensioni dell’intera cultura occidentale, contaminata da suggestioni arabe e orientali. Inoltre, l’ariston letterario potè appropriarsi di un nuovo carattere, trasfigurandosi in una vena metafisica e convertendosi in un impeto eidetico, puramente rivolto alla forma: l’essenzialità della parola divenne l’essenzialità del mondo, le forme del logos presero a coincidere con le forme del kosmos, e l’universo – o la Biblioteca – potè rivelare nell’oscurità la propria struttura abissale, generando vertigine.

Uomo di biblioteca era anche Nicolás Gómez Dávila. Anche egli, nei suoi aforismi, scelse una forma di scrittura “breve ed ellittica”. “Scrivere breve – recita uno dei suoi escolios, quasi un memorandum – per concludere prima di annoiare”. Ma la questione non si esaurisce in un mero tentativo di preservare il lettore dal tedio. Scrivere in tale modo, come fece Nietzsche e come “volle la morte che scrivesse Pascal”, permette infatti di “prendere il tema nella sua forma più astratta, quando sta nascendo o quando, morendo, si lascia dietro un puro schema”. Si rintraccia, dunque, anche qui il gusto dell’eidos, della forma, dell’idea che è un “fuoco di luce secca”, un “germe”, una “promessa racchiusa in se stessa”, dalla quale “discenderanno conseguenze infinite”. Il non-detto, dunque, scaturisce dal detto, e da queste rasentate “cime dell’idea” ecco che “circola l’aria e si apre lo spazio”. Le “idee sciolte e sole” sono “arcipelaghi che affiorano in un mare ignoto”. Questo ignoto, il taciuto texto implìcito a lato del quale il colombiano annota i suoi lapidari escolios, diviene dunque, come una novella pagina ungarettiana appena sfiorata dai versicoli, o come l’indefinito leopardiano, spazio di sovrumani silenzi e gestazione di possibili, una terra allusa allo stesso modo di come “una mano, un piede, una gamba, una testa – come recita un verso shakespeariano posto da Gómez Dávila in esergo al primo volume degli Escolios – lasciano l’insieme all’immaginazione”.

Di nuovo, nel linguaggio umano vuole riproporsi la struttura del mondo. “Il discorso continuo tende ad occultare le rotture dell’essere” scrive Gómez Dávila nei Nuevos Escolios. E poi aggiunge: “il frammento è il mezzo espressivo di colui che ha imparato che l’uomo vive tra frammenti”. Tuttavia, come ricorda Franco Volpi, tale scelta espressiva non impedisce al filosofo colombiano di mirare all’intero. Un simile commento può certamente estendersi anche a Borges, che scrisse per racconti e poesie e non per aforismi filosofici, ma che a sua volta scelse di preservare l’oscurità in una visione d’insieme. Non è il dire dell’uomo, sommesso e singhiozzante, a ridimensionarsi nella brevitas per sfuggire all’onere di dire l’essere. Al contrario, è l’essere stesso, in quanto dato all’uomo – in quanto detto – a rivelarsi in questa forma in una mancanza essenziale della quale il discorso, la letteratura, la parola si appropriano.