“I piaceri della nostra giovinezza, riproposti dalla nostra memoria, somigliano a rovine viste alla luce d’una fiaccola.” – F.R. de Chateaubriand

Se nel Sessantotto i giovani gridavano slogan come “Vietato vietare!”, Mario Castellacci, autore del bellissimo romanzo anti-retorico La memoria bruciata, scrisse, nel ’98, ciò che invece era vietato ricordare. Tristemente noto per essere stato l’autore del Bagaglino – cabaret in cui veniva praticata la peggior “Satira di destra” – Mario Castellacci, classe 1924, è uno dei tanti giovani balilla che andarono a Salò. Perché -non è mai stato sottolineato abbastanza- la maggior parte dei combattenti “dalla parte sbagliata” furono coloro che tra il ’43 e il ’45 non avevano neanche vent’anni. Essi, nati a fascismo compiuto, erano cresciuti sotto quelle parole d’ordine, quei comandamenti, quei valori dettati da Lui, il duce, che loro vedevano come un padre. Giovani come Dario Fo (volontario tra i parà della X MAS), Giorgio Albertazzi, Dino Buzzati, Carlo Mazzantini, Piero Vivarelli, Walter Chiari, Angelo Del Boca, Piero Buscaroli, Giano Accame, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello… Andate a vedere la loro biografia e vedete un po’ a quale classe appartengo. Tra i grandi vecchi della RSI si ricordano invece i nomi di Ugo Ojetti, Ardengo Soffici, Ezra Pound e Filippo Tommaso Marinetti…oltre a tristi figuri come Giovanni Preziosi e Pietro Koch. Non dimentichiamolo.

Ma perché tirare di nuovo in ballo la RSI e i loro appartenenti? Meglio dimenticare, giusto? E’ il condono della memoria voluto da molti, opportunisticamente, vigliaccamente. Vietato ricordare, appunto. Quest’anno, oltre a commemorare l’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, si ricorda anche il settantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale. E la RSI fu un capitolo di quella tragica vicenda umana. Questo “romanzo di un vecchio ragazzo”, come sottotitola il libro, fu il racconto scanzonato che trae origine da una vecchia canzone “strafottente”: Le donne non ci vogliono più bene, di cui Castellacci ne è l’autore. Essa divenne la canzone ufficiosa della RSI: Le donne non ci vogliono più bene/Perché portiamo la camicia nera/Han detto che siamo da catene/Han detto che siamo da galera… Nonostante i temi toccati, Castellacci riuscì a non (s)cadere nella retorica e a darci un racconto differente rispetto alle tante memorie della Repubblica Sociale Italiana. Scrisse qualche hanno più tardi una raccolta di poesie, sullo stesso tema, Viva l’Italia! Cinque giornate disperate e belle de quer settembre der  43. E, con lo stile popolare romanesco di un Giacomo Balla, compose versi di questo calibro:

C’era ‘na vorta un re che dar palazzo
disse a un Badojo: “Firma l’armistizio!”
“E poi, Sire?” “Scappamo a precipizio”.
“E l’Italiani?” “S’attaccasse ar cazzo!”
E fu così che nacque er quadro a sguazzo
de quer famoso Giorno der Giudizio
in dove che Sempronio e Caio e Tizio
tutti coreva pe’ sarvasse er mazzo.
Li tedeschi sparaveno ner mucchio
e le donne a strillà da le terazze
e li nostri a ‘nguattasse ne la fogna.
E laggiù, tra ‘na rosicata e un succhio,
puro li sorci de le peggio razze
a disse fra de loro: “Che vergogna!”

Sgràub è il nome sgraziato che i compagni d’arme attribuirono al giovane/vecchio Mario. Davanti ai soldati italiani che, in seguito all’8 Settembre, lanciarono le divise per tornare a casa, Castellacci, insieme ad altri amici, decise di prendersi sulle spalle le sorti di una patria perduta e di una guerra persa in partenza. A cominciare il racconto è il vecchio Sgràub, ultrasessantenne insonne che non riesce a dormire a causa dei ricordi di quella immemorabile giovinezza che segnò la sua adolescenza e macchiò per sempre la sua (ex) nazione. Perdente tra i perdenti, il giovane Sgràub si arruola tra le fila della Guardia Nazionale Repubblicana per indossare la camicia nera. I soldati italiani, quelli più grandi, i padri di famiglia, in seguito al maldestro Armistizio, se ne tornano, coda tra le gambe, tutti a casa. Loro, i fuggiaschi, erano agli occhi delle donne romane “figli di mamma”. Loro altri invece, ragazzini imberbi che volevano salvare l’onore perduto di una patria, erano “figli di stronza”. Così li bollò Elio Vittorini nel romanzo, dal titolo discriminatorio, Uomini e no. Uomini furono, secondo Vittorini, i resistenti. Non uomini, invece, i repubblichini, ai quali venne negata anche una qualsivoglia appartenenza al genere umano. Quella dell’8 Settembre è l’immagine di una nazione allo sbando. Come per Prezzolini nella Grande Guerra, l’Italia fu, nuovamente nella seconda, una nave senza timone…La Storia si ripete. Per il giovane Mario “valeva la scelta meno conveniente, la meno calcolata. La più bella appunto. Altro riferimento in quel Settembre non c’era”.

In uno dei capitoli più belli, Castellacci, tramite un sogno allegorico, racconta di lui e Piero che, ragazzini, assistono passivi  al banchetto al quale non erano invitati e non gli è dato di partecipare; dove i gerarchi, i loro professori e la generazione dei loro padri, sghignazzano , si ubriacano e si strafogano mangiando e bevendo. Poi arriva il momento di pagare. E una vecchia signora dal volto gigante si avvicina al tavolo. “Dev’essere l’ostessa” dice Pietro all’amico. “No” disse Sgràub. “Quella e la Storia!” che presenta il conto. Pagheranno loro le abbuffate altrui.Questo capitolo Il sogno , insieme al capitolo Quella canzone, è uno dei pochi frammenti da cui traspare un minimo di pathos. Per il resto, il romanzo è un racconto “leggero” che narra una storia tremenda. Una storia di cui tutti i protagonisti si dovranno, in seguito, vergognare. E quella memoria bruciata, che non si deve ricordare, ci pare somigli a quei libri bruciati, nella Germania nazista, che non si dovevano leggere. L’unica riconoscenza che il giovane Sgràub ricevette per quel servizio alla patria fu quella “medaglia al valor pezzente”, ovvero quella coperta morale che, nella Milano del 1945, una vecchietta gli mise sulle spalle, commiserandolo per il freddo che sentiva. L’ormai vecchio Sgràub, tormentato e rintontito dai ricordi di gioventù, finirà, nel capitolo finale, davanti a un muro semidiroccato con una scritta recitante “ITALIA LATRINA DEL MONDO”. Quasi fosse un appuntamento per lui. E il ricordo di quei legionari del ’43, “ribelli al tradimento, gli parevano…un ponte gettato a congiungere i due tronconi di un secolo. Un ponte di barche sul fango perché quella bella idea dell’Italia potesse continuare il suo cammino”.