Tutti si ricorderanno quanto noioso fosse studiare le vite degli scrittori. Volentieri si sorvolava il paragrafo, per saltare a piè pari alla parte riguardante l’opera e la poetica. Niente di più sbagliato! Se è pur vero che la maggior parte delle vite degli autori sono banali e trascurabili, in certi casi contengono dati fondamentali che è bene non trascurare, se si desidera comprenderli realmente. Accade poi che alcuni tra loro abbiano avuto delle esistenze davvero romantiche ed esaltanti, che forniscono come una sorta di spronante ispirazione. È il caso della poetessa Piera Oppezzo, scomparsa recentissimamente, nel 2009. Nata a Torino, il 2 agosto del 1934, Piera ha trascorso il grosso dell’età adulta a Milano. Proveniva da una famiglia di modestissime condizioni, con il padre cameriere e la madre casalinga. Si potrà facilmente immaginare come i genitori abbiano potuto avversare la sua vocazione per la poesia, “l’atto principale che ritengo di dover compiere” come la definì lei. Terribile inghippo per una donna che prende molto seriamente la sua scelta e la cui attività va ben oltre l’inseguimento della mera ispirazione momentanea, d’occasione. Dice lei:

A suo tempo ho deciso che era mio compito. Da allora ho questo impegno. Per cui non si tratta mai di scrivere una certa poesia ma di fare poesia. E così posso quindi dire: niente mi ispira […] niente di particolare o momentaneo mi ispira. Che scrivo per decisione di scrivere. Che a suo tempo mi sono data questo compito. È darmi questo compito che è stata una ispirazione

I genitori non sembrano voler venire a patti con la giovanile esuberanza della ragazza e, tanto per farle comprendere che cosa sia la vita reale, la mandano in bottega a imparare il mestiere di sarta. Poveri loro, non avevano idea di cosa volesse dire fare i conti con la vocazione di poeta. La situazione di ostilità è ben descritta in un suo famoso verso, lì dove parlando della sua infanzia la definisce come “saccheggiata dalla famiglia”. Certo Piera non era, come si direbbe oggi, una di quelle giovani che hanno paura di sporcarsi le mani. I mestieri li ha fatti un po’ tutti, umili e meno. È stata dattilografa, commessa alla Standa, prima di divenire collaboratrice editoriale con RAI, Einaudi, e Feltrinelli, a seguito di una certa notorietà guadagnata nel panorama letterario nazionale. Siamo negli anni sessanta, quando approda a Milano. L’atmosfera è febbricitante e carica di speranze. Nel frattempo, nel ‘66, Einaudi ha stampato il suo primo vero e proprio libro, L’uomo qui presente. Fino a quel momento aveva pubblicato solo poesie sparse, alcune addirittura su La Fiera Letteraria, allora giornale di punta della poesia italiana, diretto dal geniale Vincenzo Cardarelli, il noto Leopardi del ‘900. Gli anni settanta della poetessa sono segnati, oltre che dalla scrittura, dalla militanza nella sinistra extraparlamentare e dall’adesione al femminismo (con tanto di partecipazione ai gruppi di autocoscienza). A metà del decennio organizza un collettivo chiamato “Pentole e fornelli” che gira l’Italia con uno spettacolo fatto di canzoni e testi poetici.

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Nella Milano della nascente speculazione edilizia, città a misura di yuppie viscidi in completo Armani, la Oppezzo sceglierà di andare ad abitare nella storica villa nobiliare in via Morigi 8, di proprietà del comune, ma occupata da un gruppo di artisti e famiglie senza fissa dimora. Praticamente, una squatter ante litteram. Il luogo scelto da lei e da tanti altri, che versavano nella stessa precaria condizione economica, è noto anche per aver dato i natali all’allora nascente movimento per i diritti degli omosessuali in Italia. Successivamente, Piera si sposterà in una casa “protetta”, sempre a Milano, ma in corso Lodi. La sua morte risale al 19 dicembre del 2009, in una residenza vicino al Lago Maggiore. Le ultime testimonianze parlano di una Oppezzo, ormai irriconoscibile, che non scrive più da tempo, parla poco e biascica sporadiche qualche frase coi rari visitatori che nei mesi finali vennero a farle visita. 

L’occasione di questo articolo però non è data dalla semplice volontà di raccontare l’esistenza della poetessa, ma viene piuttosto dalla recentissima pubblicazione di un’antologia del suo lavoro, intitolata Una lucida disperazione, a opera della coraggiosa casa editrice Iterlinea (www.interlinea.com). Un prezioso volumetto a cura di Luciano Martinengo e con un’introduzione di Giancarlo Majorino. Si tratta di una superba edizione che svolge un’encomiabile opera di ricognizione generale sulla carriera della scrittrice, per chi negli anni sessanta era ancora troppo giovane, o in mente dei, oppure colpevolmente distratto rispetto al fermento letterario del tempo. Bisognerebbe avere maggiore attenzione per queste mirabili iniziative che, di solito, piccole case editrici hanno l’ardire di mettere su, ridando così lustro a porzioni della letteratura nazionale ingiustamente dimenticate.

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Mi piacerebbe partire proprio da ciò che si legge sulla copertina di questa raccolta postuma: Una Lucida Disperazione. Mai titolo fu più felicemente efficace nel sintetizzare, in così poche sillabe, tutta la cifra di un lavoro letterario lungo un’intera esistenza. Leggendo Piera, ciò che se ne trae è appunto una senso di afflizione radicato nella carne, inestirpabile, proprio come un’inclinazione che trova la sua ragione più profonda nel sangue. La disperazione era nella Oppezzo una malattia congenita e un destino, un tratto del proprio sé di cui avrebbe potuto dire, con un verso della Valduga, “non posso farci niente, è la mia sorte”. Eppure, questo senso del tragico così soverchiante e legato alla sua essenza umana più intima, la poetessa, si percepisce, lo domina con uno sguardo alto, quasi medico. Nei suoi versi l’affanno dell’animo, tanto acuminato da essere perturbante, è allo stesso tempo lucidamente vivisezionato, quasi ne eseguisse l’autopsia nell’istante stesso in cui lo vive. La cognizione traslucida che ella ha del proprio sé è accompagnata dalla consapevole rassegnazione di non poter opporsi in alcun modo a questo suo modus essendi (“Non poteva essere diversamente”, dice  giustamente in La grande paura). Questa raccolta è piena di tanti piccoli gioielli, caratterizzati da una semplicità espressiva che riesce a inquadrare l’inquietudine umana con sguardo affilato e abissale. Un momento della quotidianità, un’abitudine apparentemente insignificante si carica di un portato esistenziale immane

Dormo due volte al giorno./ […] Dormo per fare un intervallo./Due volte perché un giorno intero/ è una fatica da non dirsi/ a sperimentarlo tutto./ Anche lo sforzo per riderci su/ è carico di emozioni snervanti/ che poi mi scoppiettano nella testa,/ la devo appoggiare sopra il cuscino./ Il cuscino, ho capito, è un posto/ per piccole morti molto morbide/ un’esperienza che mi posso raccontare./ È dove rientro/ per respingere almeno un po’/ le schegge di troppe esplosioni)

Altre volte l’angoscia si fa raggelante, fino a esplodere incontenibile (Succede che per strada/ urlo senza ritegno./ Come nei sogni la voce è silenziosa,/ me ne rendo conto), per poi estendersi anche oltre la geografia dell’anima (Vivo in una città/ di finestre ben serrate). In generale, la Oppezzo è proprio questo, una poetessa del tormento e della disperazione (disperarsi giorno per giorno/ è ripetere l’atto meticoloso di un vizio), si potrebbe dire calata nel clima esistenziale del suo tempo (la nostra vita/  nel tempo trema tutta/ di scompensi e previsioni/ di atti impersonali e indomabili).

Ma Piera è stata anche una donna politicamente impegnata, comunista extraparlamentare, femminista, sempre secondo lo spirito di quegli anni. Malauguratamente, però, il suo impegno civile non ha trovato felice sintesi a livello artistico. Le volte che ci ha provato, il suo verso si è fatto faticoso e stanco, di maniera, fastidiosamente tirato su parola dopo parola con un sovraccarico di costruzione troppo evidente. Non vi è però motivo per cui attribuirle alcuna colpa. L’adesione appassionata a un’ideologia non costituisce in alcun modo una sicura garanzia nell’ottenimento di un’espressione esteticamente valida delle proprie posizioni. Probabilmente, per altro, la vita interiore della poetessa era troppo gravata dallo scompiglio emotivo più intimo e personale, perché la politica potesse diventare realmente la sua principale fonte di ispirazione. Non è la sola: lo stesso Pavese – la critica mi perdoni per l’eresia che sto per dire – è oltremodo pesante nei suoi versi più politici, mentre raggiunge un afflato lirico che toglie il respiro scrivendo di amori negati, solitudine, e angoscia. La politica, del resto, è difficile che riesca a trovare degna espressione in ambito poetico almeno da una sessantina d’anni a questa parte, salvo rari esempi. La poesia del secondo novecento è solo eccezionalmente una poesia civile, quanto piuttosto una poesia dell’interiorità e dell’individuo, almeno nei suoi migliori risultati. La Oppezzo si inserisce a pieno titolo in questo solco di fine secolo, lì dove le grandi illusioni stanno tramontando, la comunità intesa come aggregato coeso è finita, e il soggetto individuale assoluto fa il suo ingresso inarrestabile sul piano della storia.

Questo è Piera, una creatura sola, incapace di venire a capo della propria interiorità sofferente, con una necessità spirituale dell’altro che non trova appigli nella realtà sociale circostante, che usa le parole per fare da filtro a un mondo che non è capace a vivere e con le quali puntella il suo instabile equilibrio.

Eppure, non c’è niente di male nell’essere così. Se si è nati Emily Dickinson, non si può morire Vladimir Majakovskij. Come riferiscono concordemente le fonti, infatti, la Oppezzo era appassionata lettrice dell’americana. Si riscontra la stessa attenzione per l’universo intimo e privato. Chiaramente, poi, la poetessa italiana è figlia del suo tempo. Non poteva trovarsi nei suoi versi la stessa presenza massiccia di una Natura con cui l’umano intrattiene un perenne e tacito dialogo. Il discorso della Dickinson, che ha come scenario la provincia americana ancora ricca di spazi naturali vergini, in Piera Oppezzo viene traslato nella solitudine della metropoli milanese, luogo che, piuttosto che indurre sane spinte centrifughe nell’animo umano, istiga alla chiusura forzosa entro se stessi. E questa è la storia della Oppezzo, quella di una poetessa che ha scandagliato il malessere di un’epoca di declino dell’Occidente e di ripiegamento del singolo su di sé, capendo che la soluzione doveva essere prima di tutto politica e cercando di realizzarla. Non possiamo non dargliene atto.

 

LA GRANDE PAURA

La storia della mia persona
è la storia di una grande paura
di essere me stessa,
contrapposta alla paura di perdere me stessa,
contrapposta alla paura della paura.

Non poteva essere diversamente:
nell’apprensione si perde la memoria,
nella sottomissione tutto.

Non poteva
la mia infanzia,
saccheggiata dalla famiglia,
consentirmi una maturità stabile, concreta.
Né la mia vita isolata
consentirmi qualcosa di meno fragile
di questo dibattermi tra ansie e incertezze.

All’infanzia sono sopravvissuta,
all’età adulta sono sopravvissuta.
Quasi niente rispetto alla vita.
Sono sopravvissuta, però.
E adesso, tra le rovine del mio essere,
qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire.