“La fame viene e scompare, ma la dignità una volta persa non torna” (Educazione Siberiana).

Hamsun è uno di quegli autori che andrebbero letti verso la quarantina. O magari anche più in là con gli anni. Non tanto per ragioni intellettuali, del resto una maggiore età non sempre è sinonimo di una mente germogliata. Piuttosto  si spera che con la crescita, la propria personalità si sia andata ormai a consolidare. Perché una volta entrati in quei monologhi, spesso deliranti, si finisce trasfigurati, se non totalmente alienati dalla lettura. Ebbene Fame è proprio uno di quei romanzi che lascia il segno. Un racconto che è quasi interamente un monologo interiore, attraverso il quale si presentano le angosce di un mondo urbano – quello di Christiania, l’odierna Oslo -, sfigurato dagli occhi di un uomo allucinato dalla fame.

Un romanzo d’avanguardia, in cui si rompe con la narrazione classica, quella del relatore onnisciente per intenderci; per adottarne un’altra dagli orizzonti limitati, in cui la realtà viene presentata con uno sguardo deformato e tutt’altro che oggettivo. Una narrazione che si confonde tra i vagheggiamenti di un affamato. Lasciando quindi al lettore una realtà enigmatica, in cui quest’ultimo deve essere in grado di costruirsi una reale comprensione dell’opera.

Ed è allora che la fame non rappresenta più un semplice stato psico-fisico, ma tanto altro. Nell’arco della narrazione, essa si rivelerà una sfida, un conflitto esistenziale per mantenere una propria fierezza, senza prostrarsi mai alla miseria, o peggio alla fatalità. Se volessimo addirittura adottare la terminologia islamica, ecco che Fame sarebbe la narrazione di uno Jihad superiore, dello sforzo attraverso il quale un individuo migliora se stesso, eleva la propria dignità. Eppure il protagonista riuscirà a vivere, senza mai cedere all’ignominia. Ed anzi, spesso mostrando una fierezza ed una compostezza che faranno di lui un eroe romantico. Insomma, uno di quelli che nonostante la miseria morale sarà in grado di mantenere la propria rettitudine, financo prodigandosi in gesti di estrema misericordia. Sullo sfondo, però, c’è una realtà ferale. La città di Christiania è, infatti, un mondo amorale, i cui cittadini mancano di profondità, o meglio vivono la propria bidimensionalità confondendosi nel grigiore del quotidiano. Eppure nonostante ciò, ognuno di questi personaggi finirà sempre per mostrare un qualche lato positivo. Distaccato da tutto questo, ci sarà lui: l’eroe romantico, i cui ideali verranno messi a dura prova, vessati, calpestati eppure lui rimarrà lì, come un faro in tempesta. Immobile, sofferente ma pur sempre vivo e coerente con le sue idee.