di Rosario Din

E’ risaputo che la libertà è il bene più nobile e più autentico che un uomo possa avere. L’odierna società, pur riconoscendone il valore supremo, ha finito per travisare il senso autentico di essa, finendo così per concepirla, per dirla con le parole di Hobbes, come “assenza di ogni impedimento” in cui si ha la piena possibilità di agire. Nell’uomo contemporaneo, in modo particolare nelle nuove generazioni, vige un forte desiderio di mutare rotta, di rinnovare l’idea stessa di libertà: una libertà, però, che tende a essere illimitata e in virtù di ciò non si piega a leggi e a ogni genere di norma. Questa visione trova terreno fertile nei giovani, assetati di esprimersi e di svincolarsi da regole imposte dal sistema. Per cui abbiamo un concatenarsi di azioni meramente egoiste, dettate non dalla necessità ma dal piacere di varcare i limiti imposti. Ma la libertà illimitata non finisce forse, per annichilire i concetti di bene e male con la conseguenza che alla fine è impossibile distinguerli?

Formulai per la prima volta in vita mia questo severo pensiero dentro di me: che non conosco e non sento né il male né il  bene, e che non solo, ne ho perduto il senso, ma so che il male e il bene in realtà non esistono nemmeno”

Con queste parole si esprime Stavrogin, il “demone” per eccellenza partorito dalla mente geniale di Dostoevskij. E’il personaggio intorno al quale ruota tutto il romanzo “I demoni”. Giovane, intelligente e straordinariamente bello, finisce per attrarre a sé uomini e donne della nobiltà russa. E’ bello come solo il male sa esserlo, intriga, seduce e finisce col distruggere chiunque entri in contatto con lui. Stavrogin è il superamento stesso dei limiti umani, riesce a raggiungere quello stato di libero arbitrio, ergendosi al di sopra del bene e del male e vi riesce così bene che finisce per non discernere le due parti: ai suoi occhi si confondono, sono la medesima cosa. Ma il cuore diventa sterile, arido come il deserto. Quella libertà illimitata lo consuma. Corrode l’animo e si tramuta in forza distruttrice, scatenando il demone sopito. Ignora completamente ogni limite, ogni valore, ogni norma, finendo per dissacrare e violare tutto: la sua scelleratezza raggiunge l’apice nel momento in cui viola l’innocenza di una bambina. Il giovane rampollo, recatosi da un santo vescovo, inizia a confessare i suoi misfatti, tentando una tardiva assoluzione. Quello che maggiormente lo tormenta è la violenza fatta a una bambina. “L’innocenza esercita sui perversi un attrazione speciale, essi che non sono puri,  provano un indicibile piacere a profanarlo”. Stavrogin è gelido, racconta il crimine con lucidità, nelle sue parole  non c’è rimorso o pentimento. La piccola subisce passivamente, dopo però sta male, soffre, avverte di aver perso qualcosa di prezioso. In preda ai sensi di colpa si impicca nel ripostiglio. Stavrogin è li che osserva, capisce le intenzioni della piccola ma non fa niente per impedire la sua morte. Il ricordo di questo atto mostruoso non gli da pace. Cerca la redenzione, ma la sua confessione appare fiacca e piena di contraddizioni. Il pentimento e il rimorso non sono limpidi. Finisce solo per trovare compiacimento nell’autoumiliazione e nell’autodegradazione. Il suo animo ormai è vuoto, incapace di provare qualunque sentimento: la redenzione, non soltanto appare lontana ma addirittura diventa  impossibile. Non v’è salvezza per lui.

Differentemente da Raskolnikov (Delitto e castigo) per il quale la fede si rivela essere fonte di salvezza e di rinascita spirituale, Stavrogin con un ultimo atto titanico si toglie la vita, l’ultimo gesto di sfida di un giovane, distrutto dal proprio libero arbitrio. Analizzando sotto questa luce il “demone”, Dostoevskij delinea con magistrale precisione l’impossibilità per l’uomo di spingersi oltre i limiti a lui imposti. Lo scrittore mette in guardia; la libertà arbitraria sfocia inevitabilmente nella totale mancanza di morale e nell’indifferenza per ogni valore. Libertà non significa vivere senza norme. La stessa trova un limite, quando si scontra con la libertà altrui. “Tutto al mondo è perfetto, tutto è innocente meno che l’uomo” ed è per questo che necessita di leggi, della morale e perché no, anche di Dio. Questo Stavrogin lo sa bene, ma non riesce ad accentarlo, o meglio, non vuole, ecco perché trova più onore nella morte piuttosto che scontrarsi con la realtà e prendere atto dei propri limiti.