“Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica” . Così, in una lettera del dicembre 1953 rivolta a Padre Murray, John Ronald Reuel Tolkien rivela il sostrato culturale che maggiormente ha determinato una delle opere più lette del ventesimo secolo. E aggiunge: «All’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la religione, oppure culti e pratiche nel mio mondo immaginario. Perché l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo». Ciò non dovrebbe stupire, vista l’ardente fede cattolica che animava la vita del professore di Oxford, “ereditata” dalla madre, morta in condizioni di estrema povertà, dopo essere stata ripudiata dalla famiglia di professione anglicana, incapace di accettare la sua conversione. E, invece, la profondità cristiana dell’opera tolkieniana ancora stupisce, perché spesso si considera questo mondo fantastico di derivazione prettamente pagana. Effettivamente, è innegabile che, da studioso eclettico amante ed inventore di numerosissime lingue, Tolkien abbia attinto da diverse tradizioni per plasmare il suo universo. Del resto, uno dei suoi obiettivi, più volte dichiarato, era quello di (ri)fondare una mitologia anglosassone, seguendo le orme del Beowulf (il più antico poema in volgare europeo, su cui ha lavorato molti anni e scritto diversi saggi).

Tuttavia, l’elemento cattolico è quello che dà forma e senso al Tutto: l’incessante lotta tra Bene e Male, il viaggio (fisico e spirituale), la resurrezione, la pietà, ma anche la rinuncia, la tentazione, la speranza e la Grazia sono solamente alcuni dei temi prettamente cristiani che emergono nel Signore degli Anelli. A definire però l’opera come “cattolica” e non solamente “cristiana”, contribuisce in particolar modo un personaggio: la Beata Vergine Maria. È lei la chiave della spiritualità tolkieniana e, per questo, non può che essere richiamata anche nella Terra di Mezzo. Stratford Caldecott scrive in proposito: “Alla National Gallery di Londra c’è una piccola pittura su tavola nota come Wilton Diptych. Commissionata da Riccardo III, è una delle opere d’arte più preziose e misteriose d’Inghilterra. Essa mostra il re in ginocchio, circondato da santi, che offre la nazione alla Vergine Maria, o forse a Gesù Bambino che lei tiene fra le braccia e che si sporge a riceverla. Il re è circondato da un paesaggio arido e minaccioso, mentre ai piedi di Maria il terreno è verde d’erba e luminoso di fiori, proprio come l’aria intorno a lei è affollata di angeli. È questa la figura di Maria che Tolkien aveva sempre presente, che era al centro del suo immaginario, avvolta da tutte le bellezze naturali, la più perfetta delle creature di Dio, tesoro di tutti i doni terreni e spirituali. Ciò che Elbereth, Galadriel e altri personaggi come Lúthien e Arwen rappresentano, è esattamente ciò che Tolkien disse di aver trovato in Maria: la ‘bellezza sia come maestà sia come semplicità’. Maestà, poiché qui vediamo la bellezza incoronata con tutti gli onori che la cavalleria può concedere; semplicità, perché cosa c’è di più semplice della luce delle stelle”.

Insomma, se l’Anello del potere è il simbolo per eccellenza del peccato, la luce contenuta nella fiala donata da Galadriel a Sam e Frodo è colei che, con la sua Bellezza, indica il cammino di redenzione compiuto dai due piccoli hobbit in nome di tutta l’”umanità”. Il Bello diviene, allora, un altro, se non il più importante, elemento caratteristico della scrittura di Tolkien, tanto da fargli coniare il termine “elficità”, contrapposto all’aspetto “orchico”: il primo incarna una visione della vita est-etica, dove il Bello e il Buono si compenetrano a vicenda e, lungi da essere unicamente nelle mani degli elfi, plasma e si manifesta in diverse realtà, dalla Contea, a Lothlórien, passando per Gran Burrone; il secondo è totalmente l’opposto, essendo espressione di una vita malata, corrotta, artificiale, come quella ad Isengard e Mordor. Non è un segreto, del resto, che Tolkien amasse gli alberi e disprezzasse le fabbriche, portando avanti una vita rurale e in armonia con il Creato, visto che: “Dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore” (Sapienza13,5). La Bellezza, perciò, non è solamente un ornamento, ma un attributo direttamente connesso con la morale e la fede, come testimonia l’esperienza dei due protagonisti alle pendici del Monte Fato: “e lì Sam, sbirciando fra i lembi di nuvole che sovrastavano un’altra vetta, vide una stella bianca scintillare all’improvviso. Lo splendore gli penetrò nell’anima, e la speranza nacque di nuovo in lui. Come un limpido e freddo baleno passò nella sua mente il pensiero che l’Ombra non era in fin dei conti che una piccola cosa passeggera: al di là di essa vi erano eterna luce e splendida bellezza”.