Difficile restar seri al cospetto di Joséphin Péladan, sentenziava Mario Praz nel suo eruditissimo saggio su la Carne, la Morte e il Diavolo nella letteratura romantica. Non aveva tutti i torti, ma dove sta scritto di dover sempre fare i seri all’ombra delle Lettere? Finanche il Sacro in fin dei conti non è da prender sempre e troppo sul serio, se deve dare gioia alla fine della fiera, un lieto fine, un qualche paradiso. Il Sacro può e deve far ridere, giacché ridere è specificità umana, come sosteneva un altro personaggio in bilico fra misticismo e kitsch, il russo Solov’ëv. Il riso è dono divino agli uomini, negato agli animali e forse ancor più ad angeli seri e ieratici.

Le Sâr Joséphin Péladan - Alexandre Séon (1891)

Le Sâr Joséphin Péladan – Alexandre Séon (1891)

Il Péladan transitato altrove proprio cent’anni fa, il 27 giugno, già non prometteva molta serietà attribuendosi il titolo di Sār, ovvero gran sacerdote caldeo. Era lo Sar Mérodak per la precisione, in quanto reincarnazione di un antico sovrano di quel centro del mondo che fu Babilonia. Con la sua barba biblica e la tunica cerimoniale era eccessivo anche per il tutt’altro che sobrio ambiente decadente francese a cavallo fra ‘800 e ‘900. Per giunta l’essere scrittore e saggista, a sentir lo stesso Sār, era solo un aspetto del suo esser semplicemente Mago. Con Stanislas de Guaita e quel Gérard Encausse meglio conosciuto come Papus aveva fondato l’Ordine Cabalistico della Rosa Croce, nutrito da scritti martinisti e dall’opera di Eliphas Lévi. Scopo dichiarato era di combattere la magia nera non così rara nella Parigi di allora (basti ripassare Là bas di Huysmans, però convinto che fossero de Guaita e sodali i cattivi).

Presto però Péladan abbandonò la confraternita per animare l’Ordine del Tempio della Rosa Croce cattolico. L’impegnativo nome fa pensare a cavalieri medioevali assetati di cristico sangue redentore, ma l’Ordine era consacrato soprattutto all’Arte, suprema magia e sacerdozio sommo, secondo lo Sār. Comparvero allora i Saloni della Rosa Croce, momenti mondani in cui esposero le loro tele Fernand Khnopff, Jean Delville, Georges Rouault, Carlos Schwabe, alfieri del Simbolismo pittorico con soggetti mitologici, mistici, più o meno erotici. Del gruppo allargato facevan parte anche Félicien Rops il compositore Erik Satie con le sue Gnossiennes per piano ben intonate all’ambiente. Intanto l’ultimo Verlaine ormai alcolizzato, strattonato dalla vita e convertito alla Chiesa si aggirava fra i quadri di quei suoi figli strambi.

Les Sataniques - Félicien Rops (1882)

Les Sataniques – Félicien Rops (1882)

Si fondono eccome il sacro e il profano, spirito e carne, lirismo e gusto pessimo nel Péladan romanziere. Emule dei suoi maestri Balzac e Flaubert, ardente di lirismo wagneriano, scrisse non un’epopea ma addirittura una etopea, un racconto dei costumi, dei modi dell’essere di una società ormai allo sfacelo. Chiamò La decadence latin quel monumentale ciclo (oltre 15 romanzi) in cui si prendeva atto appunto dell’inesorabile sconfitta dell’umanesimo europeo al cospetto della barbarie capitalista, atea e nazionalista. Non rimaneva che lasciar testimonianze di vera civiltà fra le macerie, di gusto estetico, di dogmi cattolici giacché l’anarchico Sār era anche legittimista borbonico e fedelissimo al Papa di Roma. Il Catechismo cattolico era ancora pregno di verità eterne, comprensibili alla plebe e ancor di più da saggi e maghi. Testimoniarlo, qualche anno prima del ben più serioso René Guénon, significava tenere accesa una fiaccola nel buio del Kali Yuga incombente. Se i popoli latini eran privi di avvenire, Péladan suggerì che ce ne fosse di esalato da labbra di donne russe. A modo suo faceva così intendere quanto il cristianesimo e l’Europa dovessero guardare ad Est per esistere ancora.

Non passarono inosservati ai suoi tempi quei romanzi col loro “baccano di stile” (lo notò Anatole France) e i miscugli alchemici di sconcezze e devozioni, fregole di corpo e d’anima come spettacolo diretto dallo Spirito. D’Annunzio ne copiò brani interi per scrivere Il piacere e Trionfo della morte, si lasciò ispirare dalle invettive antidemocratiche e solo l’attento Enrico Thovez rivelò il plagio. Un’opera teatrale dello Sār, Babylone, fa la sua bella figura nella selezionatissima biblioteca del dottor Faustroll, il teorico della Patafisica inventato da Alfred Jarry. Il Dadaismo e il Surrealismo li si può dire anche suoi figli bastardi, non solo in quanto sintomi della decadenza latina. Un po’ della sua eredità passò ad Aleister Crowley, quasi una sua versione estremizzata e virata al satanico. Fin dalla seconda raccolta poetica, White stains del 1898, il mago britannico omaggiava infatti il precursore francese definendolo Alto prelato… dell’assurdo e pare tutt’altro che una mancanza di rispetto.

Caricatura di Joséphin Péladan (1890)

Caricatura di Joséphin Péladan (1890)

Chi oggi volesse leggere in lingua italiana il Péladan ha poche ma buone scelte, limitate per ora alla saggistica. L’Associazione Libri Perduti pubblicò qualche anno fa Dell’androgino, dove si parla d’amore, del senso dell’altra metà necessaria per riconquistare l’Eden, la totalità. Ovviamente c’è tanta cabala ebraica, il Platone del Simposio, l’enigma di Leonardo da Vinci, altro maestro riconosciuto. La edit@ di Taranto ha rimesso provvidenzialmente in circolazione Introduzione alle Scienze Occulte, foresta di simboli che invita alla trasmutazione dell’essere umano. Il segreto dei trovatori lo si trova grazie alle edizioni Arktos di Carmagnola, testo fondamentale per capire il personaggio. In quelle pagine molto amate dal giovane Ezra Pound si rivendica la tradizione sovversiva e cristianissima dei Catari, poi trasmessa al ciclo del Graal, agli Stilnovisti italiani e congedatasi con Cervantes, vero ultimo eroe, vera chiave per capire la lotta contro il mondo moderno, l’amore e l’immaginazione creatrice. Nelle ultime righe Péladan ci avverte:

dobbiamo capire se ognuno di noi non ha mai avuto la sua ora di donchisciottismo. Se non la troviamo nel nostro passato non resta che dispiacersi: questa è l’ora in cui l’uomo raggiunge il più altro grado della conoscenza.

Un tentativo di risveglio di quella tradizione occultatasi è il ciclo Anfiteatro delle Scienze Morte, in via di pubblicazione col benemerito marchio della torinese Psiche2, con curatela di Luca Sartore. Nel primo volume Come si diventa Mago non c’è traccia di istruzioni per tracciare pentagrammi e invocare angeli o demoni, almeno apparentemente. È un trattato d’Etica per gentiluomini che devono esorcizzare la programmazione imposta dalla modernità a suon di cabala, simboli astrologici e sacramenti cristiani compresi nella loro abissalità. Il testo è riservato appunto ai maschietti, mentre per il gentil sesso esiste Come si diventa Fata, trattato invece di “Erotica”. Segue Come si diventa Artista e poi Politica, Mistica, Metafisica e Ascetica. Sarà certo difficile restar resi leggendolo, grazie a Dio.

Joséphin Péladan

Joséphin Péladan