di Matteo Mollisi

Madeleine, croce e delizia di Marcel Proust: non solo il nome del celeberrimo biscotto che in un tripudio estetico scatena il glorioso flusso della memoria involontaria che costituisce la Recherche, ma curiosamente anche lo pseudonimo di tale Jacques Normand, poeta e collaboratore per l’editore Fasquelle, e autore di una clamorosa stroncatura del romanzo più famoso del Novecento. “Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto – scrive Madeleine nel suo rapporto di lettura – dopo infinite desolazioni per gli sviluppi insondabili nei quali si deve sprofondare ed esasperati momenti di impazienza per l’impossibilità di risalire alla superficie, non si ha nessuna, nessuna idea di quello di cui si tratta. Che scopo ha tutto questo? Che cosa significa? Dove vuole condurre?”. Rilette oggi, queste parole non possono che rappresentare un monumento all’inconcepibile turbinio di gusti, tendenze, miopie, capricci e contingenze che accompagnano le opere, anche le più grandi, e ne plasmano la fama o le condannano all’anonimato, pronunciandone e distorcendone continuamente il giudizio storico.

Le pagine di cui parla Madeleine sono settecentododici, e non quasi quattromila, perché nel 1912, anno in cui Proust sottopose la sua opera a Fasquelle, essa comprendeva soltanto i primi due volumi della Recherche (li completerà tutti e sette soltanto poco prima della sua morte, avvenuta nel 1922). Uno degli aspetti che maggiormente scatenò le critiche di Madeleine fu la prolissità dell’opera (“inesauribile, diventa una follia!”), prolissità che causa un’inevitabile “sproporzione” e che rende l’opera “un caso patologico”. Non sfuggì alle critiche (non solo di Madeleine) nemmeno l’estrema complessità sintattica della prosa di Proust, complessità che poi diverrà proverbiale, vera e propria cifra stilistica dell’opera, e che porterà Valery a tessere le lodi della Recherche e ad auspicare un ritorno ad una tale complessità, ad una sana “difficoltà” della letteratura.

Il “caso Madeleine” rimanda ad altri celeberrimi episodi o statistiche di questo genere: Moravia pubblicò Gli Indifferenti a sue spese, I Malavoglia furono praticamente ignorati per circa mezzo secolo. Difficile non provare, di fronte a simili sbalzi di valore, una bruciante sfiducia nei confronti dei mutevoli giudizi dell’uomo, delle inconsistenti priorità e delle fragili certezze dell’estetica, dell’idea illusoria di un’arte immacolata nella quale la Bellezza costituisca un riferimento capace di attraversare il tempo, e la maestria e la tecnica appaiano limpide e siano in grado di scongiurare l’incubo di una sorta di “nichilismo artistico”. Difficile immaginare Jacques Madeleine indifferente dinnanzi a certe soluzioni espressive maestose, a certe caratterizzazioni abissali e certe descrizioni adamantine, e soprattutto dinnanzi all’immane progetto letterario, ed al suo stretto rapporto col Tempo, tema di tutti i temi, che caratterizzano la Recherche e lo stile del suo autore (non certo privo di difetti) e li rigonfiano di una grandezza intuibile già dalle poche, incredibili pagine della sua ouverture.

Ma è anche legittimo chiedersi: quella grandezza oggi unanimemente riconosciuta nelle pagine di Proust e nelle opere dei più grandi artisti, è una grandezza autentica, che appare cristallina ad uno sguardo sufficientemente allenato, o è la menzognera figliastra di innumerevoli giudizi, o pregiudizi, sedimentatisi e strutturatisi nel corso degli anni attorno alla sagoma dell’opera, sempre più imponente e giganteggiante, ma grande soltanto di una grandezza fastidiosamente relativa, che uno spirito disilluso potrebbe ascrivere alla contingenza del periodo e immaginare svanita in un futuro, quando il corso selvaggio e caotico dei tempi e degli uomini avrà portato il loro giudizio ad ipostatizzare canoni di tutt’altro tipo, e autori che oggi nemmeno conosciamo? Quanto ha ragione la critica odierna, che celebra Proust sull’altare dei secoli? E per contro, quanto ha ragione Madeleine, ma non in riferimento alla critica a Proust, ma all’inquietante ipotesi che il suo rapporto di lettura, oggi ridicolo, non abbia la valenza di un ostacolo sulla strada solitamente sgombra della grandezza e del retto giudizio, bensì quella dell’insondabile e contorto marasma che confonde i contorni ben definiti di ciò che crediamo grande e bello? Sarebbe sgradevole se la più incredibile stroncatura della storia prendesse un sapore amaro nel ricordarci che i valori, in ogni campo, non sono per nulla indiscutibili.