«Cadere dall’eternità nel tempo fu, finora, la regola. Ma si può cadere più in basso: cadere perfino fuori del tempo. Non è affatto escluso che questa esperienza diventi, un giorno, da individuale, un fatto che ci riguarda tutti».
E. M. Cioran

Tra i grandi reazionari italiani, il nome di Piero Buscaroli non può certo passare inosservato. Maestro della scrittura, oltre che della musica, egli si è sempre schierato dalla parte dei vinti. Aveva quattordici anni quando si arruolò nella Repubblica Sociale Italiana e fu vittima di un tentato linciaggio, da parte di partigiani comunisti, che lo segnò per sempre. Ancora oggi, a ottantaquattro anni, si definisce «un superstite della Repubblica Sociale Italiana, in territorio nemico» e non si riconosce nella attuale Repubblica. Difatti nel novembre 2005 rifiutò l’Onorificenza al merito offertagli, scrivendo all’ufficio preposto: «Detesto questa Repubblica. Grazie». Da esperto musicologo – termine che disprezza e in cui non si riconosce -, ha scritto le biografie di Mozart, Bach e Beethoven. Nel 2013 ha invece composto il saggio storico, intervallato da cronache giornalistiche e racconti autobiografici, che è Una nazione in coma. Dal 1793, due secoli. Una specie di secondo atto del precedente Dalla parte dei vinti. Memorie e verità del mio Novecento.

Buscaroli ha conosciuto alcuni grandi connazionali del suo tempo come Leo Longanesi, Giuseppe Prezzolini, Indro Montanelli e Ardengo Soffici. Tra i non italiani si ricordano il dittatore portoghese Salazar, il maresciallo vietnamita Ky ed il poeta americano Pound. Da giornalista ha invece scritto per più di vent’anni al Borghese fondato da Longanesi. Le 560 pagine che compongono questo libro di memorie, intriso di odio, rancore  e nostalgia, sono un piacere per lo stile con cui è scritto e un pugno allo stomaco per i tristi fatti ricordati. Dove altri preferiscono tacere Buscaroli dà voce al suo odio mai seppellito. Scrive bene Buscaroli. «Ogni volta che mi illudo di avere imparato a scrivere, Piero Buscaroli mi rimanda sui banchi di scuola», si legge nella recensione comparsa sul Giornale a firma di una pur formidabile penna come quella di Stenio Solinas. Questo è un libro che non si farà dimenticare. Poi Solinas aggiunge: «Ci sono dei lutti che si portano come decorazioni». E Buscaroli, il fascistissimo Buscaroli, si porta ancora addosso la camicia nera – nera come la morte, nera come il lutto –, che indossò a soli quattordici anni, come una divisa, come una decorazione, come una medaglia.

Dopo due brevi racconti personali utilizzati a mo’ di introduzione, l’opera si apre con la storia poco nota dell’eroe della Vandea: Charette. Il libro che racconta la morte della nazione Italia, comincia a Nantes con  il generale Charette e si chiude a Parigi con Cioran. Seppure si è voluto presentare l’autore come un reazionario, egli non manca di riconoscere il valore a “nemici” come Benedetto Croce e Ho Chi Min che, per Buscaroli, è “il solo vincitore”. Sorprende Buscaroli. Sempre. Sorprese quando nel saggio precedente definì i partigiani “banditi” e inveì contro Montanelli che lo fece scrivere, sotto pseudonimo, tra le pagine culturali de Il Giornale. Come sorprende quando rende ai nemici l’onore delle armi e scrive pagine di onestà intellettuali che, ad un primo e superficiale giudizio sommario, non si sarebbero mai pensate prima. Certamente non poteva mancare il ricordo di  un maestro e amico come Leo Longanesi che, nelle parole di Mario Soldati “era come un bambino”. A proposito del fondatore de Il Borghese, viene fatta luce sul leggendario schiaffo dato da quest’ultimo al grande Toscanini che si era rifiutato di suonare Giovinezza e la Marcia Reale. Pagine memorabili. Come memorabile è il ritratto che viene fatto di Ardengo Soffici nelle pagine a lui dedicate. Tra i maestri e amici di Buscaroli c’è anche Mario Praz, oltre che Benoist-Méchin, l’amico di Proust, al quale si deve il miglior ritratto dello sguardo di Hitler. Uno dei capitoli migliori è Perché gli italiani sono antipatici, contenuto nella sezione intitolata Chi ha ucciso l’Italia?. E Buscaroli, riferendosi alle conseguenze della Seconda guerra mondiale, prontamente risponde: «Non pensammo neppure per un momento che si possa esser giudicati e valutati come popolo, tutti insieme, per il male e il bene che si è fatto, ma soprattutto per come ci si è comportati. E così avvenne che la Germania fu odiata, ma non disprezzata, mentre noi fummo disprezzati unanimemente, da tutti: dai vincitori tardivamente acclamati, e dai vinti, anch’essi troppo tardi abbandonati. E in compenso non ci procurammo l’amore e la simpatia di nessuno.  Se dovessimo cercare un atto di origine della universale antipatia che ci circonda, è inutile nasconderlo: potremmo andare tranquillamente, senza sbagliare, a cercarlo qua».

Fu inviato durante la guerra in Vietnam. Scrisse da entrambi i fronti le cronache, raccolte in quest’opera, della guerra civile che si stava consumando allora. Dialoga con Ho Chi Min come con il Maresciallo Ky. Apprezza entrambi. Non possono poi mancare le pagine riguardanti la Seconda guerra mondiale, una sorta di controstoria scritta dalla parte dei vinti. Il capitolo su Dresda “Auschwitz senza cielo” è sicuramente il più duro. Dovremmo tutti conoscere i fatti accaduti in quei maledetti giorni da “Olocausto dell’aria”, come giustamente li definisce l’autore. Ma questa controstoria, Buscaroli, la prende alla lontana e racconta, oltre alla tragica fine del già citato generale controrivoluzionario Charette, anche lo sterminio dei cosacchi. Ricorda la tragica fine dei prigionieri russi anticomunisti sotto Stalin, per poi arrivare ai bombardamenti alleati sull’Italia e la Germania. Non dimentica, lui figlio di Corso Buscaroli, la Dalmazia uccisa e perduta insieme a Zara, con i leoni di Venezia infranti e deturpati dai partigiani slavi durante l’ultima grande guerra.

Il tragico racconto della morte dell’Italia come nazione termina nel capitolo Manuale per il coma eterno, con una citazione di Cioran, uno dei più grandi pessimisti del XX secolo. E con queste righe, pessimiste almeno quanto quelle del grande scrittore romeno, conclude l’autore: «Non cercate più dove sia finita l’Italia. Quella che avete rimpianto e ancora sperato e aspettato, è morta. Non ritorneràLa parola Fine non c’è perché il Coma sempre più profondo, durerà decenni – anzi secoli». Un libro di memorie memorabile, da non dimenticare.