In Italia i tiranni esistono ancora. Sono eleganti, impugnano lo sfarzo, cercano di esprimersi in corretto italiano e credono nella misericordia di Dio. In Italia i tiranni esistono ancora e trascinano nell’abisso tutti coloro che li affiancano, per amore o interesse. In questi giorni ha emesso i primi vagiti il romanzo del poeta e narratore gallipolino Andrea Donaera: “Io sono la bestia” per Enne Enne Editore. Uno scritto che viviseziona l’inconscio dei tiranni di un fazzoletto funebre sommerso da pietra di mare e terra rossa: quello dei sacristi, timonieri della quarta mafia, la Sacra corona unita.

Il Salento, e nella fattispecie Gallipoli, sono il teatro del dramma perpetuo del boss Domenico Trevi, nome di terrore “Mimì”, soprannominato ‘o professore, come il padre della cosiddetta Nuova camorra Raffaele Cutolo – detto anche Don Raffaè e ‘o Salvatore – per la sua capacità di ammaliare le donne con sbilenche citazioni di libri, ma senza aver mai pubblicato alcunché, differendo quindi da Cutolo, che è invece autore di Poesie dal carcere (edito da Neomediaitalia). Ma in Mimì c’è tanto del suo modello, Pino Rogoli, membro di alto grado della ‘Ndrangheta, affiliato della Nuova camorra pugliese e fondatore, nella notte di Natale del 1983, sotto un cielo tronfio di disperazione, della Sacra corona unita, mafia dal giuramento in punta di pugnale nel nome di San Michele Arcangelo.

Raffaele Cutolo, noto come Don Raffaè

Mimì cammina sulle acque sfavillanti di un mare di sangue: dispone fedelissimi scagnozzi, estorce qualsiasi cosa desideri ordinando in prima istanza fratture di braccia, in seconda torture in una prigione di campagna, in terza uccisioni con acido o fiamme, dopo un pit-stop in albergo per confondere le idee. È l’unico al mondo che può dividere gli esseri umani in «canimichia» o portatori di rispetto, decidendo deliberatamente di fracassare il cranio a chi lo disturba, per poi defecarci dentro. È un meridionale atipico: odia visceralmente l’odore di frittura. Ha una moglie inchiodata in cucina, Marta, due figli, Arianna e Michele, un amico d’infanzia, Vincenzo.

Il fiume del divenire descritto da Eraclito esonda irrimediabilmente nella sua villa a sette piani: il figlio Michele, il vero poeta della famiglia, si lancia nel vuoto dopo un’asfissiante delusione amorosa. Uno smacco monumentale per il boss che, tra i deliri di onnipotenza, pretende che i figli abbiano la stessa padronanza degli eventi ignorando la sensibilità dell’erede maschio, costernato da ricci esilaranti dai quali esplodono versi struggenti per Nicole, regina adolescente di una passione non corrisposta.

Il sangue si lava col sangue. Mimì, da mafioso d’ancien régime, lo sa bene.

La personale nemesi del boss, sospinta da un linguaggio galoppante diviso in capitoli che prendono i nomi dei personaggi principali, regala al lettore l’esigenza di sorseggiare le pagine senza sosta, come vino in una notte di bagliori inclassificabili nel ventre dell’osteria più burbera. La sintassi è accattivante, alternando in maniera innovativa conati di riflessioni a dialoghi di grezzo realismo.

Donaera non annoia mai, e a tratti spiazza per la crudeltà dei fatti narrati: Mimì ammazza, soffocandolo con una cintura, uno dei suoi scagnozzi, Carmine, figlio dell’amico Vincenzo, per un errore compiuto sul “posto di lavoro”:

Che lui, Mimì, la gente che muore non la guarda in faccia mentre muore, non va guardata in faccia. Chiude gli occhi Mimì, e stringe forte, sente le mani di Carmine che gli stringono forte i polsi, Mimì continua a stringere il collo di Carmine, forte, Carmine non si muove più, Mimì resta con gli occhi chiusi ancora un po’, continua a stringere forte, ancora un po’, Mimì, poi riapre gli occhi, attorno c’è silenzio, nella testa, Mimì nella testa, una canzone de merda dei Matia Bazar, nella testa, Mimì, una parola, sola, la parola “basta”, nella testa, Mimì, che riapre gli occhi.

Il tiranno è il giudice supremo: crede in Dio ma in terra si sostituisce ad esso, determinando chi può campare e chi deve crepare nel modo più doloroso possibile. Ma non guardandolo negli occhi, perché, come lo diverte sostenere, “la gente che muore non va guardata in faccia, deve essere lasciata da sola”.

Il cataclisma ponderato degli eventi inghiotte la sua famiglia, per suo volere, confermando un film già visto: la fine del tiranno è devastante, per sé, per chi lo ama, per chi lo segue, per chi lo affianca secondo ordinanza. Mimì decide che si è rotto qualcosa, preme il bottone sul lemma “basta” e determina la morte della moglie:

Mimì mette una mano nella tasca interna della giacca, prende la pistola di Carmine, e la Marta la guarda, la pistola, e poi guarda Mimì, Mimì che sta guardando la pistola, sulla bocca della Marta, poi chiude gli occhi, Mimì, pensa a Gesù Cristo, e spera che lo perdona, Gesù Cristo, spera che li perdona tutti, Gesù Cristo, Mimì, spera, poi gli ritorna di nuovo la parola, nella testa, “basta”, e spara, Mimì, spara, perché le persone, mentre muoiono, lui non le guarda, le persone mentre muoiono vanno lasciate sole, e allora chiude gli occhi, Mimì, «Marta perché non scappi?» e spara, spara in bocca alla Marta.

Mimì è una belva e Donaera unisce lentamente le tessere di un mosaico spinoso, lasciando sullo sfondo un’eco che si insinua tra il gergo dei sacristi e i graffiti di terza mano delle zone in cui un Dio non ci sarà mai.

Andrea Donaera

Il tiranno è la bestia: Mimì lo potrebbe essere anche fisicamente: gobbo, pervertito di terza età, dotato di gestualità psicopatica. Ma più che esteriormente, Mimì è bestia dentro. È singolare osservare come storicamente i boss decidano di rinchiudere nelle loro ville animali feroci, esibendo una specie di simbolo d’alta padronanza. Il magistrato Andrea Apollonio, massimo esperto di storia sacrista, nella ricostruzione capolavoro Storia della sacra corona unita (Rubettino Editore, 2016), racconta un aneddoto in prima persona:

Chiunque sia vissuto nel Salento nei vent’anni che intercorrono tra il 1983 e il 2003 ha certamente qualcosa da raccontare sulla Sacra corona unita. Mia madre, all’inizio degli anni Novanta, insegnava nella scuola media di Merine, in provincia di Lecce: uno dei tanti feudi sacristi, con affiliati e capi-zona. Ricordo che in casa si raccontava di alunni, alcuni di essi anche bravi e studiosi, che «erano figli di boss»; e uno di questi pareva avesse una tigre nella sua grande villa […]. I mafiosi amano la cura e la custodia di animali selvatici e feroci, rappresentando essi, da sempre, manifestazioni del potere mafioso.

In Io sono la bestia, Domenico Trevi non sente il bisogno di tigri o leoni: è lui l’animale in cattività e fagocita se stesso, cancellando i figuranti del suo territorio.

Erano anni che in Puglia mancava un romanzo esplosivo come quello di Andrea Donaera, poeta cresciuto a friseddhe, Caproni e maledetti salentini. Si tende a pensare alla Sacra corona unita come un fenomeno totalmente estinto, poiché deflagrato nei primi anni Duemila. Si ignora invece come tale esplosione abbia cosparso tanti piccoli detriti che si stanno rigenerando in maniera invisibile, per poi ricomporsi in un corpo dotato di sensi.

La giornalista Lucia Portolano

Lucia Portolano, finissima giornalista brindisina, Premio Ilaria Alpi qualche anno fa, il 9 marzo 2019 sulla rivista IL7 Magazine chiarisce le idee a tutti coloro che credono che la Sacra corona unita sia un fenomeno estinto con la sconfitta del contrabbando, ignorando le nuove strategie dei superstiti:

Legami e business tra Sacra corona unita, camorra barese e mafia foggiana. Organizzazioni autonome nell’esercizio del potere nel controllo dei propri territori, ma proiettate, sotto il comando delle famiglie dominanti, alla realizzazione di una sinergica struttura multi-business. Le organizzazioni hanno una mentalità criminale più moderna e specializzata, che gli consente di spaziare nei vari ambiti dell’illecito (come quello delle scommesse illegali on-line e nella gestione e il noleggio delle slot machine) affermando così una tendenza espansionistica verso i settori in crescita dei mercati legali.

Qualcosa che non si vede, per destrezza altrui o negligenza nostra, è qualcosa che non esiste. Questo tramortisce l’osservazione e avvantaggia il tiranno, che è la bestia. L’auspicio è che l’opera di Donaera apra una stagione di scritti che possano scandagliare il male sedimentato in coloro che “la mafia qui non esiste” e qualche anno fa collaborava, nel suo piccolo, alle operazioni di contrabbando. In Puglia alcuni nodi soffocano il futuro, accecando la bellezza: tocca forse alla letteratura scioglierli per liberare l’uomo, parafrasando Giorgio Caproni in Io solo.

La bestia assassina.

La bestia che nessuno mai vide.

La bestia che sotterraneamente

– falsamente mastina –

ogni giorno ti elide.

La bestia che ti vivifica e uccide…

……

Io solo, con un nodo in gola,

sapevo. È dietro la Parola.