AC: Studiando su i manuali di letteratura italiana contemporanea, gli studiosi fanno terminare la storia letteraria italiana con il fenomeno della Neoavanguardia. Cosa ne pensa Lei di questa corrente?

VZ: Io penso che il fenomeno della neoavanguardia sia stato molto importante in quanto è stata l’ideazione di un superamento della cultura tradizionale stagnante, per quel che riguarda la condizione della letteratura italiana in quegli anni. La neoavanguardia quindi è entrata con quell’impeto e con quella volontà giovanile di rinnovare il romanzo, la poesia etc. E questo tentativo di innovazione implicava una novità, ed era quella dell’immissione dei linguaggi secondi, o cosiddetti allotri, per rinnovare le forme, sia del romanzo che della poesia. Allora si hanno per esempio libri sintomatici come quello di Gian Pio Torricelli il quale ha scritto un romanzo in cui scriveva i numeri da uno a più o meno 3950 se non ricordo male, un romanzo di numeri – proprio scritti 1,2,3,4,5,6! -; questo è il massimo di uno dei tentativi sperimentali, che ha avuto un suo shock sperimentale. Poi per noi evidentemente il romanzo è tutt’altro.

AC: Per noi chi?

VZ: Beh per noi intendo, in realtà, gli avanguardisti ma non evidentemente disponibili all’esperimento. Dunque il romanzo rimane quel che è.

AC: E per quanto riguarda la poesia?

VZ: Per quel che concerne la poesia, la novità era l’immissione dei linguaggi secondi, i linguaggi tecnici, meteorologici, della meccanica, della fisica – come la “Lezione di fisica” di Pagliarani dove vengono toccati i grandi temi dell’universo e la sua razionalizzazione attraverso le formule fisico matematiche. Però io mi accorsi che c’era un rischio mortale per la poesia, e il rischio consisteva nel fatto che l avanguardia proponeva qualche cosa di straordinario, nuovo, impossibile, ma anche molto rischioso. Perché se questi linguaggi non fossero stati metaforizzati avrebbero creato una situazione di neo-naturalismo, quel naturalismo che proprio la neoavanguardia combatteva. Infatti ci può essere un neo-naturalismo della fisica, della matematica, della geologia – e quindi non metaforizzato. Se noi pensiamo che Shakespeare ha scritto con un inglese di quattro secoli fa, sembra una follia. Come è possibile che un inglese di quattro secoli fa potesse produrre quel grandissimo disegno di sentimenti, di avventure, di storie? Come poteva l’inglese avere già questo tipo di sostanza lessicale? Shakespeare era riuscito con una povertà linguistica assoluta, di quantità, a produrre tutti i suoi capolavori. Lui parlava dei sentimenti e delle passioni attraverso le nuvole, le tempeste, attraverso il linguaggio della navigazione perché, essendo l’Inghilterra a quel tempo una delle più grandi potenze marinare al mondo, metteva a disposizione dello scrittore una quantità di parole che erano però legate a delle funzioni pratiche.

AC: Interessante intorno a questo discorso sulla lingua è la questione delle sorti della lingua stessa, in un’epoca in cui se ne fa spesso un uso improprio. Stando alle sue poesie e riflettendo alla luce del rapporto che intercorre tra significato e significante, che utilizzo fa Lei delle parole?

VZ: Le parole hanno un ruolo umile nelle mie poesie, hanno un ruolo di funzione, di concetto. La lingua del nostro paese – che ha una lunga tradizione letteraria – ha avuto la necessità di appoggiarsi a quella anglosassone perché gli italiani ad un certo punto hanno smesso di inventare, di creare nuove funzioni.. c’è stato un ritardo inventivo. E gli anglosassoni son riusciti a prevalere in questo campo, ed è per questo che si usano neologismi inglesi, perché quella è la patria dei neologismi, parole nuove in continuazione per funzioni nuove, pratiche o di situazioni.

AC: Ammetta però che oggi si utilizzano parole inglesi per ogni cosa spesso utilizzate solo per darsi un tono, come se l’italiano non ci desse più la possibilità di esprimerci.

VZ: Perché c’è una stupida ignoranza e una stupida sudditanza, credo. Infatti poi di quante parole create per esempio negli Usa, un paese da 100 anni all’avanguardia e dominatore linguistico, si potrebbe trovare il loro equivalente in italiano? Tutte o quasi, perché sono latine e possiamo dire che la lingua inglese deriva dal latino le parole che riguardano le funzioni pratiche e scientifiche. Infatti basta leggere un giornale scientifico per accorgersi che molte parole hanno fondamenti latini, non sassoni o germanici.

AC: Lei prima ha citato Pagliarani e se non erro la sua prima raccolta poetica, pubblicata dalla Cooperativa Scrittori, fu introdotta proprio da Pagliarani.

VZ: Allora io avevo pubblicato anche prima su una rivista dal nome “Nuova Corrente” a cui i miei testi erano stati mandati da Enzo Golino e grazie a ciò gli altri poterono dire:«ok lo pubblichiamo». Altrimenti Pagliarani non lo avrebbe mai potuto fare perché aveva giustamente bisogno di un fondamento critico alto, anche se lui verso di me ha avuto sempre una grande benevolenza, e di questo gli sono infinitamente grato. Ma aveva bisogno di un avvallo e lo aveva trovato in Enzo Golino che aveva mandato i miei testi a “Nuova Corrente” che li aveva pubblicati un paio di volte. Nuova corrente allora era allora la rivista più importante dello strutturalismo, dove io ricucivo la poesia, facevo il rammendatore di poesia, il rammendatore della sintassi.. che era stata distrutta, era stata spaccata, perché volevano che il significante prevalesse sul significato.

AC: E l’hanno mai criticata per questo? VZ: No, però mi hanno sottovalutato, mentre alla fine ho avuto ragione io, perché una lingua va ricostruita, e va ricostruita anche e soprattutto stilisticamente.

AC: Mentre per quanto riguarda il presente poetico? A che punto siamo arrivati? Qual è adesso la tendenza?

VZ: Adesso sono tutti narrativi. C’è una poesia narrativa, che non rispetta i regolamenti della rima e delle forme canoniche della poesia ma allo stesso tempo funziona, in senso che il rammendo è servito in qualche modo.

AC: Ma adesso per quale motivo non esiste più il dibattito poetico che ha sempre animato la storia letteraria? Uno studente di lettere – ad esempio – a chi può rifarsi letterariamente ora? Perché non ci sono punti di riferimento artistici?

VZ: Perché secondo me si sono adagiati su certe tendenze che non portano niente di buono e di nuovo. C’è sterilita perché non c’ è coefficiente di rischio. Cosa si rischia a scrivere una poesia intimistica? Non è un grande rischio, al massimo quello del fallimento. L’area che i giovani poeti scelgono è un area troppo privata, troppo personale, e il privato non ha effetti sulla storia.

AC: Privata, in che senso?

VZ: Privata nel senso dei fatti propri sentimentali: la fidanzata non mi ama, mi lascia allora io ne trovo una nuova etc.. Non c’è coinvolgimento civico. Questo accade spesso perché la realtà può essere troppo complessa e non dubito che non possa complessarsi ancora di più.

AC: A mio avviso il campo in cui la realtà si è davvero complicata è il campo dell’arte. L’arte è una sorta di specchio dei meccanismi sociali. Il lavoro artistico è valutato infatti con canoni estetici veramente contraffatti, è sopravvalutato.. Leggendo le sue opere si possono al contrario trovare moltissimi riferimenti alla pittura classica, soprattutto barocca, da cui si può dedurre che ne è un appassionato conoscitore. Come valuta allora questo distacco avvenuto tra l’arte contemporanea e l’arte del passato? Quale valore bisogna assegnare alla prima?

VZ: Il problema è che il canone è saltato. Non esiste più un codice nell’arte. Per questo chiunque oggi può mettere qualsiasi legno o pezzo di ferro o di plastica in mezzo a un museo e chiamarla “opera d’arte”: è accettabile, è stato accettato. A proposito, si si guardi il film di Sordi, “Vacanze intelligenti”. Lui fa una lezione sull’arte, una lezione problematica su che cos è l’arte oggi. È esemplare, quel film dovrebbero proiettarlo in tutte le accademie d’arte oggi e ancora e ancora. Perché è di suprema intelligenza. Buffo che l’abbia fatto un comico mentre nessun critico è riuscito mai a fare niente di simile. Sordi riesce a porre correttamente un problema, a darne la chiave. Perché il problema è che spesso quando si parla, magari non lo si espone bene, cioè senza la capacità sintetica concettuale di rappresentarlo. Il problema è la sua rappresentazione, metaforica, linguistica,visiva, o allegorica. Nell’episodio Sordi ad un certo punto dimentica alla Biennale di Venezia la moglie seduta su una sedia, che viene scambiata per un opera d arte tanto che un americano vuole comprarla per 17 milioni.

AC: Ed il critico d’arte come lo definirebbe oggi?

 VZ: Un trainer, un allenatore di artisti.

AC: Per concludere, quali saranno a suo parere le sorti dell’arte contemporanea? Ci potrà essere ancora la Bellezza?

VZ: Per il momento no: non è necessaria, il progresso l’ha eliminata. L’arte contemporanea bisogna prenderla per quello che è, una cosa che passa. Arriverà il momento in cui nessuno comprerà più questa roba. Il mercato vero ritornerà come sempre a fermarsi a Burri e Fontana, non oltre. Ad un certo punto si accorgeranno che costerà più mantenerle quelle opere che averle, costerà più spolverare quei legni incrociati, quelle travi e quei bulloni.. Il compito degli artisti dovrà ritornare ad essere quello di porre dei dilemmi. Noi dobbiamo costruire delle macchine del dilemma, solo questo potrà essere l’esercizio per il nostro futuro e le sue grandi domande.