Indignazione è una storia formativa perché lascia addosso un sentimento che non trova facile cittadinanza presso la mia generazione, più incline al disprezzo o alla rassegnazione. L’indignazione è invece un punto a metà strada per cui si toglie dignità a certe regole e la si conferisce in modo involontario e automatico a se stessi.

La trama è incentrata su  Marcus Messner, giovane e solerte studente di famiglia rothianamente ebrea, che dopo aver concluso gli studi superiori si affaccia al mondo dell’università. In seguito a una prima frequenza presso l’ateneo  più vicino a casa, causa la crescente apprensione del padre, un macellaio paranoico, decide di trasferirsi e di lasciare quel mondo di piccola repressione domestica per un’università più lontana, nella ingenua convinzione che la distanza da casa fosse la risolutiva contromisura a ogni repressione. Nella nuova università Marcus entra inevitabilmente nella rotta di esperienze diverse. Rapporti difficili con i compagni di stanza, una ragazza apparentemente liliale più navigata del previsto, sono la sostanza di un romanzo in cui la trama e il clima di un’epoca si confondono. Ben presto Marcus dovrà rendersi conto che anche nella nuova università del Midwest, una tradizione conservatrice e  l’invadente attenzione del decano, sono il profilo di un’altra repressione americana forse più artificiale di quella paterna. Uno dei rami più coinvolgenti della trama, liquidato troppo in fretta, è la storia tra Marcus e Olivia Hutton, graziosa e sensuale giovane con precedenti depressivi che esula dal mondo più elementare di Marcus e da quello più schematico del suo intorno. Il finale è sproporzionato, Marcus decide di sottrarsi alle condizioni che il bigotto decano pone per farlo rimanere all’università  e un bel “vaffanculo” è il punto di non ritorno che lo conduce su altri scenari, questa volta, assurdamente fatali. A dare un significato unitario alle diverse vicende che attraversano questa storia, è l’indignazione. L’indignazione è il sentimento che lega Marcus a suo padre, che lega Marcus al mondo dell’università e in fondo anche ad Olivia, che Marcus non riesce a capire del tutto. Ma l’indignazione più importante è quella del lettore che non accetta, pur accertandola, quella teoria generale della vita per cui “ le scelte più accidentali, più banali, addirittura più comiche, producono gli esiti più sproporzionati”. Alla fine sembra che la paranoia paterna, incasellata fin da subito alla voce di patetica follia, sia l’approccio più realistico in un mondo in cui la proporzione tra causa ed effetto si svela essere una rassicurante ipocrisia.

Il romanzo in fin dei conti è pieno di emotività e al tempo stesso superficiale, di una superficialità di cui Roth è maestro. Di tutta la tempesta emotiva che traffica il sottosuolo del romanzo esce solo qualche smottamento nei comportamenti, e qualche eruzione qua e là mai decodificata. Si intuisce costantemente che negli strati geologici c’è molto altro, ma nessuno mette la testa sotto, l’autore se ne vede bene, e fa sì che un romanzo emotivo sia al tempo stesso un romanzo antipsicologico in cui il lettore se vuole, deve prendersi la briga di analizzare per conto suo. In questo, Roth fa della letteratura un’ arte figurativa che non si sobbarca del compito di vedere dentro. Egli mette sulle pagine una vita, una storia, così come appare a un altro vivente, senza tracce, senza indicazioni aggiuntive, senza istruzioni. Il risultato: la lettura è piacevole ma lascia insoddisfatti, come lascia insoddisfatti la trama di alcune relazioni che naufragano incomprensibilmente in finali occasionali, in un clima di incomprensibile avarizia di informazioni che sfocia talvolta nell’incoerenza.

Qualcuno ha scritto che «la sigaretta è il prototipo perfetto di un perfetto piacere. E’ squisita e lascia insoddisfatti». Roth è qualcosa di molto simile, e il fenomeno dei lettori che lo osannano è un fatto di tabagismo.