Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni

La maggior parte delle volte in cui si compra un libro di poesia si ha una fastidiosa sensazione, quella di essere stati presi in giro, di trovarsi al cospetto di una farsa. Ci sono poeti che scrivono versi sopra i  versi di un altro più famoso di loro. Altri invece raccontano di visioni, illuminazioni, ispirazioni sublimi, e muse che impongono endecasillabi e novenari in una sorta di linea diretta con il poeta iniziato… Insomma, roba dolciastra che dà uno spiacevole senso di nausea. Certo questi autori padroneggiano il mezzo e le loro poesie contengono echi profondi di una grande tradizione oramai tramontata (parafrasando il Fantuzzi, “rimangono attaccati ai calzoni dei grandi padri del Novecento”). Eppure, quella insopportabile sensazione di essere stati gabbati permane una volta giunti alla fine dei loro libri. Una domanda sorge spontanea e insistente: ma qui dov’è la realtà? Dove sono le nostre vite, dov’è il quotidiano, la disoccupazione che appare inarrestabile, i matrimoni distrutti, le vite irrisolte e, ancora, i call center, il cancro, l’HIV, la periferia postindustriale, le puttane per strada, le discariche abusive, e tutto il vortice di orrori e miserie che ci circonda? Non c’è, non ve n’è traccia, non fra le liriche della maggior parte dei nostri verseggiatori italiani più o meno giovani. Nondimeno un’eccezione, che non poteva non esserci, perché un’eccezione non può mai mancare se non altro per confermare la regola, esiste. Lui si chiama Simone Cattaneo, anzi si chiamava, perché purtroppo non c’è più: Simone, un giorno, ha scelto di aprire la finestra e buttarsi di sotto. Prima di allora, però, aveva  scritto tre raccolte di poesia (le prime due: Nome e Soprannome nel 2001, Made in Italy nel 2008). Il corpus della sua opera è stato ristampato di recente, nel 2014, dall’editore IL PONTE DEL SALE, con l’aggiunta dell’ultima raccolta postuma che dà anche il titolo al volume, Peace&Love. Questa coraggiosa edizione è stato tradotta nel 2016 in lingua spagnola.

cattaneo-durante-un-momento-di-pausa

Cattaneo durante un momento di pausa

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, Simone non è propriamente un outsider, uno totalmente fuori dal giro. Non per niente faceva parte della redazione di Atelier, a suo tempo rinomata rivista per appassionati, e frequentava eventi come Parco Poesia, la più grande manifestazione per giovani poeti in Italia. Negli ambienti degli addetti ai lavori quindi, in quelle nicchie sconosciute ai più, frequentate da pochi ignoti e strani individui, i poeti e gli amanti della poesia, lì il nostro autore ha oramai guadagnato una certa notorietà. In questo senso, ha avuto il suo riscatto. Ma la cosa ingiusta è che Simone avrebbe tutti gli assi nella manica per poter essere ancora più diffuso, per arrivare al grande pubblico, perché, rispetto alla gran massa dei poeti nostrani, ha una audace vocazione: è uno dei pochi a raccontare della vita vera. Quel che colpisce come una folgorazione nella sua produzione è che d’improvviso, nel panorama del polveroso e accademico universo poetico nazionale, il mondo che ci circonda fa il suo ingresso dalla porta principale, buttandola letteralmente giù.

Cattaneo scrive con un’attitudine a metà tra il grande poeta francese e lo scrittore americano. Allergico all’afflato soave fine a se stesso, alterna visioni acide e negative della nostra miseria esistenziale, dove si respira una forte concentrazione lirica, a  un andamento prosastico, quasi privo di astrazioni, oserei dire aderente ai muri e ai marciapiedi dei vicoli in cui ambienta le sue storie di ordinaria follia. Se dovessi paragonarlo a qualcuno di molto noto, giusto per dare l’idea, direi che in Simone si incontra il meglio dello slancio poetico di un Houellebecq, il noto Baudelaire del Monoprix come l’hanno definito, capace di raccontare con versi finemente cesellati e ricercati la deprimente condizione della disoccupazione e i viaggi infernali tra le corsie dei centri commerciali. Allo stesso tempo, si ritrova il verso umile e doloroso di un Raymond Carver che descrive i bar, i motel, le cabine telefoniche, i lavori di merda, e la vita di quelli che gli americani chiamano la white trash, ovvero i dannati delle gloriose sorti del libero mercato, quelli che non ce la fanno mai, che restano eternamente ai margini, afflitti  dall’assenza di  lavoro e denaro. Simone ha sempre annoverato altri poeti tra i suoi ispiratori. Non so neanche se conoscesse i due appena menzionati, ma certamente un’affinità con loro salta subito all’occhio. Niente di meglio, ad ogni modo, delle sue stesse parole per definire la sua lirica:

“Un desiderio di rappresentare la realtà mai colmato e insieme un desiderio di verità. Entro questi termini gioco la mia poesia […] in uno spazio privo di giustificazione e intriso di mistero”, con uno stile in cui “le parole non hanno peso/ sono solo un compromesso tra pietre e nubi”

Nessuna concessione al biografismo lamentoso di un ego ipertrofico, avvezzo alla scrittura ombelicale. Qui siamo di fronte a una poesia sociale, come l’ha giustamente definita Riccardo Ielmini. Aggiungerei io, una nuova forma, distante anni luce dal verticismo teorico di Le ceneri di Gramsci del Pasolini. Meno voli concettuali e più camminate con le mani nelle tasche del giubbotto, tra la gente, per le strade della periferia. È così che Simone si trova a raccontare i ritratti vari e strazianti di un’umanità disperata, al limite, una Spoon River dell’hinterland fatta di indigenza morale e piccole invisibili disperazioni. La madre di un amico d’infanzia che lo ferma per strada annunciandogli il funerale del figlio, per poi regalargli le scarpe e il giubbino del morto; il suicida che si butta sotto il metrò, a Milano, gridando che gli manca un lavoro ed è stato dimenticato dalla Madonna; per finire con la badante ucraina beata nel raccontare i fasti universitari della figlia, che invece il poeta sa bene “spompina dietro la stazione Garibaldi per comprarsi Chanel n. 5”. Nel narrare queste storie disgraziate, l’autore non si abbandona mai a una facile spinta moraleggiante e assolutoria. Al contrario, il tono è impassibile e distaccato. La violenza e l’orrore sono come descritte da un entomologo. Non si sente mai quel fastidioso tono da prete che chiama alla simpatia verso il miserabile, o la facile empatia antiborghese del De André di “se non sono gigli, son pur sempre figli vittime di questo mondo”.

Cattaneo a Parco Poesia

Nessun tentativo terzomondista di stuzzicare il tipico senso di colpa di chi è cresciuto nell’ex società del benessere. La verità è, invece, che Cattaneo è in buona misura intriso, anzi madido, di quella concretezza sporca e greve che racconta. La riferisce così bene proprio perché in parte è anche dentro di lui, similmente ai personaggi di Houellebecq che sono sempre vittime e corresponsabili dell’universo consumistico e malato di individualismo in cui vivono. I manicheismi e le nette distinzioni tra bene e male, lo sanno tutti, sono mortali per la grande letteratura, riguardano piuttosto i fumetti per bambini. Attenzione, ciò non vuol dire certamente che Simone si sarebbe fatto tedoforo del nichilismo e del marcio imperanti. Esiste in lui una dimensione morale ed è data proprio dalla sua lacerazione tra cielo e inferno, tra ciò che sa essere bene e ciò che si vede intorno, tra la vita che vorrebbe e l’esistenza che si trova a dover condurre per sbarcare il lunario. Questo però non gli impedisce, quando scrive, di penetrare all’interno dei suoi personaggi metropolitani e presentarli senza ricorrere ad alcuno iato tra narratore e narrato. Il suo punto di vista è endogeno, come se descrivesse dalla loro prospettiva distorta e estranea a ogni comune concezione morale. L’effetto è straniante, il verso algido. La sensazione per il lettore è quella di trovarsi, come Dorian Gray, improvvisamente di fronte al quadro della propria anima putrida, oscenamente denudata. E così ci si vede per ciò che si è: minuscoli e ributtanti, privi finanche di una qualunque grandezza negativa da criminali dostoevskijani, come sottolinea mirabilmente Davide Brullo.

Non c’è redenzione nelle liriche di Peace&Love, né salvezza. La poesia non è lenitiva. Nessuna presa di posizione baudelairiana per cui “il dolore è la sola nobiltà”. La sofferenza non si giustifica nella possibilità di essere trasmutata in arte. L’ironia è appena uno slittamento di ruote, ma non conduce su una via altra da quella dello strazio. Quel che resta è solo un impietoso ritratto di un’Italia di macerie sociali e esistenziali, e un poeta che si tormenta di fronte a una condizione immutabile e spaventosa che nessuno vuole guardare in faccia. Davvero, quel suo salto nel vuoto non risulta del tutto ingiustificato.

L’Autore ringrazia sentitamente Lorenzo Bernasconi, nipote e curatore del lascito di Simone Cattaneo, per la grande disponibilità, le foto fornite, e soprattutto per aver letto e approvato il presente articolo. A lui va il più caloroso incoraggiamento per la grande opera che porta avanti. Un ringraziamento va inoltre all’amico Luca Ormelli che lo ha introdotto alla poesia di Simone.

 

 

Piccola antologia

Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,
non ne voglio sapere delle mine antiuomo,
se si scannassero tutti a vicenda sarei contento.
Voglio solo salute, soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.
Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati e
i bastardi che vivono in un polmone d’acciaio
fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,
una bella casa e tanta bella figa. Buttiamo gli spastici giù dalle rupi,
strappiamo fegato e reni ai figli della strada
ma datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati.
Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie
vorrei solo scopare quelle belle liceali che sfilano tutti i sabato pomeriggio
con la bandiera della pace. Non ho soldi e la botta è finita.
Ma sono un uomo rapace, per le vacanze pasquali
quindici milioni di italiani andranno in ferie lasciando
le loro comode case vuote.
Alla fine non sono razzista. Bianchi, neri, gialli e rossi
non mi interessano un granché.
……………………………………………….

Arrivano cani con occhi come monete cucite nella notte
pronti a divorarti le dita, donne stuprate e uomini castrati
troppo deboli per godere, giovani ragazze a cui scarti umani
mangiano il seno e il bambino che portano in grembo,
vecchie torturate per il loro presente agitato, ragazzi buoni solo
per cucinare i loro coglioni, stringi il delfino gemello che ruota
nei miei pantaloni, sono pronto a farmi saltare carico di esplosivo in una chiesa,
in una moschea o in qualsiasi luogo di culto, supermercati compresi.
Vorrei essere una rugiada di sangue.
………………………………………………….

Ho imparato il termine infame
e il valore del digiuno
ho tramutato il sudore in fiore
e il fumo in benzina,
ho scavato la mia carne
come fosse una vela
e ho gettato sabbia sopra il pianto
ho creduto nella pena, nel silenzio,
nella domanda liscia della fame.

Rinviamo infine il Lettore all’unica intervista del Poeta reperibile qui