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La poesia è una di quelle “questioni” intorno alle quali non sono mai mancate, né mai  mancheranno, di essere sollevate annose domande. Certo, questo interrogare avviene un po’ in sordina, dato l’esiguo pubblico che le presta attenzione. A ogni modo i problemi in merito sarebbero tanti, più o meno radicali. Ci si può chiedere se la parola poetica abbia ancora un senso in questo nostro mondo. Ci si può scervellare cercando di capire quale sia il confine tra il poetry slam, o poesia performativa (tipo di composizione pensata non solo per la lettura, ma per essere portata in scena dal poeta), e uno sketch cabarettistico.

È bene sottolineare come, dacché la storia delle idee ha imboccato la strada della postmodernità, i confini tra i diversi ambiti siano divenuti più fluttuanti rispetto a come li si pensava in passato. In verità i compartimenti stagni non sono mai esistiti fino a che, a livello di istruzione avanzata, non si è abbracciata la scelta dell’ultraspecialismo più ottuso. In passato, per esempio, quella che noi solitamente identifichiamo col nome di filosofia greca era un misto di poesia, scienza, matematica, riflessione politica ed esistenziale. Non di meno dicasi per la poesia: stabilire cosa non lo sia è una vexata quaestio sulla quale probabilmente non si giungerà mai a una soluzione univoca. La risposta più ragionevole sembra essere quella secondo cui, molto semplicemente, l’ambito in questione è al suo interno enormemente variegato e multiforme. Ma allora, ci si domanderà, Guido Catalano ed Eugenio Montale potrebbero essere entrambi etichettati come poeti? Probabilmente sì, a patto di precisare che si tratta di verseggiatori molto diversi tra loro. Al gusto di ognuno l’ardua sentenza.

Guido Catalano e Eugenio Montale

Guido Catalano e Eugenio Montale

Molto più interessante risulta il problema concernente la capacità o meno della poesia di raccontare il nostro tempo. La polemica non è oziosa. Esiste malauguratamente una malsana tendenza nella maggioranza dei poeti a ritirarsi in una torre d’avorio, distante anni luce dall’attualità più stringente, e da lì cercare di intonare un canto che suoni il più atemporale possibile – o peggio ancora eterno. Il ripiegamento intimistico è sempre esistito in letteratura ma, quando questo si riduce a un volontario nascondere la testa sotto la sabbia per evitare di vedere quanto avviene intorno a noi, il rischio è quello di chiudersi in una sorta di autismo poetante. Se l’arte poetica vuole essere vita non può fare a meno di affrontare il quotidiano e lo deve fare cercando di coniugare la riflessione sui grandi temi esistenziali con la rappresentazione della contingenza bruta, nella quale tutti quanti siamo costretti a vivere. Non sempre ci si può ritirare su “quell’ermo colle” a meditare l’infinito, almeno da quando, con la diffusione dell’istruzione di massa, la poesia non è più appannaggio esclusivo di nobili e alto borghesi che vivono di rendita. Oggi è più probabile che il poeta sia un lavoratore precario qualsiasi, magari un povero interinale, piuttosto che un intellettuale dedito unicamente all’attività contemplativa e allo studio dei classici.

È ragionevole pensare che sia partito da riflessioni analoghe il Maestro Guido Oldani quando teorizzò una nuova tendenza nelle arti e in particolare nella poesia, il Realismo Terminale. Oldani è, per chi non lo conoscesse, una delle voci poetiche più stimate del secondo novecento. Una miriade di pubblicazioni alle spalle e di apparizioni su tutte le più note riviste di poesia: è quel tipo di autore che si suol definire un classico in vita. Dopo poco meno di una decade, dacché si è sentito parlare per la prima volta di Realismo Terminale, arrivano sugli scaffali – fornendo la sponda per il presente articolo – due belle e agili antologie. La prima, curata da Diana Battaggia e Salvatore Contessini, è intitolata Novecento non più (verso il Realismo Terminale), per le edizioni di La Vita Felice. La raccolta cerca di restituire una visione esemplificativa della produzione di autori ascrivibili alla tendenza identificata da Oldani. La seconda, uscita invece per Mursia, porta il titolo di Luci di posizione (a cura di Giuseppe Langella), Milano 2017.

Antologie sul realismo terminale

Antologie sul realismo terminale

Ma cosa significa Realismo Terminale? Il suo teorizzatore – che, almeno in un primo momento dovrebbe piuttosto essere definito come un decodificatore, visto che afferma di essersi limitato, come Lyotard per la postmodernità, a prendere atto di una particolare situazione culturale diffusa – individua due situazioni specifiche alla base della propria visione delle arti. È in corso un processo antropologico per cui il grosso della popolazione mondiale va sempre più accentrandosi nelle metropoli, o più in generale nelle città, ciò anche a seguito delle massicce ondate migratorie. Tale  corso della storia – oramai sotto gli occhi di tutti – viene definito come “accatastamento dei popoli”. Il processo ha radici oramai pluricentenarie e risale alla rivoluzione industriale, ma è evidente che la dinamica in questione va esacerbandosi col terzo millennio. Il secondo aspetto sintomatico del nostro tempo è la predominanza degli oggetti che per certi versi, alla stregua del racconto dell’apprendista stregone, hanno preso il sopravvento su di noi. Non è difficile trovare conferma anche di questo.

Basti prestare attenzione a quanto gli strumenti di cui ogni giorno facciamo ampio uso ci impongano, per così dire, delle condizioni di interazione piuttosto stringenti

Ci si deve continuamente preoccupare di ricaricare lo smartphone, il tablet, l’eReader, il lettore mp3. Per non parlare dell’attenzione che è necessario riservare ai mezzi di locomozione quali auto, moto, eccetera, che richiedono costante assistenza e manutenzione. Lo strumento, l’oggetto (specie quello tecnologico) non può essere semplicemente utilizzato quando necessario ma impone, anche solo per non deteriorarsi a causa del mancato utilizzo, di essere costantemente tenuto sottomano e curato. Ulteriore punto, sempre in riferimento a questo aspetto, è che non bisogna mancare di considerare come, a seguito dell’inurbamento e dell’allontanamento dell’uomo dalla natura, il nostro orizzonte abbia finito per coincidere sempre di più con quello degli oggetti (o insiemi di questi) da cui siamo circondati.

Nelle parole del Maestro tutto ciò si sintetizza con la formula “gli oggetti sono diventati soggetti e noi il loro complemento oggetto”

Tirando le somme, “questo rapporto tra corpi umani e oggetti impastati a distanza zero” è detta Realismo. Ma perché “Terminale”? Come spiegare un termine tanto inquietante? Vi è forse la volontà di denunciare, con amara ironia, come il confluire delle persone verso questi mastodontici agglomerati metropolitani e la sovranità degli oggetti condurranno a una fine prossima dell’universo umano, almeno per come lo si è concepito per secoli e secoli?

Cosa comporta tutto ciò per la poesia e per le arti in generale? Com’è noto, una delle forme in cui l’arte si è maggiormente espressa è la figura retorica della similitudine, ovvero del paragone. Non si tratta di qualcosa di troppo astruso. Tutti se ne avvalgono quotidianamente nel parlare, essa è sempre esistita dacché esiste l’uomo. Ciò che Oldani afferma fieramente di aver individuato sono due sue possibili variazioni. La prima è detta similitudine naturale ed è quella che è appartenuta all’uomo e alla poesia dalla notte dei tempi. In essa, il termine di paragone è posto traendolo dall’ambito della natura. L’esempio classico, per quanto banale, è “hai gli occhi azzurri come un cielo d’estate”. L’altra variante viene denominata invece similitudine rovesciata. In essa il paragone cade sull’oggetto, piuttosto che su un qualche elemento naturalistico. Precisa il poeta milanese che ovviamente questo tipo di similitudine è anch’essa fornita di una lunga storia alle spalle. Gli stessi greci, nei bassorilievi, raffiguravano una ruota in luogo del sole. Nessuno però si era mai preso la briga di codificare questa semplice possibilità. La teorizzazione oldaniana si spinge oltre, asserendo giustamente che, per quanto non nuova, tale forma di similitudine, dato l’imperare sempre più massiccio di oggetti “sovrani” diverrà inarrestabile, fino a rimanere la sola possibile. In questo senso, sottolinea argutamente, abbiamo avuto esempi sintomatici dalla canzone popolare fino al dibattito politico.

Si pensi a Jovanotti che negli anni Ottanta cantava “sei come la mia moto”, o a Matteo Renzi che parla di “rottamazione della vecchia classe dirigente” mutuando chiaramente un termine dall’ambito automobilistico – solo un veicolo può essere rottamato – e trasponendolo in quello politico. Oldani indica poi l’esempio di Papa Francesco, il quale ha usato espressioni del tipo: “il nostro cuore è come un mercatino rionale”, oppure “la Chiesa è come un ospedale da campo”. Non ci si faccia qui trarre in inganno: un ospedale da campo, così come un mercatino rionale, anche se non sono oggetti intesi come enti singoli e autonomi, risultano comunque costituiti da un’organizzazione interconnessa di questi. L’uso della similitudine rovesciata è sicuramente in massima espansione. Se tutto parte dalle canzonette (si pensi inoltre al rap), in cui si esprime in prima istanza un certo spirito del tempo, la tendenza va allargandosi fino a interessare anche la poesia, ovvero l’attività che i più tendono ad associare alla purezza e alla distanza eterea dalla contingenza più bassa.

Sorge a questo punto spontaneo, però, un quesito: al di là della mera descrizione in chiave iperrealista, a mezzo di similitudini rovesciate, di un certo stato di cose che ci circonda, che spazio resta alla possibilità di dissentire, di opporre a questo essere (la realtà così com’è) un dover essere inteso come contraltare critico dell’esistente?

Si può, nell’ottica del Realismo Terminale, scegliere la via del rifiuto rispetto a questo imperare degli oggetti, o la concretezza che ci troviamo a vivere è da intendersi per sua natura inemendabile? Spesso il critico deve elucubrare per arrivare alla soluzione dei suoi dubbi rispetto ai testi di autori oramai morti e sepolti. In questo caso, invece, si è avuta la fortuna di poter rivolgere il quesito al Maestro in persona, che ci ha gentilmente concesso una breve intervista chiarificatrice. Approfittando dell’occasione, si sono approfonditi anche alcuni aspetti precedentemente accennati.

Guido Oldani

Guido Oldani

Bisognerebbe chiarire una volta per tutte il significato dell’aggettivo “terminale” associato al termine realismo. Se non ho compreso male, lo si deve intendere in chiave ironica.

 Certamente! L’ironia è una componente fondamentale del Realismo Terminale, che non va letto in senso drammatico. Semplicemente io credo, riallacciandomi a quanto da te scritto, che la situazione presente condurrà a una nuova organizzazione sociale. Questo accatastamento dei popoli, poiché la storia va avanti, troverà la sua soluzione.

Tu sei quindi hegelianamente convinto che la storia realizzerà un processo teleologicamente orientato verso la razionalità?

Sì, anche se ciò potrebbe comportare dei sobbalzi non indifferenti e tutt’altro che piacevoli. Per esempio, si dice tanto che l’Italia si stia riprendendo, ma sappiamo benissimo che questo è falso. Se pensiamo che in futuro probabilmente soltanto il cinque percento della popolazione lavorerà è chiaro che bisognerà pensare all’altro novantacinque percento e fare qualcosa per loro. In tutto ciò, comunque, senza buttarla sulla solita alternativa “sei pessimista, od ottimista”, ti dico che nutro speranza nel futuro. Però non possiamo fare finta di non vedere cosa ci stia capitando, questo è imprescindibile.

Ma veniamo adesso alla domanda più radicale, quella che accennavo prima nel mio scritto: il realismo terminale è solo una nuova modalità di descrizione del contingente, o in questa descrizione è insita la possibilità di una critica, di una contrapposizione alla realtà così come ci viene data?

Io penso che, dando voce al fenomeno, questo venga percepito nella sua interezza e quindi lo si possa in qualche modo dominare. Se non lo si riconoscesse, certo quello che auspichi, la critica dell’esistente, non potrebbe proprio darsi. Lasciami dire che la nostra cultura oggi è ancora fagocitata, direi vampirizzata dal secolo precedente. L’ossessività del dolore del ‘900 ci spinge a non riuscire a fare i conti col nuovo millennio. Tant’è che la poesia è ancora tardo sereniana, in buona misura. Infatti la maggior parte dei poeti oggigiorno sono a mio avviso dei copiatori, nel senso che ripetono all’infinito lo stesso modello. È per questo che anche i più tra i giovani sono giovani nati morti, senescenti, che non si pongono neppure la questione del proprio tempo.

Lasciami dire che, mentre la cultura è ancora risucchiata dall’aspirapolvere del ‘900 e noi viviamo con gli occhi rivolti all’indietro, sulla nuca, succede invece che chi viene qui ad “accatastarsi” insieme a noi, non ne sa niente e giustamente se ne frega del nostro passato. Anzi, loro guardano avanti. Paradossalmente, ci sono i residenti che osservano indietro e i sopraggiunti che guardano oltre. La frattura culturale è spaventosa. Fare delle antologie poetiche che ancora rivolgono lo sguardo al secolo scorso vuol dire quindi vivere nella cecità del presente. Per tornare al problema generale posto dalla tua domanda, ti direi che il Realismo Terminale è in buona misura contro lo status quo e il pensiero dominante orientato verso il passato, che sta causando dei danni gravissimi all’intelligenza. In questo senso, lasciami ancora aggiungere un esempio che credo chiarisca bene il mio punto di vista sulla poesia attuale. Vedi, io non concordo con i colleghi della mia età che vedono per esempio il poetry slam come un percorso artistico buono solo per dei poveri diavoli. Invece, credo che una manifestazione simile sia un’opera di accatastamento dei linguaggi poetici, un’esercitazione complessiva di realismo terminale. Tutt’altro che qualcosa di degradato, o inferiore, per disperati della periferia. È anzi un’esplosione di energia poetica.

 

Lo zinco*

l’alba è un barbarico gioiello d’oro,

segue alla luna in zinco inerpicata

nel carbone notturno come un foro.

e mentre il freddo logora il tepore

s’inizia il latte fermo della nebbia

in cui dei pioppi fanno da pennelli

tinteggiando l’inverno di silenzio

nel tempo adatto ai sorsi dell’assenzio.

*Inedito di Guido Oldani in esclusiva per l’Intellettuale Dissidente 

Breve antologia del Realismo Terminale tratto da Novecento non più

Breve antologia del Realismo Terminale tratto da Novecento non più

 


Biografia e bibliografia del Maestro Oldani

Guido Oldani è autore delle raccolte Stilnostro (CENS, 1985, prefazione di Giovanni Raboni), Sapone (Kamen, 2001), La betoniera (LietoColle, 2005). È stato curatore dell’Annuario di Poesia Crocetti ed è presente in alcune antologie, tra cui Il pensiero dominante (Garzanti, 2001), Tutto l’amore che c’è (Einaudi, 2003) e Almanacco dello specchio (Mondadori 2008). Con Mursia ha inaugurato la Collana Argani, che dirige, pubblicando Il cielo di lardo e nel 2010 Il Realismo Terminale, saggio-pamphlet tradotto negli USA a cura di Alessandro Carrera dell’università di Houston in Texas. Nel 2013, sempre per Mursia, è uscita la raccolta di scritti sullo stesso Realismo Terminale, dal titolo La Faraona ripiena a cura degli italianisti Elena Salibra e Giuseppe Langella. Il Maestro figura inoltre in AA.VV, Antologia dei poeti contemporanei (a cura di Daniela Marcheschi), Mursia 2016 e AA.VV, Poesia d’oggi. Un’antologia italiana (a cura di Paolo Febbraro), Elliot Edizioni, Roma 2016. La sua poetica degli ultimi anni è diventata uno spettacolo teatrale dal titolo “Millennio III nostra Meraviglia”, scritto e interpretato da Gilberto Colla. È direttore del Festival Internazionale “Traghetti di Poesia” e fondatore del “Tribunale della poesia”, collabora con alcuni quotidiani tra cui “L’Avvenire” e “Affari Italiani”. Ha vinto i premi National Talent Gold 2012 – Fondazione Zanetto, Spoleto FestivalArl 2012, Premio alla carriera Acqui Terme 2010.