“Disperazione è il risultato di ogni serio tentativo di sostenere la vita con la virtù, con la giustizia, con la ragione, e di soddisfare le sue esigenze. Al di qua di questa disperazione vivono i fanciulli, al di là i risvegliati”

Sistemando la libreria di famiglia, può capitare di imbattersi in testi che catturano profondamente l’attenzione. La copertina vissuta, la fama dell’autore e il titolo accattivante sono tutti motivi affinché allo sguardo segua l’azione. Il libro, piccolo come in questo caso, viene preso e sfogliato, prima di divenire parte del proprio bagaglio culturale e spirituale. Cultura e spirito: due parole che si relazionano continuamente nel racconto breve di Hermann Hesse, pubblicato nel 1932. Il pellegrinaggio in Oriente è il resoconto di un viaggio simbolico, intrapreso dallo stesso autore (H.H.) negli anni immediatamente successivi alla grande guerra, dopo aver aderito alla misteriosa “Lega”, un’antica setta riguardo alla quale nessuno poteva dire nulla. Non è un caso che, mentre l’Occidente era ancora scosso dalle conseguenze della guerra, l’aspirazione dei partecipanti risiedesse nel raggiungimento di scopi elevati e precisi, in un Oriente tanto indefinito quanto attraente. Accanto agli obiettivi alti ed universali, però, il viaggio era mosso anche dai fini personali dei singoli partecipanti, come la volontà, da parte del protagonista, di incontrare e poter amare la principessa Fatma. Inoltre, la particolarità dell’impresa derivava anche dalla totale commistione di spazio e tempo: «La nostra meta infatti non era soltanto il pase di levante, o meglio il nostro Oriente non era soltanto un paese e un’entità geografica, ma era la patria e la giovinezza dell’anima, era il Dappertutto e l’In-Nessun-Luogo, era l’unificazione di tutti i tempi».

Sono questi elementi a rendere difficile la sfida dell’autore-protagonista, intento a riportare fedelmente le tappe della propria impresa. Quanta nostalgia si legge in queste pagine, piene di ricordi riguardo tempi e spazi, attraversati in armonia con i propri compagni. Le magiche giornate di Bremgarten sono l’apice di questo percorso, destinato però a interrompersi, col passare degli anni: «Chi di noi avrebbe mai immaginato che il cerchio magico si sarebbe spezzato così presto che quasi tutti noi – e anch’io, anch’io! – ci saremmo smarriti negli afoni deserti della realtà in carta bollata, come impiegati e commessi, dopo un banchetto o dopo una gita domenicale, si riassoggettano prosaicamente alle occupazioni quotidiane! In quei giorni nessuno di noi era in grado di pensare cose simili». Nessuno le pensava, perché tutto andava bene, ma con il verificarsi di un imprevisto, l’abbandono della compagnia da parte del servitore Leo, l’armonia prima vacilla e poi viene meno, visto che tutte le piccole disgrazie iniziano a sembrare dei disastri. Nel lettore, al sentimento di nostalgia, si accompagna quello della profonda attualità di queste pagine, rispetto ad una realtà dove tutti sono sempre pronti a piangersi addosso, invece di cercare di affrontare dignitosamente le proprie sfide.

Dopo aver disertato, anche H.H. col passare del tempo dimentica i pilastri che lo legavano alla Lega, egoisticamente intento a riportare ciò che non poteva e non doveva essere detto. Per lui, infatti, scrivere il resoconto del proprio viaggio diviene un’ossessione, talmente forte da fargli dimenticare il vincolo di silenzio riguardo la setta. Per raggiungere questo scopo è disposto a tutto, ma nel contempo perde la sua fede (crede che la Lega si sia sciolta), i suoi principi (vive in maniera disperata e angusta) e le sue gioie (vendendo il violino col quale aveva spesso rallegrato i suoi compagni di viaggio). Ma, come un piccolo fattore lo aveva fatto lentamente sprofondare nella disperazione, un’altra casualità sarà il vettore della sua rinascita: l’incontro di Leo su una panchina. Sarà proprio lui, a torto precedentemente considerato un disertore e un umile servo, in qualità di Capo Supremo della setta, a farlo ragionare su quanto accaduto. H. H., posto dinnanzi ai propri errori, si troverà a fare i conti con se stesso. Alla fine, verrà riaccettato nella Lega, che mai aveva smesso di esistere, ma non prima di aver capito che scrivere riguardo al pellegrinaggio in maniera esaustiva non è solamente difficile, ma totalmente impossibile, in quanto non si tratta di riportare dati e accadimenti oggettivi, ma percezioni spirituali, probabilmente mai realmente accadute. La condizione del protagonista nel vastissimo archivio della setta, solo di fronte all’immensità del Tutto, getta luce sul mistero che plasma l’universo e che troppo spesso gli uomini hanno creduto di poter comprendere pienamente: «Come si spostava, si mutava e snaturava ogni cosa in questi specchi, com’era beffardo e irraggiungibile il volto della verità che si nascondeva dietro a tutte queste notizie, contronotizie e leggende! Che cos’era vero? Che cosa era credibile? E quanto sarebbe rimasto quando avessi esplorato la scienza dell’archivio intono a me stesso e alla mia storia?».