«In un attimo tutte le piccole, mediocri regole borghesi in cui avevo chiuso i miei istinti per quindici anni furono consumate. Scompariva il passato, quel passato nauseabondo… Con gioia feroce ne dispersi la cenere a pedate».
H. de Monfreid

Era il 2011 quando un romanzo dallo stile tutto particolare fece la sua apparizione nelle librerie italiane. Il lupo e la luna, questo era il titolo. L’autore, Pietrangelo Buttafuoco, raccontò la storia poco nota di un personaggio d’eccezione. Scipione Cicala Cicalzadè, un siciliano, cristiano, del Cinquecento che, rapito da bambino dai turchi, si convertì all’Islam per poi divenire generale dell’esercito ottomano e combattere “gli infedeli”. In Sicilia fu ricordato come “il rinnegato”.  E scortato da un derviscio e con un lupo al suo fianco portò avanti la sua battaglia. Alla fine della vicenda, Scipione troverà ad attenderlo una dama fatta di Luna, affinché lo spirito del lupo possa trovare finalmente riposo. Ed era il 2013 quando, in occasione del ciclo di incontri di PordenonePensa, Stenio Solinas, durante un’intervista, dichiarò di stare lavorando da tempo su un autore francese, un viaggiatore del Novecento, poco noto in Italia, che meriterebbe di esser riportato alla memoria. Henry de Monfreid è il suo nome. Anche lui è un “rinnegato”. Anche lui, come Scipione Cicala, è un convertito all’Islam. Fu un combattente e un avventuriero. E, al posto di un lupo e di un derviscio, troviamo al suo seguito uno sciacallo e una mangusta. Il Corsaro nero. Henry de Monfreid, l’ultimo avventuriero di Stenio Solinas è uscito il mese scorso per i tipi di Neri Pozza (qui la scheda del libro).

Ecco de Monfreid nella foto in copertina: viso magro, baffetti, guance segnate, capelli bruciati dal sole e occhi incavati. Ricorda tanto René Guénon, un francese poco noto, come lui, convertito all’Islam. In seguito alla sua conversione adottò il nome di Abd el-Hay, “Schiavo del vivente” ma fu soprannominato dai nemici lo “Shaytan”, il Diavolo. Il Corsaro de Monfreid è un avventuriero a pieno titolo: trafficante di armi, di perle e di stupefacenti; da giovane fu contrabbandiere di burro tarocco; poi fumatore d’oppio, donnaiolo, agente segreto, pirata in rivolta contro l’arroganza coloniale francese… Fu anche radiato dalla massoneria. Un anarchico individualista, fuori da ogni regola e convenzione sociale, ma con un suo codice d’onore. Questo è, in breve, il de Monfreid avventuriero. L’altro lato del de Monfreid è quello di scrittore. Fu un giornalista e un reporter di guerra, e da romanziere scrisse più di settanta libri. Quello tracciato da Solinas è il ritratto di un uomo in rivolta contro la comoda vita borghese. Un avventuriero, forse l’ultimo davvero. De Monfreid  “non ha avuto scrupoli, si è alleato con gli italiani, ha sfidato gli interessi inglesi, se n’è infischiato delle titubanze francesi…”. La sua vita spericolata lo ha visto protagonista di operazioni di spionaggio contro il suo paese in favore dell’Italia fascista. Verrà poi deportato in Kenya, nei campi di prigionia inglesi:  POW, prigioniero di guerra, numero 79137.

Neanche le medaglie mancano nella vita del buon vecchio Henry. Fu decorato dal Generale Graziani con la Croce di guerra per aver sostenuto “con la penna e con la parola l’azione vittoriosa del nostro esercito”. E, da scrittore, poco gli mancò per essere eletto all’Académie française. Contrariamente a quanto possa indurre il suo cognome, Henry de Monfreid non è di nobili origini. Non è un nobile, né un borghese. Anzi, se proprio si vuole descriverlo in cinque parole, Henry de Monfreid è l’esatto contrario di un borghese. Non ama la vita comoda e non è affetto dalla viltà, sentimento che da sempre contraddistingue questa grigia classe sociale divenuta protagonista passiva della Storia. Fu scrittore-avventuriero in patria e avventuriero-scrittore in Etiopia. Recitò se stesso nel film Les secrets de la mer Rouge, tratto dal suo omonimo libro, e non si trattenne dal prenderne a schiaffi il direttore di produzione.

Solinas nel suo libro – frutto di anni di letture e ricerche d’archivio, corrispondenze, viaggi e interviste – ha deciso di non seguire l’ordine cronologico degli eventi per raccontare il suo personaggio, ma delizia il lettore con piacevoli e pertinenti digressioni. Nel capitolo “Ludi Africani”, in omaggio a Jünger, Solinas fa una breve carrellata degli avventurieri che hanno segnato le sue letture giovanili e non. Tra questi vi è Wilfred Thesiger, il più grande esploratore del Novecento. Per lui, come per de Monfreid, l’Africa è “l’Altrove”, un mondo di “barbarie e splendore”. E l’Abissinia di de Monfreid per Solinas è “l’aurora del mondo, è ciò che rimane ancora intatto di quell’idea di Africa primigenia”. Oggi il concetto di “Altrove” si è perso, perché con la globalizzazione tutto il Mondo è paese (il nostro), essendo ormai tutto in fase di omologazione. Dello splendore dell’Africa rimane ben poco, e in quanto alla “barbarie” ci pensiamo noi occidentali a portarne di nuove con le nostre “guerre democratiche”. L’altro da sé viene ormai concepito solo a patto che sia il nostro riflesso. Ma de Monfreid è diverso. Lui è un cuore avventuroso, un uomo di altri tempi, e Solinas lo sa. Henry è “uno che ha saputo mischiarsi, immergersi negli usi e nei costumi, divenire tutt’uno con i suoi uomini pur restandone il capo”. Uno che ha saputo trovare “il punto di osservazione giusto per raccontare non come vediamo il diverso, ma come il diverso vede noi […] sforzandosi di entrare nell’anima delle cose”. In questo capitolo l’autore si allontana dal protagonista per riportare alla memoria alcuni avventurieri come Rimbaud, Jünger, Thesiger e Chateaubriand. E de Monfreid è l’anti-Rimbaud, “un tipo umano in fuga da se stesso e dalla modernità di massa”.

L’autore del libro ha compilato questa biografia – a metà tra il saggio e il romanzo –  attratto dallo spirito di ribellione, dalla vocazione all’indipendenza e alla libertà che hanno sempre caratterizzato i personaggi sopraelencati. Per Solinas, viaggiare “è un’esperienza esistenziale, una ricerca individuale, un’avventura soprattutto mentale”. Poi spiega in alcune pagine: “Era stato Ernst Jünger a dire «meglio gangster che borghese» e il viaggiatore è un perfetto delinquente senza per questo essere un fuorilegge. È antisociale, insegue il proprio istinto e il proprio piacere; è un individualista, non pensa alla collettività, non ha coscienza di classe, sceglie chi è simile a lui, indipendentemente da come nasce; non conosce i criteri che regolano le professioni: successo, carriera, guadagni non sono alla base delle sue scelte”. Come per il saggio su Chateaubriand di quattro anni prima, anche questa volta Solinas ha viaggiato, si è recato direttamente sui luoghi che deve narrare, ripercorrendo le tracce, fiutando l’aria del posto, come un vero segugio. Tra tutte le fatiche letterarie dell’autore questa è sicuramente quella che ha richiesto più impegno. È un’opera spuria, un saggio che è anche un romanzo, un diario, un dossier, un’opera di ricerca storica…

Come si è detto prima, il libro è pieno di digressioni, aneddoti, intermezzi, a volte interi capitoli che solo apparentemente sembrano allontanare il lettore dal terreno che si stava battendo un attimo prima. Il capitolo “Infanzia (e giovinezza) di un capo” è il più bello per ritmo e contenuti, e narra l’origine di uno spirito ribelle che obbedisce solo alle proprie leggi e non teme di farsi sempre nuovi nemici. Perché “Henry è uno che ha la lotta nel sangue, ha bisogno di un nemico, vero o presunto non importa, per sentirsi vivo, per non morire di noia”. Il rapporto con il padre, George-Daniel, è travagliato. De Monfreid Senior fu un pittore dilettante, amico di Verlaine e Gauguin. Fu anche l’esecutore testamentario di Segalen, l’uomo che volle scoprire Rimbaud. George-Daniel come padre è manesco, assente; e come marito è infedele, per di più vigliacco. Il figlio lo descrive come un uomo debole, un “marinaio da operetta”. Nel capitolo “Profumo di donna” viene tratteggiata la vita sentimentale del protagonista. E anche Henry, come il padre, con le donne non è propriamente il ritratto della fedeltà. Colleziona donne africane, tutte giovanissime, insieme a numerosi figli illegittimi. Tra tutti i “profumi di donna” annusati nella sua vita, quello di Armgart è il più forte. Sarà la madre dei suoi tre figli, ma è europea. Lei, sognatrice, artista, e donna pratica, fece del marito il ritratto che segue: “Nutre disprezzo per la società e per ogni manifestazione di civiltà. Il deserto, il mare, la solitudine, è questo il suo regno”. Ma neanche Armgart sarà la sua ultima moglie. Morta nel ’38, verrà sostituita sette anni più tardi con una donna venticinque anni più giovane di lui: Madleine. Lei non lo abbandonerà mai, standogli vicino nei momenti più bui. Toccherà a lei essere l’ultima donna della sua vita.

Quella di Henry fu una vita vissuta tra mille luoghi, mille nomi, mille volti ma un solo mare. Il Mar Rosso.
Ma raccontarla tutta questa vita sregolata, di un ribelle sempre sopra le righe, è operazione azzardata. In questa sede, questo racconto lungo un secolo scolorirebbe. Il libro di Solinas, invece, riesce appieno in questa impresa. Henry de Monfreid nacque a Leucate nel 1879  e morì nel 1974 a Ingrandes. Ecco qui di seguito le parole che Solinas, con l’aiuto di Paul Morand, ha scelto per descrivere gli ultimi attimi di un’esistenza straordinaria: «Dormire, vado a dormire», dice, prima di salire in camera, all’autista che lo ha portato a casa. Sono le sue ultime parole. Il miglior epitaffio lo scrive Paul Morand, lo scrittore “vagamondo”, nel suo diario: “Henry de Monfreid. Morto a novantacinque anni. Morte tranquilla di un violento, temperamento passionale, inquieto. Bella figura, ben scolpita, sguardo fiero di giovane”. Riposa nel cimitero di Leucate.