di Giovanni Peparelo

Il cinghiale che uccise Liberty Valance è un’opera ambiziosa e complessa, costruita su un’idea grandiosa – già pienamente percepibile nella lettura della trama e nella visione della copertina: la progressiva evoluzione di un cinghiale, che lentamente riesce a stagliarsi dalla pura vita e dal puro presente degli animali, imparando dagli uomini a pensare come gli uomini. Animali poetici come i primi dèi. Uomini ormai abbandonati dalla prima scintilla dell’evoluzione. Alla grandiosità di questa idea, avvicinabile a mostri sacri come Marquez e Faulkner, si unisce l’umorismo malinconico e spietato tipico della letteratura italiana contemporanea. Nell’intreccio di vite e di storie, cresciute e avvizzite nell’oasi di Corsignano, immaginario paese tra Umbria e Toscana, si inserisce il paradosso della guerriglia cinghialesca, dei grotteschi dialoghi delle bestie e degli uomini, della figura messianica di John Wayne. Peccato che il libro esaurisca presto l’energia dell’intenzione. È possibile sentirla riaffiorare, a volte; ma il disegno ambizioso rimane spesso appena accennato, appena percepibile. Come intenzione, appunto: e come idea grandiosa.La scrittura, ampia e ricercata, finisce per accartocciarsi su sé stessa. Lo schema imponente e spettacoloso del libro collassa sotto la spinta insostenibile dei troppi personaggi. Troviamo esempi perfetti di caratterizzazione rimasti invischiati nella matassa. Sembra quasi che alcuni tratti siano stati scritti senza eccessivo impegno, o almeno con un impegno opposto al necessario: inteso meno alla semplificazione che all’eccesso.

Non un’opera pigra e, in definitiva, non un libro brutto; ma un libro al di sotto delle capacità – visibili – dell’autore, che forse rimane troppo affascinato dalla propria idea, poco consapevole delle strutture necessarie a una scrittura organica: piccoli episodi sembrano più la sintesi di racconti brevi che focalizzazioni momentanee della trama. Volendo sintetizzare con un’immagine, il libro potrebbe essere definito simile allo schema genealogico che appare stampato sulla prima pagina: interessante, complesso, ben consapevole ad una prima occhiata: eppure, appena più in profondità, scollegato e casuale. Rimane il dubbio che la causalità e la fuga da ogni definizione siano stati presenti nell’idea grandiosa dell’autore. Forse il libro è stato scritto in questa direzione. Purtroppo, però, se davvero questa è stata l’intenzione, è rimasta nascosta e inutilizzata, fuori dalla portata di un’opera che vuole essere polifonica, straordinaria e innovativa, ma che si perde e annega sulla spinta delle sue stesse innovazioni.

Più che una colpa dell’autore, è un peccato per chi legge. Alcuni passaggi meriterebbero una grande attenzione: il lettore è catturato dagli scorrazzamenti rivoluzionari dei cinghiali, e arriva a concepire – attraverso lo scacco percettivo delle bestie – lo scacco insondabile della propria mente. E le gesta e la morte e i miracoli di Apperbohr, il cinghiale rosso, sfiorano le corde dell’epica. Le citazioni, i ragionamenti sull’estetica, sul cinema e sulla letteratura sono precisi e ponderati, mai banali e mai campati in aria. Che peccato, dunque, che Giordano Meacci (sceneggiatore, tra l’altro, di Non essere cattivo, ultimo capolavoro di Claudio Caligari) non abbia saputo sfruttare a pieno le proprie capacità – oppure che le abbia sfruttate in una direzione sbagliata, perseguendo una scrittura non propria.

Rimane da accennare a una considerazione stilistica. L’uso del corsivo appare improprio se non abusato. Non si riesce a comprendere secondo quale criterio l’autore sottolinei alcune parole piuttosto che altre. Potrebbe essere il tentativo di imporre un ritmo al lettore, una cadenza vocale che conduca la pagina scritta al discorso parlato. Ma, anche qui, l’idea grandiosa funziona solo in parte, e ci si sente più costretti che guidati dal corsivo. Evidenziando alcune parole si mostra l’implicita paura che passino inosservate e che, come conseguenza, si ritenga alcune parole più importanti di altre. Questo comporta uno svilimento del resto del testo, che precipita nel magma informe di un accompagnamento. Tutto questo comunque non peggiora la lettura, anche se sicuramente non la aiuta.