Su Törless si sono dette le cose più assurde. Il romanzo finì tra le mani di un editore viennese nel 1906 quando Musil aveva ventisei anni, anche se il giovanissimo autore de L’uomo senza qualità (di cui Törless è chiara e, forse, ignorata preistoria) lo aveva redatto a soli ventidue, quando si iscrisse – per noia, così disse – ad alcuni corsi di psicologia. I turbamenti dell’allievo Törless, prima di qualsiasi etichetta che lo definisca romanzo di formazione o, peggio, lo dia in pasto a una falange di aggettivi di critici affamati, è la storia dello spirito di un giovane ragazzo austriaco di buona famiglia, che frequenta un rigido collegio maschile a inizio secolo assieme a due amici, rampolli di famiglie ricche e influenti. Su Törless, dicevamo, si sono dette le cose più assurde, e riguardano proprio quella falange di aggettivi. Dostoevskij definì il romanzo intellettualmente impreciso, poco chiaro. Törless, dicono alcuni, sarebbe un romanzo espressionista, un romanzo masochista, sadico, bandiera della cultura omosessuale, persino nicciano e, dulcis in fundo, precursore del nazifascismo. Eppure Törless non sembra niente di tutto questo.

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I turbamenti dell’allievo Törless è un romanzo semplice di aspetto, che si regge su un equilibrio molto delicato, come quello di un funambolo che se ne sta a metà tra la genuinità del linguaggio e la sua trasgressione. L’andamento non è quello, però, della tensione, di un filo teso, ma è piuttosto quello che si prova camminando a occhi chiusi, con le mani sul volto, sbirciando ogni tanto tra le dita, con il pericolo di cadere da un momento all’altro in una profondità vorace e poco felice. Inoltre è la linea verticale che conta:

Il cielo taceva. E Törless sentì d’essere perfettamente solo sotto quella volta immobile e muta, un punto minuscolo e vivo, sotto un immenso cadavere trasparente.

Questa è una figura emblematica. C’è un cielo silenzioso, muto come un cadavere che non si vede, e Törless, solo, è un punto minuscolo sotto di esso, vivo. Questo è Törless. Vivo, perché in lui non c’è (ancora?) senso di morte, cinismo, nichilismo; solo, perché il limite ultimo della sua sofferenza sono i confini di se stesso e del mondo; il tutto sotto a un cielo che non parla, che non gli dice nulla. Cosa turba il giovane Törless (l’etimologia del suo stesso nome, Törless, rinvia a concetti di chiusura, serramento) rimane un segreto fino alla fine e persino oltre, quando tale turbamento non avrà più effetti. Musil stesso ci dice che tali turbamenti, che così intensamente hanno segnato la sua carne e la sua anima, saranno innocui: con un salto repentino e violento del tempo della storia, a metà romanzo, prima di concludere, ci mostra già l’avvenire del giovane e questo non è un avvenire funesto, tutt’altro. Eppure l’identità di Törless esiste proprio perché esistono quei turbamenti. Ma chi è, insomma, Törless?

Autoritratto - Egon Schiele (1910)

Autoritratto – Egon Schiele (1910)

Törless è un adolescente. In collegio ha solo due amici, Reiting e Beineberg. Il secondo ci viene presentato da subito perché Törless si trova con lui, prima di rientrare in collegio, in una pasticceria. Figura sportiva, adusta e vigorosa […] Il suo sguardo non era sognante, ma quieto e duro, si dice di Beineberg. È un grande lettore, ma legge solo una categoria di libri, e Musil (per bocca di Törless, onestissimo osservatore) la descrive con una esattezza acuminata:

[Libri] in cui bastava spostare una parola per compromettere l’occulto significato dell’insieme.

Sono libri di filosofia indiana, di saggi hindu, di spiritualità antica. Ma legge anche di magia, esoterismo, alchimia, e ha una morale estremamente legata alle sue particolari e bislacche convinzioni metafisiche. È arrogante, anche se può dimostrarlo solo con le parole, si comporta da padrone e corregge Törless ogni volta che questi – confuso – tenta di avventurarsi in una particolare teoria. Reiting è invece interessato alla carriera militare. Lontanissimo intellettualmente da Beineberg e dalla intelligenza di Törless, si comporta in modo virile, anche se ingenuamente e, diciamolo, un poco goffamente. Come si vede, Beineberg e Reiting sono anima e corpo di Törless, e Törless, in cuor suo, senza sapere perché, non accetta né l’uno né l’altro, senza essere però (ancora) nessuno. Un giorno uno studente, Basini, ruba con molto candore del denaro a Beineberg e Reiting lo scopre. Reiting decide di non fare la spia, ma Basini da quel giorno diventerà lo zimbello dei due (tre, se aggiungiamo Törless) e si lascerà andare, in gran segreto, a molestie, soprusi, abusi e violenze di ogni tipo da parte dei compagni.

Lunch Break - Aleksander Deineka (1935)

Lunch Break – Aleksander Deineka (1935)

Il turbamento di Törless era già in atto. Lo avvolge da ogni dove, dilaniato tra due mondi: uno solido, borghese, come quello dei suoi, in cui tutto avveniva in modo ordinato e ragionevole, e un altro avventuroso, buio, pieno di misteri, di sangue, di sorprese imprevedibili. Questi mondi, per Törless, si escludono a vicenda. Uno è la morte dell’altro. È per questo che è di-laniato ed è per questo che l’unica soluzione è comprendere, con tutto il suo sudore e il suo sangue, che i due mondi non si escludono. Ma non solo: Bene e male […] lecito e illecito […] meglio l’errore, purché frutto di una sua determinazione. E negli amici, invece, nessun segno d’inquietudine).

Törless non capisce. Abbandona i genitori per vivere in collegio e mantiene con loro un forzato, patetico, legame epistolare. Teme la solitudine più di ogni altra cosa e i compagni non solo non sembrano capirlo, ma si dimostrano arroganti, pedanti e noncuranti. In tutti, tranne lui, mancavano lo stupore, la sorpresa, il dubbio. Törless è l’unico a vivere questa burrasca dello spirito, è l’unico a percepire una confusione così assillante (tanto che essa sembra essere ritagliata sulla sua persona), è l’unico ad essere spezzato e spiazzato, ed è solo nella sua tempesta. Più cerca risposte, più le strade si avviluppano, mentre nel frattempo Beineberg cresce in una spiritualità così forte da finire col dipendere da pratiche mistiche ed esoteriche quali la meditazione, l’ipnotismo, credenze occulte, esotiche, antidiluviane, pericolose. E, in tutto questo, Basini.

Scena tratta da "I turbamenti del giovane Torless", film del 1966 diretto da Volker Schlondorff e basato sul romanzo di Musil

Scena tratta da “I turbamenti del giovane Torless”, film del 1966 diretto da Volker Schlondorff e basato sul romanzo di Musil

Beineberg dice:

voglio tenermi Basini, per imparare da lui […] lo voglio tormentare […] Neppure Reiting mollerà […] tu sai che culto fa Reiting di Napoleone; considera, invece, che l’uomo da me più amato somiglia a un filosofo o un santo indiano […] Reiting […] lo sottoporrebbe a una dissezione morale […] Veri uomini sono per me quelli che sanno penetrare in se stessi, gli uomini cosmici […] Ho letto di orribili penitenze fatte da monaci illuminati […] asceti indiani,

Basini incarna, per ciascuno dei ragazzi che lo perseguita, un incanto particolare. Reiting vede in lui la possibilità di imporre la propria supremazia fisica (anche se con velati e appena accennati interessi omosessuali), per Beineberg è uno strumento di sperimentazione spirituale senza pari (finirà non solo con fare violenza fisica su di lui, ma anche psicologica, citando maestri hindu mentre questi si trova nudo sul pavimento di una soffitta, tentando di ipnotizzarlo e di cacciare fuori l’anima dal suo corpo), in tutti è materia di sfogo delle volontà più oscure che possano emergere dalle matrici del subconscio di un adolescente (per riferirci all’appena nata psicanalisi).

Per Törless, poi, Basini è l’incarnazione, ambigua e incerta, di tutto ciò che lo turba. Tutto ciò che turba il giovane Törless è depositato in Basini. Vi vede una sessualità distorta (il fisico stesso di Basini è descritto come femmineo, glabro, quasi fosse asessuato, un ricettacolo di forme che consente di fare prova di una sessualità indecisa senza sentire su di sé una colpa morale o una vergogna sociale), la sua e la propria, vi vede il dramma teso tra la conoscenza piena e intuitiva e quella confusa, intellettuale (le catene del pensiero kantiane), vi vede l’insufficienza delle parole […] la coscienza confusa che le parole erano solo espedienti per esprimere le sensazioni, vi vede il dovere morale e il desiderio irrazionale, sfrenato, animalesco, vi vede l’uomo e vi vede la donna (Törless frequenta, timidamente, una giovane prostituta ma, quando Basini provocherà in lui desideri erotici, cederà), un’azione compiuta e la naturalità nel compiere anche il suo opposto. E Törless pensa tutto questo senza decisione alcuna, con un’onestà spiazzante, con grandissima acutezza nel riconoscere a ogni suo dubbio la sua validità, la sua vitalità, accettando la sofferenza quando non trova una risposta, lottando contro il dolore, spingendo se stesso oltre le proprie barriere emotive e intellettuali, chiedendo pietà alla vita per essere così complessa.

Melancholy - Edvard Munch (1892)

Melancholy – Edvard Munch (1892)

È la contraddittorietà della vita a spaventare Törless, è il fatto che il suo dinamismo, che l’individuo vive con così tanta passione nel proprio spirito, è tale solo perché è insito in esso il contraddittorio. È qui, hegelianamente, il contraddittorio ad essere la regola del vero.

Quali sono le cose che mi sorprendono? Le più comuni. Per lo più, oggetti inanimati. Che cosa mi sorprende in esse? Un quid, che non conosco […] lo sento, so che agisce su di me, come se volesse parlare. Sono eccitato come uno che cerca di decifrare le parole dalle smorfie della bocca di un paralitico, senza riuscirci. È come se avessi un senso più degli altri, ma incompiuto, un senso che esiste, che si fa sentire, ma non funziona. Il mondo è per me pieno di voci senza suono: sono un veggente o un allucinato?

Queste parole, scritte su carta da Törless, sono quanto di più chiaro c’è per esprimere cosa sente chi le scrive. Törless si rifugia, invano, nella scienza, nella matematica e nella metafisica. Non sono questo, nota di fronte al suo sicuro professore di matematica, i numeri immaginari? Derivano dalla radice di un numero negativo, dall’impossibilità di trovare un numero che, se moltiplicato per se stesso, dia un risultato negativo; eppure sono lì, sono coerenti, sono da qualche parte, ci parlano, interagiscono con noi… Fin troppo assurdo per Törless. E Kant? I segreti nascosti nella sua dottrina della ragione e della libertà non svelano quanto di più arcano c’è nell’uomo? Essi sono incomprensibili per Törless, che chiuderà la prima critica dopo aver letto poche difficili frasi. Dov’è la risposta, se non è nello scibile umano? Törless la deve trovare sulla propria pelle, e la sua pelle passa per quella di Basini.

Football- Aleksandr Dejneka (1924)

Football – Aleksandr Dejneka (1924)

In conclusione, I turbamenti dell’allievo Törless, non è un romanzo che possa accettare nomenclature univoche: è un romanzo nudo, spogliato di molta vanità formale, e definirlo significa anche compiere un ingiusto gesto di riduzione verso lo spirito di Törless, che non è riducibile, che si lacera, che merita uno spazio vasto in cui espandersi, che merita il beneficio della varietà, dell’incomprensione persino, del silenzio. Cosa vi è allora di semplicemente masochista in Törless? Come esaurirlo nel nichilismo, nel sadismo, addirittura nel filone erotico omosessuale, così proibito a inizio secolo (quando lo stesso Musil, da poco sposatosi, allontana da sé ogni riferimento personale e suoi interessi nel declinare l’opera in questo senso)?

Accusare Törless di omosessualità o di sadismo è come accusare un altro grande giovane della letteratura del Novecento, Holden Caulfield, di follia: in entrambi (oltre alcune evidenti analogie tra scene, immagini e personaggi) vi è la ricerca, tramite un viaggio (drammatico nel primo caso, insolito nel secondo) del pensiero e del corpo, di risposte a domande poco scontate, preziose, uniche, che solo uno spirito sensibilissimo, umano, inquieto, acuto, genuino può generare, perché il mondo non appaia più il luogo di verità esclusive, ma quel volume che fa della dissonanza, della differenza e della stranezza il cuore stesso del suo essere. E per svelare quel segreto ci si può servire solo di esperienze indiscrete e di domande fuori luogo.

I giovani con un grande avvenire
possiedono per lo piú un passato ricco di umiliazioni

Robert Musil