Gli intellettuali alla moda, i moralisti da talk show che esercitano con inarrivabile sagacia la redditizia arte della reductio ad Hitlerum, al solo udire il nome di Robert Brasillach saltano sul trono dell’intellighenzia e si dispongono superbi all’attacco – o a una elitaria (o schiavile?) forma di indifferenza. Per rincuorare almeno in parte costoro, premettiamo che non intendiamo concentrarci sul Robert politico o incensare la sua figura di martire incorrotto, ma che vorremmo soltanto provare a recensire una singola opera dell’impresentabile, reietto scrittore. Certo, da un canto soffermarsi sull’opera e non sulle scelte politiche del suo autore, è essa stessa una scelta politica perché Brasillach non separa la politica dalla vita e dalla scrittura e, va da sé, partendo da un piano si giunge inevitabilmente, profondamente all’altro. D’altro canto, si tratta di una presa di posizione precisa e, quindi, forse, finanche politica: la risposta a chi ignora, svaluta o condanna gli scrittori in virtù delle loro scelte pubbliche deve essere una sola: recensire e analizzare le opere di questi autori per stimolare i cosiddetti moderni alla lettura affinché, ancora una volta, siano gli stessi scrittori a rifulgere su ogni miserabile formica e col genio e con l’arte.

Les sept couleurs pubblicato in Francia nel 1939 e uscito in Italia nel 1985 è un romanzo d’amore che mediante le vicende dei protagonisti affresca, spesso raggiungendo alte vette di poesia, gli anni ’20 e ’30, le tragedie, le illusioni, il cuore – nero e rosso. L’edizione alla quale si fa riferimento in questa presentazione è quella di Ciarrapico Editore. Si tratta di un’edizione preziosa non solo per la traduzione di Orsola Nemi, ma anche per l’introduzione vergata dall’ineguagliabile Stenio Solinas.

Robert Brasillach

Robert Brasillach

Ne I sette colori Brasillach racconta la storia di Patrizio e Caterina, due studenti conosciutisi per caso durante l’esame di maturità che si incontrano in un giorno di sole presso Bois du Boulogne, un incantevole parco di Parigi, nel 1926. In quell’estate pregna di luce e totalizzanti emozioni i due ragazzi – lui vent’anni, lei diciotto – si approssimano impercettibilmente sino a sigillare un sodalizio dei sensi che – al di là di come terminerà il romanzo – resterà a suo modo puro e, in qualche modo, nobilmente ingenuo. E se, parafrasando Georg Simmel, la sorgente interna della vita si sente maggiormente quando si è più vicini all’origine, è vero anche che, con altrettanta forza, la sua intensità permane nel caleidoscopio dei ricordi alla stregua di un vascello fantasma in un oceano di preoccupazioni, miraggi e disinganni. Così, nonostante a un certo punto il giovane Patrizio scelga di emigrare verso l’Italia fascista e Caterina resti sola col cuore spezzato in quell’ambiguo e ammaliante acquarello che è la Parigi degli anni Venti, l’avvicinamento delle loro anime non vacillerà – quantunque nel frattempo la giovane, trovatasi tra due fuochi di diversa gradazione, si sposi con François Courtet e Patrizio, dopo una formativa esperienza nella Legione Straniera, si stabilizzi in Germania.

Tra due fuochi, si diceva: Patrizio è percepito dalla giovane come un incosciente avventuriero delle emozioni, come una sorta di bohèmien antiborghese, come un eterno adolescente o, che è lo stesso, come uno che non trasmette sicurezza, che non ha una visione utilitaristica, chiara del futuro, ma che, anzi, alla misura perspicua preferisce l’abisso purpureo e forse anche il giallo apollineo del sole, ma di un sole che abbaglia il cuore occultando gli interstizi che rendono la vita tediosa. Dal canto suo, François è anch’egli un uomo generoso e con un passato difficile ma, benché attratto dalla vita e capace di scelte coraggiose, è giudizioso e se, al contrario di Patrizio, non infiamma i cuori indicando sogni impossibili, fonda nell’altrui animo la certezza della sicurezza. Tra la solare oscurità di Patrizio e il ragionevole amore di François la scelta formale cadrà sul secondo non avendo d’altronde Caterina nulla da scegliere rispetto a Patrizio essendo stato il loro un incontro fatale che trascende la volontà e che, al di là del cammino di ognuno, resta come fondamento più saldo della libertà, del sì e del no.

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Negli anni della separazione, contrassegnati da un carteggio in cui si avvertono gradualmente le metamorfosi delle emozioni cagionate dalla lontananza dei corpi e da giudizi via via sempre più recisi, Patrizio si innamora dell’Italia di cui in Francia hanno fatto uno spauracchio e degli italiani – un popolo amabile che vuole divenire forte e desidera che Caterina lo raggiunga: Avrà uno storno di bambini intorno, come colombi; chinerà la testa e canterà. Il protagonista vive con entusiasmo il clima politico di Firenze e, dopo, con sentimenti ancora più vividi, si reca in Germania dove è attratto dalle bandiere alte cinque piani, dai fiori che non impediscono altre realtà più minacciose e – da esteta – soprattutto dalla liturgia hitleriana:

 Nell’istante preciso in cui (Hitler) varcava la soglia dello stadio, mille riflettori, disposti intorno al recinto, si sono accesi, puntati verticalmente sul cielo. Sono mille pilastri azzurri che ormai lo circondano come una gabbia misteriosa. Si vedranno brillare per tutta la notte dalla campagna, designano il luogo sacro del mistero nazionale, e gli organizzatori hanno dato a questo stupefacente incantesimo il nome di Lichtdom: la cattedrale di luce.

Si coglie, in queste e altre appassionate parole, l’impressione che lo scrittore ebbe quando nel 1937, in qualità di giornalista, si recò al Congresso di Norimberga scrivendo poi il resoconto Cent heures chez Hitler. In Germania Patrizio incontra una compagna – la dolce Lisbeth che ha un posto piccolo nella sua vita, ma sicuro: la sua parte è piccola ma è la sua parte. E in fondo, se si legge tra le righe, il destino del giovane è simmetrico a quello di Caterina essendosi entrambi arresi a un rapporto pressoché normale, con sentimento, sì; ma, almeno a tratti, poco vigoroso, con certezze e sapori concreti, sì; ma con poca poesia e, soprattutto nel caso di Patrizio, a un amore quasi senza amore. In verità, i due si rivedranno molti anni dopo ancora una volta, sempre a Parigi, e lo stesso amore li indurrà nuovamente – ma per poche ore – a tralasciare la paura dell’amore. Un attimo in cui la ruota del tempo viaggia al contrario per fermarsi in un luogo che il tempo stesso ignora. Ma anche questa volta non sarà abbastanza e l’orologio del destino riprenderà il suo meccanico corso. A causa di questo fugace incontro Caterina perderà anche François che, dopo averla lasciata, andrà a combattere in Spagna per i ribelli franchisti.

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Questa semplice trama che lasciamo volontariamente incompleta e che qua e là è ricca di ingegnosi colpi di scena e di destinali coincidenze, è elaborata dallo scrittore attraverso la fusione di vari generi letterari e da questo esperimento quasi avanguardistico deriva anche il titolo del libro: sette colori, uno per ogni fase, per ogni aria, associato ognuno a momenti, generi, personaggi diversi. Come ricorda Solinas, nel voler sorpassare il romanzo tradizionale Brasillach rivela tutta la sua straordinaria capacità e si insinua con la pratica nel dibattito sulla crisi del romanzo moderno. Troviamo quindi nello stesso testo il racconto che si srotola attraverso un narratore ignoto e onnisciente, le lettere che si scambiano i due innamorati, le confessioni affidate al diario di Patrizio, riflessioni generali, il dialogo diretto come se si trattasse di una sceneggiatura teatrale, i documenti e gli articoli sulla guerra civile spagnola, il monologo finale di Caterina. E, come fossero monadi, ognuno di questi generi incarna lo stesso amore – universale – da un unico punto di vista, senza farsi penetrare da fuori, riflettendo diversamente l’identico in un intarsio perfetto che assomiglia tanto alla vita – così come lo scrittore ha le sembianze di un piccolo, impertinente dio.

La magia di questo ladro di fuoco sta nella delicatezza, nella naturalezza con la quale l’afflato politico si combina con le vicende troppo umane di una coppia qualunque. L’ideologia diventa parte della vita e i personaggi – specialmente Patrizio ma anche François – appaiono come comparse all’interno di un’unica totalizzante scenografia, di un unico palcoscenico, in un’unica aura sacrale, tragica e profetica. Il tempo della storia trascorre sempre lungo lo stesso fiume emozionale sia quando i personaggi riflettono sulla vita, sul tempo, sul destino e sull’amore sia quando i fascismi – soprattutto italiano, tedesco e spagnolo, ma non solo – sono colti nel loro aspetto vitalistico e rivoluzionario come la “poesia del XX secolo” e, en passant, come il male dello stesso – sia chiaro, un male dal fascino quasi mefistofelico, irresistibile. Appaiono dense e tragicamente premonitrici le pagine in cui Patrizio, sentendo su di sé il passaggio dalla adolescenza alla età adulta, scrive: Quelli che muoiono dopo la trentina non sono consolidatori, ma fondatori perché annunciano lo scintillante esempio della loro vitalità, delle loro conquiste accennando qualche strada al lume della loro gioventù sempre presente. Essi, scrive il poeta, abbagliano, interpretano, meravigliano. Per questo Cristo è morto intorno ai trent’anni come Alessandro. Uomini di tal fatta bruciano la loro vita, talvolta quella altrui, ma danno la fiamma, l’avvenire. Infatti:

Non si immaginerebbe Alessandro vecchio e saggio, legislatore dell’Oriente: la sua parte sta nel mettere di fronte l’Occidente e l’Oriente. Dopo di che, sbrigatevela voi. Tali sono gli esseri che scompaiono prima delle menomazioni, prima dell’equilibrio, prima della riuscita. Non sono venuti a portare nel mondo la pace, ma la spada.

Una frase che, nota Solinas, si fonde con la vicenda umana di Brasillach, il quale, accusato in carcere di avere idee nere, rispose:

Bisogna saper morire giovane. Robert Brasillach a 75 anni che legge con voce tremula le bucoliche greche, mentre riscalda i suoi reumatismi accanto al fuoco. Pensateci sopra. Quale orrore!

E in effetti, benché sarebbe comunque stato meraviglioso sentire il suo parere sul decadente mondo attuale, non è facile immaginarsi un simile esteta da vecchio ed è viceversa più agevole applicargli la sentenza di Menandro secondo cui muore giovane chi è caro agli dei. Parole che nuovamente fanno pensare a Patrizio accusato da Caterina di gioventù – come se l’essere giovane – scrive Patrizio all’amata – fosse un pericolo da cui bisogna guardarsi, come se avessi la idrofobia, la rogna. Si vaccini contro la gioventù.

Robert Brasillach

Robert Brasillach

Le riflessioni che sondano col cuore di un poeta più che di un ideologo il senso profondo di un secolo e della guerra civile europea si amalgamano con altri pezzi di immortale – e sconosciuta – letteratura come quando il narratore descrive il giorno in cui Patrizio e Caterina finiscono vestiti nello stesso letto:

Nella vicinanza dei due corpi vestiti v’è qualcosa di magico e di inseparabile dai primi momenti dell’amore: la resistenza, la tentazione, la vergogna, il rimpianto, la speranza si mescolano nella stretta fittizia e provvisoria, in cui gli ostacoli lievi simboleggiano le barriere più irriducibili. E poiché ella era pura, non indovinava, quando egli si mosse un poco e si distese, che aveva raggiunto il più forte del suo desiderio, che l’aveva presa in sogno e che si placava. Di sopra a loro volteggiavano in una nube le loro tentazioni, ed essi chiudevano gli occhi ed erano rossi. E così tesi erano per avvicinarsi senza toccarsi, per fondersi senza raggiungersi, più separati da quella poca aria fra loro che dalla spada di purità della leggenda, che subitamente, nel medesimo istante, qualcosa in loro si spezzò e (…) non furono più presenti. Patrizio avrebbe spesso pensato che, fosse vissuto anche cento anni, avesse avuto più avventure dell’uomo che ne ebbe mille e tre, mai più avrebbe raggiunto così completamente l’attuazione del sogno maschile come in quei minuti di annientamento totale, in quel possesso di purezza.

Brasillach adotta il paradosso adeguandosi alle contraddizioni della vita ed è difficile schematizzare le posizioni nettamente per inquadrare un personaggio in una definita e statica tipologia. L’autore infatti ha una visione estetica della vita e le determinazioni troppo rigide sembrano sgretolarsi al confronto coi i fatti, i drammi, i ripensamenti dei personaggi.

Appare quindi un po’ strana e meravigliosa l’ultima parte del romanzo in cui Caterina, aprendo definitivamente il suo cuore al lettore in un simbolico viaggio in treno alla ricerca di François descrive con femminile sensualità il suo rapporto con i due uomini della sua vita esperendoli quasi in continuità come se fossero l’uno lo specchio dell’altro – quantunque, certo, l’ardimento immaginativo e la passione ultraromantica fosse per Patrizio e François in qualche modo non avesse fatto altro per tutta la vita che inseguirlo, copiarlo pur avendolo nella pratica superato. Così, per l’alchimia dell’amore, in un solo cuore di donna convivono la tremante leggerezza di Patrizio e la pesante serietà di François e sembra che, nel turbolento flusso di coscienza, un io trasceso dialoghi con spettri interiori, altre facce di noi stessi poiché, scrive amara Caterina, soltanto il caso governa la vita e porta i minuti più belli, quelli sui quali non abbiamo potere. E mentre insieme a Caterina ci lasciamo trasportare sulle rotaie dell’immaginazione, sembra anche a noi che un lieve lucore di perla cominci a correre rasente il suolo, a Oriente – è il 1939 e Brasillach non è mai morto.