di Luigi Iannone

Negli ultimi due decenni poche sono state le personalità così dirimenti come Oriana Fallaci. Nel corso del tempo, qualunque personaggio politico ha trovato nel campo dei suoi detrattori sempre qualcuno disposto a riconoscergli un pregio, una qualità nascosta. Pur esposti a rancorosi attacchi, i politici di professione vivono infatti di alti e bassi, e prima o poi intercettano lungo il tragitto acque meno torbide in cui sono liberi di sguazzare. Se poi abbandonano il campo, viene loro conferito l’onore delle armi anche dal più bieco degli avversari.

E’ del tutto evidente che queste eccezioni pronte a confermare la regola, non valgono per i personaggi come la Fallaci. Con lei, il campo della comprensione dialettica è sembrato inespugnabile. In parte le cause sono originate dal soggetto in questione che non ha mai esercitato un benché minimo compromesso sui valori, o almeno quelli che riteneva tali. Ed in tempi come i nostri è un imperdonabile difetto. Gran parte però delle motivazioni di questa frattura insanabile vanno rivolte ai commentatori che il più delle volte, sia nella difesa che nell’attacco, hanno superato di molto i livelli consentiti.

L’editrice Melville pubblica ora un bel libro di Alessandro Gnocchi, I nemici di Oriana. La Fallaci, l’islam e il politicamente corretto (pp. 176, euro 15) che ne inquadra la fase ultima. Perché di Fallaci ne abbiamo viste molte; ma – appunto- quella a noi più vicina, la ‘combattente’ più strenue del politicamente corretto, la guerrigliera armata dell’immancabile sigaretta pronta a demolire tutto quanto si fosse frapposto alle sue immarcescibili convinzioni, è quella che ha ricevuto i maggiori improperi.

Il libro si pregia della introduzione di Vittorio Feltri che ne racconta l’amicizia iniziata sul finire degli anni Ottanta quando dirigeva L’Europeo. Quell’invidia della categoria letta a distanza di decenni non è un particolare di second’ordine. Quando Feltri racconta addirittura dell’odio della categoria per questa donna di talento semina già le premesse per la comprensione di tutto l’astio scaturito successivamente. Oltretutto c’era l’aggravante: milioni di copie in ogni parte del globo avranno fatto esacerbare la bile di molti colleghi.

Eppure la scrittura della Fallaci era un tormento, un sacrificio estenuante. Tanto era scorrevole la sua prosa e godibile la lettura quanto invece lunghissimo e disperante il tempo passato a correggere ogni singolo concetto, ogni spaiato termine. Le strade di Feltri, Fallaci e Gnocchi si incontrano in uno di quei momenti. Sotto la direzione del primo, il quotidiano Libero supera le centomila copie proprio quando esce con un articolo in prima pagina firmato dalla scrittrice toscana. E qui entra in gioco anche Gnocchi. La scrupolosità se non proprio il rigore nella correzione anche di una singola virgola rese quest’ultimo, allora redattore delle pagine culturali, oggetto di ‘tortura’ da parte della Fallaci. La pubblicazione di ogni articolo era impegno estenuante per tutti: il giornalista alle prime armi, la scrittrice famosa e il Direttore dal carattere fumantino.

D’altro canto la scrupolosità fu però il congegno per far comprendere al giovane giornalista la purezza stilistica ma anche entrare per certi versi nella sua testa e in quel modo di ragionare in cui era impossibile prevedere alcuna tonalità di grigio tra il nero e il bianco. Ecco perché Gnocchi in questo libro fa bene a non perdersi in tutte le estenuanti polemiche sollevatesi dopo ‘La Rabbia e l’Orgoglio’, uscito prima sul Corriere della Sera e poi in volume con Rizzoli. Certo, ne intercetta tante ma le sorvola dall’alto. Ce ne offre una panoramica ma non entra in ogni singolo intervento perché adotta un criterio ancor più utile per il lettore. Privilegia autori pubblicati in Italia e con discreto successo editoriale proprio per dimostrare quanto i temi della Fallaci siano entrati nella discussione pubblica e nel sentimento comune. Ma prende quelli che definiremmo paradigmatici. E lo fa per esibire quanto alla fermezza della Fallaci siano corrisposti acredine e violenza senza pari. Ne ricorda alcuni: da Tiziano Terzani (“Il caso Fallaci non è più politico, ideologico o morale: A mio parere è un caso clinico”) a Jovanotti (“La giornalista scrittrice che ama la guerra/perché le ricorda quando era giovane e bella”) fino all’immancabile Dario Fo (“Avere seminato tutto il terrore che la Fallaci ha seminato è un’operazione da terroristi”) e alla parodia poco gradevole di Sabrina Guzzanti sul cancro.

Il libro di Gnocchi è una ricognizione su un tempo fatto di scontri aspri su multiculturalismo, immigrazione, decadenza della civiltà occidentale, fondamentalismo islamico, spesso conditi da pregiudizi evidenti ed in cui nessuno si è risparmiato nel rancore. Analisi sedimentasi nel tempo e libri come questo possono però aiutarci a fare luce su una dialettica estenuante e che sembra mai risolutiva.