di Luca Gritti

«Non c’è nessuna immagine che mi chiami, che mi costringa a rappresentarla. O meglio ce n’è una, una sacra immagine lontana, che un giorno dovrò, ma che oggi non posso ancora rappresentare. Per riuscirvi debbo vivere ancora molto». Così diceva Boccadoro al maestro Nicola che gli chiedeva una nuova opera, così doveva pensarla Hermann Hesse, scrittore tedesco che attraversò il giro di boa del Novecento, vide la Grande Guerra ed il nazismo, la Seconda guerra mondiale ed il dopoguerra, colse i dubbi di più di una generazione orfana di padri e alla ricerca di senso. Hesse infatti doveva intendere la scrittura come il suo personaggio Boccadoro intende la scultura: non è l’individuo a decidere il momento e le modalità dell’opera, ma è il soggetto che “chiama” l’autore, che lo cattura e lo possiede; non è l’autore che diventa immortale con la sua opera, come vuole la letteratura sin da Orazio, ma è l’immortalità che sceglie il singolo come suo strumento, come suo tramite. E allora Hesse, fedele a questa concezione di arte, scrisse sempre e solo ciò che la vita, le sue esperienze ed il mondo “lo costringevano” a scrivere.

Intuì meglio di altri che, in un’epoca in cui la scrittura si fa appannaggio di tutti, la cultura da elitaria si pretende di massa e a chiunque è concesso un pulpito, scrivere non dev’essere un’operazione di ricerca ma di sottrazione. Le parole non vanno cercate, ma, all’interno dell’oceano di parole pronunciate ogni giorno, spesso vane e abusate, vanno selezionate quelle necessarie, le solo che ci costringono ad essere scritte; altrimenti meglio il silenzio, che comunque è memoria, che immischiarsi nella babele di parole inutili e destinate all’oblio. Eppure Hesse è uno dei pochi autori oggi conosciuti ed apprezzati da tutti; i suoi libri mietono ancora ristampe nelle librerie, il suo nome resta di culto. Le sue opere sono lette moltissimo da un pubblico che è trasversale sia a livello politico, che culturale che anagrafico. Se è così non è solo per l’attenzione per la parola e la maestria di scrittura dell’autore di cui si diceva sopra, ma è anche perché Hesse è lo scrittore che meglio di tutti fotografò la crisi dell’Europa a seguito della morte di Dio, della fine dell’etnocentrismo, del tramonto dei miti di patria, famiglia e progresso che l’avevano orientata fino all’Ottocento; è quello che meglio colse le istanze e le domande della prima generazione che non sapeva più come e perché vivere la vita, come intendere l’amore e le relazioni, la spiritualità e la politica.

Hesse è allievo di Nietzsche e forse non è un caso che sia romanziere e non filosofo, che scriva romanzi e non saggi. Nietzsche infatti fu l’autore del martello, colui che maledisse i professori e le accademie, che distrusse sistemi e le narrazioni: il suo essendo un pensiero della distruzione di ogni pensiero è destinato ad essere l’ultimo pensiero: chi vuole battere la sua strada senza imbattersi in un vicolo cieco non può istituire un pensiero organico ma deve mostrare un esempio di come si può vivere dopo il trapasso di un orizzonte religioso, valoriale e politico (l’autore dello Zarathustra d’altra parte scrisse che nulla voleva da un filosofo, a parte “l’esempio”). Questo vale anche per un altro grande amante novecentesco di Nietzsche, cioè Milan Kundera, che pure scrisse romanzi anche se molto ibridati con la saggistica. Hesse è niccianamente esempio. Esempio di una vita che non sia votata a nulla, ma che si giustifichi in se stessa, una vita che non si sacrifichi a nulla ma che sia solo assetata di vita, che cerchi vita in ogni giorno, in ogni istante, che ne colga la bellezza in tutti gli aspetti, nell’amore e nella privazione, nel dolore e nel pericolo, nella lettura e nell’arte, ma rifuggendo una cosa sola: la noia, la stasi, l’intorpidimento, che non sono vita ma sono i modi in cui sciuparla.

Tutti i suoi personaggi sono viandanti che cercano in modo inesausto un senso alla vita, per poi scoprire che il senso ce l’hanno alle spalle, è in tutto ciò che hanno visto e sentito, letto ed amato, pianto o rimpianto, come il viandante di Antonio Machado: così sono Emil e Boccadoro, sino a Siddharta. Hesse vive questo amore per la vita come una continua lacerazione, una contraddizione insanabile. Come in Boccadoro, l’amore per la vita in se stessa si scontra con l’urgenza di testimoniarla, di perdersi un po’ di vita presente per lasciare qualcosa che ci sopravviva (delle opere, una casa, dei figli). È il conflitto tra Terra e Mare di cui parlò Carl Schmitt, o tra esistenza solida e liquida di cui parla Bauman, ma per la verità è il bivio che assillò già Ulisse, la scelta tra la casa ed il viaggio. «Creare, ma non a prezzo della vita! Vivere, ma senza rinunciare alla nobiltà della creazione. Non era dunque possibile?[…] Forse c’erano madri e padri di famiglia, che serbando la fedeltà non perdevano il piacere dei sensi? Forse c’erano sedentari, a cui la mancanza di libertà non faceva inaridire il cuore? Forse. Egli non ne aveva visti ancora».

Qui però si vede ancora l’influenza di Nietzsche su Hesse: il conflitto latente tra vita dedicata all’arte e vita che si perde in se stessa, tra lucidità creatrice ed abbrezza incosciente è la distinzione tra apollineo e dionisiaco, tra armonia e disordine, tra limite e dismisura. Ma c’è un’altra contraddizione che lacera Hesse, che ricalca e sovrasta tutte le precedenti, che assilla lui ed i suoi personaggi: la contrapposizione tra padre e madre, il primo visto come l’autorità, il dovere, la castrazione della vita; la seconda come un’immagine onirica ed infantile, perduta e rimossa, ma verso cui ognuno si muove, verso cui tutto tende, il punto in cui la vita e la morte si danno appuntamento e non c’è più distinzione tra le due…«Morte e voluttà erano una cosa sola. La madre della vita si poteva chiamare amore o piacere, si poteva chiamare anche tomba o corruzione. La madre era Eva, era la fonte della felicità e la fonte della morte, generava eternamente, uccideva eternamente. […] Il lato paterno della vita, lo spirito, la volontà non erano la sua patria. Quella era la patria di Narciso […]».

Oggi, alla luce della fortunata intuizione di Massimo Recalcati che ha ricercato i ruoli che il padre e la madre hanno oggi muovendo le mosse da Freud e Lacan, si potrebbe per provocazione ripercorrere la storia della letteratura indagando chi fu autore del padre e chi della madre: Hesse fu, come Pasolini, un autore della madre, Leopardi ad esempio fu autore del padre…La ricerca della madre perduta segna tutta la vita di Hesse, il memorabile finale di Narciso e Boccadoro a proposito è emblematico: Boccadoro dice all’amico che “senza una madre non si può amare, senza una madre non si può morire”. La riflessione di Hesse è esistenziale, impolitica, forse non è neppure riflessione ma è testimonianza, esempio, indicazione di esistenze estreme e folgoranti, al di là del bene e del male. Ma è significativo che più generazioni lo additino come guida, che il ’68 lo eresse ad idolo (quando sarebbe stato migliore un sessantotto esistenziale e non politico, libertario e non militante? Inutile chiederselo), che ancora oggi molti cerchino nei suoi libri risposte che non ricevono dalla società, dalla televisione, dalla politica. Ma forse lui, indifferente alla fama postuma, ancora vaga alla ricerca della madre, nei meandri della Foresta Nera o in India, agli angoli del mondo e alla fine della coscienza. O, più probabilmente, l’ha trovata.