di Luca Gritti

Che cosa può dire alla nostra epoca e alla nostra generazione Ernest Hemingway, uno scrittore che raccontò l’orrore della guerra, visse in prima persona sul fronte italiano le disfatte sotto la guida del generale Cadorna, testimoniò gli eccidi e le privazioni, le morti e le disgrazie, le allucinazioni e le ferite volontarie? Che cosa può raccontare un narratore di guerra ad un mondo che, pur dilaniato da una sorta di terza guerra mondiale differita e dislocata, come dice Papa Francesco, nella sua parte occidentale e benestante, imbelle ed opulenta percepisce la guerra solo come uno spauracchio lontano, una narrazione restituita dai media o simulata nei video-giochi, uno spettacolo cruento a cui assistere passivamente e a distanza di sicurezza? In realtà forse può dire molto, può dire molto specialmente a coloro che, non avendo mai visto né vissuto una guerra, rischiano di cedere ad una sua macabra mitologia, ad una deriva epicizzante ed enfatica, che sta più nella nobilitazione successiva e posteriore che nella realtà autentica.

In questo senso, l’opera di Hemingway può essere vista proprio come un perenne monito, una messa in guardia contro questa tentazione di sminuire o ammantare la durezza della guerra. Lo dice chiaramente nell’introduzione che scrive per la pubblicazione, a vent’anni di distanza dalla prima, di Addio alle armi, quando dopo la Prima guerra mondiale, quella guerra straziante che lui aveva voluto restituire con tutta la sua crudezza, era seguita la guerra civile spagnola, e poi la guerra mondiale, a cui sarebbero seguito scontri e lotte fratricide dovunque nel mondo, anche in Italia. Così annota amaramente Hemingway, prendendo atto che il monito non era stato colto: «C’era qualcuno che diceva sempre, perché questo tale è così preoccupato e ossessionato dalla guerra, e ora dal 1933 è chiaro perché uno scrittore debba interessarsi al continuo, prepotente, criminale, sporco delitto che è la guerra». In questo senso possiamo dire che Hemingway più che scrittore fu reporter, o forse fu solo il primo che incominciò a far vacillare la distinzione tra le due figure. La sua preoccupazione prima che estetica è documentaria, prima che letteraria è testimoniale: nell’introduzione succitata confessa di non essere mai stato contento come quando scriveva Addio alle armi, nonostante la storia fosse straziante e drammatica. «Il fatto che il libro fosse tragico non mi rendeva infelice perché ero convinto che la vita è una tragedia e sapevo che può avere soltanto una fine. Ma accorgersi che si era capaci di inventare qualcosa; di creare con abbastanza verità da esser contenti di leggere ciò che si era creato […]. Oltre a questo nulla importava». Qui si ritrova la tipica fissazione dello scrittore che antepone la sua opera alla sua vita, la grandezza del libro al suo personale stato d’animo; ma c’è anche un’urgenza di lasciare qualcosa di quell’esperienza, la necessità che i posteri sappiano cos’è la guerra.

Hemingway non vuole nobilitare, ammantare, imbonire: la guerra è una cosa terribile, il messaggio dev’essere chiaro. Non c’è nulla di poetico in ciò che Hemingway racconta, i particolari più terribili vengono raccontati nel modo più prosaico possibile. Così il protagonista del libro racconta del soldato inglese che si ferisce di proposito alla testa e che viene portato via sanguinante dai suoi connazionali che lo trascinano al fronte coatto; oppure riferisce di un suo macabro ritorno in ambulanza dal fronte in cui era stato ferito, quando dalla barella sopra la sua gocciola il sangue di un uomo che non si muove. “Credo sia morto”, commenta laconico all’autista. Ma nonostante questo il libro non è pervaso di odio, o di vendetta, o di rivalsa, come ci si aspetterebbe; ma piuttosto da un sentimento malinconico di amore per la vita che pure sa essere tragica, di amore-questo è un punto fondamentale-per la gente che combatte la guerra, anche se la guerra è terribile. Qui Hemingway ribalta uno dei cliché più diffusi della narrazione guerresca: quello per cui chi combatte la guerra è inselvatichito, diventa selvaggio ed egoista, prepotente con gli altri ed individualista. In tutte le discussioni prima delle battaglie si respira un clima di solidarietà reciproca, di unione, quasi di fratellanza: il protagonista si innamora di un’infermiera con cui poi starà in ospedale a Milano quando sarà ferito, e si diverte a dire che sono sposati anche se non è vero: in realtà lo sono in senso etimologico, sono consorti, cioè legati da un destino unico, da un filo che non si può recidere, come lo è anche il protagonista con tutti i suoi commilitoni; è questa consapevolezza di sorte comune, anche se di sorte tragica, che cementa i rapporti, rende solidali gli uni con gli altri, riconduce ogni cosa alla sua essenzialità, alla sua genuinità, lontano da capricci o vezzi accessori.

«Pensavo solo a come sembrano piccoli gli ostacoli che una volta erano così grandi», dice una volta l’infermiera al protagonista. Questo non inficia il profondo antimilitarismo di Hemingway, non è confondibile con nessuna perversa fascinazione per la guerra e per il macabro, non ha nulla di retorico o di fittizio: semplicemente Hemingway scrive che «è persuasione ponderata dello scrittore di questo libro che le guerre siano combattute dalla più bella gente che c’è, o diciamo soltanto dalla gente, per quanto più ci si avvicina a dove si combatte e tanto più è bella la gente che si incontra; ma sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che sorgono a profittarne». Quella di Hemingway non vuole essere un’epopea della guerra, ma una sua drastica demitizzazione; Hemingway pensa solo all’individuo, agli uomini, non è sensibile a nessuna retorica patriottica, militarista o di sorta. Non è un caso che il su personaggio alla fine scelga di far finire per sé la guerra, di fare “una pace separata”. Il suo libro è solo un tentativo di restituire alla memoria ed alla posterità tutte le comparse della Storia, gli uomini veri e concreti che ha visto e che hanno perso la vita senza sapere perché, senza sapere se era giusto, senza credere alla guerra. La sua è un’ode non alla guerra, ma agli uomini e all’umanità che costoro, anche in un contesto disumano com’è la guerra, riescono a preservare.