Ma Giuseppe Rensi è il giovane avvocato socialista che aiutò Mussolini dopo che questo fu scarcerato a Bellinzona, nel 1904; oppure è il filosofo che criticò con maggiore forza il regime fascista negli anni del consenso? È l’autore che in Filosofia dell’Autorità propugna l’autoritarismo come naturale conseguenza politica del suo scetticismo radicale; oppure è il filosofo della libertà e della rivolta solitaria che subì l’amara marginalità fino alla morte in sordina, nel ’41, in un’Italia che l’aveva abbandonato e dimenticato? È il filosofo della realtà contro il sogno, che rivendicò la tradizione dell’asciutto realismo italiano, che per lui iniziava con Cicerone e finiva con Manzoni, passando da Machiavelli a Guicciardini, da Leopardi a Ferrari, contro l’idealismo gentiliano e crociano importato dalla Germania; oppure è il filosofo che disdegnò più di tutti la realtà, rifugiandosi in mondi possibili, passati o futuri, in una forma di gnosticismo amaro ed orgogliosamente perdente? Ed ancora: è acceso interventista durante la Prima Guerra mondiale, filosofo della guerra intesa come ciclopica imposizione di realtà contro gli inutili cerebralismi dei tempi di pace; oppure è il filosofo isolato ed appartato, lontano dalla storia e dalle sue sirene, che ci hanno restituito l’Adelphi e Leonardo Sciascia a partire dagli ultimi anni settanta?

Giuseppe Rensi (1871/1941)

Giuseppe Rensi (1871/1941)

In realtà forse Giuseppe Rensi fu tutto questo, e non è un caso che il suo nome sia spesso associato a quello di Adriano Tilgher, altro grande irregolare della cultura italiana che ebbe una parabola simile a quella di Rensi: simpatizzante in un primo momento del fascismo realista (quello di opposizione, da San Sepolcro alla Marcia su Roma), fu poi radicalmente ostile al fascismo di regime, che per ragioni opportunistiche sacrificò il problematico scetticismo delle origini per il conciliante idealismo gentiliano. E non è un caso che Tilgher, gemello per molti aspetti di Rensi, sia stato soprattutto il primo grande critico di Pirandello, l’ideatore della celebre distinzione tra forma e vita, tra mascherata sociale e spirito autentico. Anche Rensi fu, per molti aspetti, pirandelliano: non conobbe la serena coerenza di Gentile, fu sempre un pensatore contraddittorio, eccedente, aforistico, che nei suoi testi ibridò – prima di Camus – filosofia e letteratura, pensiero organico e strutturato e pensieri fulminanti e sparsi. Il solo tratto comune del suo pensiero e della sua vita, forse, non fu un concetto, ma un’indole: ovvero il suo radicale spirito di ostilità rispetto al tempo, alla moda, al potere; il suo bisogno viscerale di schierarsi contro le maggioranze e di percorrere contromano la storia. Il solo tratto comune di tutta la vita e l’opera di Rensi fu il fatto che fu sempre, inguaribilmente, un bastian contrario: un’identità scontrosa e polemica, solitaria e coraggiosa, che l’accompagnò dalla nascita alla ribellistica giovinezza socialista, dalla maturità ai margini del regime fascista (che pure gli doveva molto) fino alla morte, se è vero che sulla sua lapide volle che fosse scritto etsi omnes, non ego: anche se tutti, io no.

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L’occasione di parlare di Rensi è la ripubblicazione dei Paradossi di Estetica e dei Dialoghi con i Morti, due opere di Rensi pubblicate nel ’37 e date alle stampe soltanto ora dopo lunga latitanza. La prima opera affronta il problema estetico con un acume insolito ed uno stile di scrittura spiazzante, forte, incalzante. Il ragionamento di Rensi è stringente. Che cos’è bello; che cos’è un’opera d’arte? A tutta prima risponde facilmente: la Divina Commedia, la Gerusalemme Liberata, i quadri del rinascimento; ma, chiede Rensi, perché è così? L’incolto, l’inesperto, di fronte a certe opere rimane spesso indifferente, non ne coglie la bellezza né ha particolari moti d’animo; viceversa, i colti ed i sapienti le osannano, ma il loro giudizio vale molto meno di quello che si crede: infatti, è proprio su quella canonistica che loro hanno studiato per entrare nel novero dei colti. Come potrebbero, avendo studiato quelle opere come modelli supremi di bellezza, non attribuire ad esse un alto valore estetico? Ma il meccanismo, dice Rensi, è autoreferenziale, non si basa su evidenze ma, in fondo, su convenzioni storiche, che si tramandano stancamente ma di cui molti all’epoca di Rensi avvertono il carattere appunto posticcio, relativo, eternamente discutibile. Scrive Rensi:

Se si avesse la pazienza di pensare fino in fondo si vedrebbe di pensare che questo è un circolo vizioso (bello è ciò che piace ai competenti, competenti sono quelli a cui piace il bello); e che ogni tentativo per risolvere il problema del bello cade irrimediabilmente in tal circolo

Rensi scrive queste righe avendo già dietro di sé l’esperienza delle avanguardie storiche, l’epoca in cui gli scritti filosofici, specialmente nicciani, sul carattere in fondo convenzionale, personale, soggettivo del bello (oltreché del vero e del giusto) avevano condotto alla furia incendiaria e all’iconoclastia selvaggia, al culto del presente ed al rigetto della tradizione, imbalsamata e mortifera. Ma in queste righe Rensi profetizza già tutta la nostra epoca, di barbarie civilizzata, o di barbarie della riflessione, per citare Vico (autore non a caso citatissimo da Rensi, anche in questo testo). Oggi la fruizione dell’arte è mostrata in modo quasi grottesco nel suo carattere meramente convenzionale: persone di solito abbastanza ignare di quello che vedono si aggirano, incerte sull’atteggiamento da assumere, in musei pieni di capolavori, li squadrano sommariamente e, dopo aver passato davanti al quadro un lasso di tempo accettabile, se ne vanno simulando soddisfazione. L’esperienza estetica è inaridita, è ridotta ad una posa insulsa ed insensata, su cui è perfino troppo facile ironizzare. Quelli che, con ottimismo un po’ ebete, affermano con fierezza che il capitalismo del futuro sarà culturale e che ad esempio l’Italia dovrebbe vivere di beni culturali e del proprio patrimonio artistico, dovrebbero chiedersi quanto a lungo ancora la gente visiterà i musei, se l’esperienza estetica resterà ridotta a questa pantomima fatua e grottesca.

Rensi applica il suo relativismo radicale all’estetica, e sembra concluderne che, tra gli uomini, non esiste comprensibilità possibile: ogni produzione estetica è pienamente comprensibile solo a chi l’ha concepita, nessun soggetto può uscire da se stesso, l’arte, ed il linguaggio in genere, non sono che tentativi maldestri di comunicare, ma danno adito solo ad una serie di farseschi fraintendimenti. La cifra della filosofia rensiana si riassume ancora una volta nello spettacolare passo dell’Autobiografia filosofica, nel passo di Eteocle e Polinice come metafora dell’irriducibile alterità di ogni individuo rispetto ad ogni suo simile.

Il simbolo dell’umanità e della ragione è offerto da Eteocle e Polinice, nella tragedia d’Euripide, i due fratelli che hanno entrambi irriducibilmente ragione e appunto perciò non possono fare a meno di uccidersi a vicenda.

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Questo è il dramma anche dell’arte: il giudizio estetico cade in balia del relativismo più estremo, ognuno può dire senza tema di smentita che quello che fa è bello, non esiste un punto d’incontro né un’oggettività possibile. Soprattutto: non esiste la realtà, per cui ognuno si figura il mondo come crede, con i suoi personali criteri morali, conoscitivi, estetici, senza mai poter raggiungere l’altro. Pirandellianamente, così è, se vi pare. Secondo Rensi il suo relativismo radicale aveva solo tre sbocchi possibili: la democrazia (che però, avendo come corrispettivo filosofico un relativismo del genere, scivola facilmente, con buona pace del pensiero debole, in quella che Tocqueville chiamava la dittatura della maggioranza); l’anarchia (secondo la celebre conclusione di Ivan Karamazov, se le cose stanno così, allora tutto è lecito); oppure l’autoritarismo, il cesarismo. Se ognuno ha ragione e non esiste terreno d’incontro, la realtà (e quindi anche il bello) devono essere decisi d’autorità, il relativismo compie la sua parabola paradossale e finisce per fondare il legittimismo. Fu questa la ragione dell’iniziale simpatia di Rensi per il fascismo, ma forse fu questa anche la ragione dell’adesione, più convinta di quanto non si dica, di Pirandello al fascismo-regime.

Luigi Pirandello (1867/1936)

Luigi Pirandello (1867/1936)

Ma alla fine dell’opera Rensi lascia uno spiraglio, adombra la possibilità di una strada diversa, una diversa soluzione all’impasse del problema estetico, ma più in generale del problema, così decisivo, dell’oggettività. Alla fine dei Paradossi, infatti, ci sono bellissime pagine sulla poesia, che non va intesa, secondo Rensi, come ricerca esasperata della forma perfetta, della musicalità a tutti i costi, delle sonorità piacevoli; bensì come forma di filosofia concentrata, come scrittura folgorante, aforistica, fulgida nella sua immediatezza ed esattezza. Qui Rensi ricorda Heidegger, che in Sentieri Interrotti additò proprio nella parola poetica la soluzione per uscire dall’impasse in cui la filosofia era caduta a causa del soggettivismo kantiano: la realtà non è inaccessibile al soggetto, non è preclusa alla conoscenza umana, ma si può cogliere evadendo dal discorso razionale e familiarizzando con quello poetico, laddove la poesia è appunto non, come si intende troppo spesso oggi, inutile preziosismo, culto barocco della forma, misticismo criptico e spesso incomprensibile; ma al contrario ricerca dell’essenzialità, tentativo di mostrare la parola esatta nei suoi significati più profondi, anelito allo stile asciutto, franco e, secondo la felice espressione di Saba, onesto. Scrive Rensi:

È strano come vi siano stati da secoli e continuino a esservi uomini che trovano necessario per fare della poesia di allineare i concetti in righe di determinata lunghezza e con certe assonanze. Se non esistessero i versi e le strofe, e i poeti scrivessero in prosa […], soltanto i pensieri così grandi, alati, magnifici da riempire, sollevare, trascinare la mente, per la loro potenza e luminosità intrinseca, senza l’aiuto, residuo barbarico, d’una data cadenza e d’una certa assonanza, apparirebbero come poesia.

E poi cita ad esempio di questa nuova poesia Goethe, Whitman, Emerson, Maeterlinck, Nietzsche, Leopardi, Carducci; ma di più: a nostro parere si potrebbe dire anche altro. Infatti, alla luce di questa conclusione di Rensi, tornando al quesito con cui si è aperta l’opera, quando è che un’opera d’arte è bella? Quando leggendola (o guardandola o ascoltandola) riesco ad identificarmi, ho la sensazione che quell’opera parli a me, dica quello che sento: l’esperienza estetica in realtà, quando raggiunge il suo più forte effetto spirituale, è la più grande conferma dell’esistenza della realtà, che trascende i soggetti ed esiste prima e senza di noi. La conferma di questa verità si traduce in un’esperienza che conforta e rinfranca, tant’è che non a caso Leopardi scrisse che la poesia (e potremmo dire, per estensione, tutta l’arte) nella sua forma più alta doveva servire ad aumentare la vitalità degli uomini. Il conforto dell’opera d’arte, quando la sua fruizione non si riduce ad un mero obbligo sociale, sta proprio nella presa di coscienza di un’intesa comune, che precede le categorie e le percezioni, nella consapevolezza che un altro ha sentito come io sento, che ha sofferto e gioito come io soffro e gioisco.

Il tema della scoperta della realtà viene trattato da Rensi anche nell’altra opera, i bellissimi Dialoghi coi Morti, in cui Rensi immagina dialoghi nell’Oltretomba di illustri defunti del passato su delle tematiche cruciali (Torquemada e Giuliano l’Apostata sulla religione; Orazio, Marsilio e Diotima sull’amore; Arittho e Anando sul male; Leocares, Callinico e Didimo sull’arte, la scienza, lo gnosticismo). Leggiamo Rensi e vediamo un autore veramente scomodo, poliedrico, eccentrico, che seppe precorrere i tempi ed anticipare, magari solo sfiorandoli, tutti i temi e gli autori decisivi a lui coevi o successivi. Ma non solo: anche un esempio di moralità sui generis, difficoltosa ed eroica, per cui il bene è sempre altrove, lontano dal tempo presente e dal potere vigente e la sola morale corretta è quella del solitario e del perdente. Non ci sentiamo di accogliere del tutto questo anticonformismo, geniale ma un po’ aprioristico, nobile ma gnostico. Guardando a Rensi siamo presi da suggestioni potenti e sensazioni vertiginose, dalla curiosa ebbrezza di chi è orgoglioso di stare sempre, veramente, dalla parte sbagliata. Etsi omnes, non ego.