di Luigi Iannone

Fissare una data di nascita per fenomeni che attraversano la storia della umanità è una di quelle questioni che allo studente delle superiori viene posta con ripetitività ossessiva. Un interrogativo utile per gravare di una indigeribilità nozionistica il giovane che si appresta ai primi rudimenti del sapere, per intercettare tragitti regolari ed uniformi.
Si tratta di quel tipo di quesiti che col passare degli anni (e delle letture) fanno invece subodorare allo studioso attento la possibilità di molteplici risposte: quando è nata la globalizzazione? Quando è nata la modernità? Quando inizia l’illuminismo? Interrogativi pratici, adatti per rinfoltire di inutile nozionismo i manuali scolastici ma che, in realtà, se intercettano la materia più fluida e articolata come la filosofia e, magari, si accoglie il punto di vista di Giorgio Colli, ci appaiono in tutta la loro fragilità, e possono far sprofondare in un groviglio di analisi tali da provocare tremolii anche al più granitico e metodico cattedratico.
Se infatti per ogni disciplina ed ogni fenomeno sociale o storico viene fissata una data, per la filosofia è la fase greca il punto di partenza, da cui prenderebbe consapevolezza l’intero itinerario del pensiero occidentale. E quindi, partendo dalle premesse iniziali, se su fatti storici non vi sono concordanze, figurarsi con una materia tanto imponente quanto sfuggevole come il pensiero umano.

Sono passati oramai quattro decenni da quando Colli pubblicò La nascita della filosofia; un libretto tanto piccolo (115 pagine) quanto snello per la godibilità della lettura ed insieme pericoloso nel suo implicito sforzo di osteggiare antiche certezze. Porsi in quella fenditura spazio-temporale innervatasi tra ‘sapere’ antico e quella che oggi comunemente definiamo filosofia fu il suo personale viaggio iniziatico; per fortuna, appoggiato nel corso degli anni dalla condivisione e dall’apprezzamento di una marea di lettori. La sua disanima scandaglia la incrinatura stessa, o meglio la connessione tra l’antica sapienza e la filosofia; misura e approfondisce fattori di continuità e di frattura tra il conosciuto e l’ignoto.
Tuttavia, il punto non è vagare lungo la storia per intercettare l’inizio, perché per Colli è con Platone che il dialogo anche come forma letteraria si dispiega in tutta la sua potenza evocativa ma fermarsi un attimo prima. Quando, intercettando anche Nietzsche e ‘la nascita della tragedia’ (di cui insieme a Mazzino Montinari curò la revisione della intera opera) si innerva il simbolismo di due figure come Dioniso e Apollo; e infatti su quest’ultima intesse la trama.
Platone sarebbe dunque il punto di partenza ‘ufficiale’ ma la ‘sophia’ era antecedente. Il dionisiaco è il caso creativo mentre l’apollineo costruisce campi definiti, grazie al senso delle misura, e la filosofia prenderebbe il via proprio con quest’ultimo. Apollo e Dioniso avrebbero in comune – cosa sfuggita a Nietzsche, secondo Colli – la follia come scintilla da cui origina la sapienza.

Colli ricercò l’arcaico, il non conosciuto e per questo suo modo di intendere la nascita della filosofia fu inviso alle scuole filosofiche. Ma lui gioca in un altro campo. Il filosofo cerca di rincorrere la sapienza che è in stretta simbiosi con la verità; quella sapienza che, invece, precederebbe la nascita della filosofia. Da lì in poi c’è dialettica, sforzo dell’umano per rintracciare brandelli di antica sapienza. Già quando con Platone passeremo dall’oralità alla forma scritta – in cui entrano in gioco artifici stilistici – la retorica, la logica siamo infatti in un altro tempo ed in un’altra fase; anche se il confronto dialettico, reggendosi su frammenti di oralità, può far ancora permanere una dimensione sapienziale.

Ma Colli cerca la verità della sapienza e non surrogati umani. Ed allora si deve andare indietro e non più rivolgere lo sguardo al conosciuto. Lo spettro delle possibili intuizioni si concentra intorno al settimo, al sesto e al quinto secolo a.C. perché la sua logica è chiara. L’obiettivo da raggiungere è già passato ed infatti «amore della sapienza non significava infatti, per Platone, aspirazione a qualcosa di mai raggiunto, bensì tendenza a recuperare quello che già era stato realizzato e vissuto». E qui forse che si dispiega un certo velato pessimismo.
La decadenza dell’età dei sapienti è l’inizio della filosofia.