di Luigi Iannone

La casa editrice Guanda ha da qualche giorno pubblicato Fuoco e sangue. Breve episodio di una grande battaglia di Ernst Jünger. Sia sull’autore che sugli argomenti del libro ci sarebbe ben poco da aggiungere. In questi decenni tanta pubblicistica ha infatti elaborato, grazie ad una serie impressionante di saggi e articoli, tutto il possibile su Jünger e su quel versante specifico della sua scrittura che è la ‘letteratura di guerra’. Quest’ultima ha da sempre affascinato il pubblico e attirato gli editori, per lo più piegati a ciò da una necessità storica: il nostro è un mondo anestetizzato che ha come unica possibilità di distorsione dal pensiero unico quella di rimanere incantato se non proprio affascinato da virulenza e carnalità, da vitalità sgorgante dal combattimento e da sentimenti profondi fino ad essere laceranti e dilatati all’ennesima potenza ma che ormai solo un evento epocale come la guerra può procurare.

Ma proprio quando sembra scorrere attraverso i riverberi della nostra memoria avvenimenti persi nel buio della storia, in realtà stiamo più banalmente ragionando su un secolo appena passato. A far differenza è però la penna seducente di Jünger. E’ lo stile e lo spessore degli intrecci e delle esplorazioni a farci calare nell’abisso. E poi c’è quell’elemento ulteriore che ne connota l’unicità disarmante rispetto ai suoi simili, come per esempio Erich Maria Remarque. Vale a dire il fatto che un pensatore di un simile livello e di riconosciuta centralità nel dibattito filosofico abbia simultaneamente doti di grande romanziere. Ogni qual volta Jünger si è cimentato nel racconto, i suoi libri hanno avuto un successo straordinario con continue ristampe che ne confermano ancora oggi la misura oltre che la gradevolezza per palati di tutti i tipi e di tutte le epoche. Certo, gli scritti di guerra trasudano meno lirismo di tanti suoi libri filosofici. A volte caratterizzati da un elaborazione aneddotica, altre con riferimenti ed aggettivazioni di una tale crudezza da far ingiustamente pensare ad un sovraccarico di fantasia ed immaginazione utile a circuire un lettore superficiale. Al contrario, quei brani sono sempre ben piantati nelle luride trincee in cui l’estenuante attesa anticipava con disarmante monotonia i continui assalti da cui sarebbero tornati indietro sempre meno camerati.

E’ perciò una scrittura lineare, per certi versi didattica, ma forbita oltre che divulgativa. Termini che di per sé non potrebbero mai essere connessi, ma in Jünger accade anche questo miracolo. Chi si appresta a leggere questo volume, che è uno dei tanti della sua pubblicistica di guerra, si sentirà trascinato come un guerriero d’altri tempi sino alla fine della storia o come un vigliacco pronto ad imboscarsi prima del prossimo assalto. Dovrà solo scegliersi il ruolo ed indossare la maschera più consona. La scenografia è svelata. Ampi scenari naturali o piccole buche nel terreno non fanno differenza. Sono sempre raccontati con tale dovizia da sedurre il lettore più zelante. Eppure la sua non è immaginazione. Jünger descrive solo ciò che ha di fronte e ciò che vedono i suoi occhi. E’ una sorta di diario di guerra, ma con precise caratteristiche che ne fanno un unicum rispetto ai tanti che pure abbiamo letto. Una scrittura che non esonda come quella proustiana ma riconverte tutto l’interesse intorno alla crudezza dell’atto, sia esso violento o pacifico, dissacratorio o deferente. Ma pur in quella precisione di riferimenti c’è una ampiezza di note e sfumature da dare al lettore uno sguardo d’insieme quasi catapultandolo all’interno della trincea.

E difatti basta solo un brandello di citazione per comprendere la sua poetica: “La terra comincia a muoversi e a sobbalzare e fa tremare i cunicoli come una nave nella tempesta. Ogni secondo vuole inghiottire il precedente nelle sue fauci ardenti, e di fronte a questa furiosa irruzione, tutti i combattimenti vissuti finora svaniscono come un gioco per bambini. Il frastuono è impetuoso e squillante come quello del tuono su punto di caduta del fulmine, eppure si ha il presagio che questa frazione assordante sia solo una piccola parte dell’ondata fragorosa – che si levi al di sopra di un oceano di suoni scroscianti e rimbombanti”.

Per questa apparente ed asettica partecipazione agli eventi, per questa particolare capacità di alienarsi dalle brutture della guerra, raccontandone gli effetti quasi come un cronista lontano migliaia di chilometri, la critica lo ha sottoposto a giudizi sommari. In realtà – vale sempre la pena ricordarlo – stiamo parlando di un eroe di guerra, ferito quattordici volte, molte delle quali ricevute per essersi lasciato in maniera incosciente contro gli avamposti nemici. Un pazzo scatenato in battaglia quanto razionale e freddo con la penna.